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I Ser.D.

Buongiorno, cari dipendenti e altri.

Oggi (ma volendo anche in seguito, se intanto siete impegnati) avrete modo di sorbirvi alcune informazioni sui Servizi Pubblici per le Dipendenze; se l'argomento può suscitare interesse.

Ciò che particolarmente merita riflessione credo sia la loro ultima, attuale denominazione. A tale proposito direi che il passaggio da Ser.T. a Ser.D. non è cosa da poco.

Passare dai Tossicodipendenti ai Dipendenti patologici in generale significa infatti incrementare smisuratamente la propria platea di utenza putativa.

Se consideriamo che in Italia i tabagisti sono più di 11 milioni e che i bevitori a rischio (o già problematici) sono più di 8 milioni, mentre coloro che hanno problemi con le “sostanze illecite” sono solo poche centinaia di migliaia, ne consegue che il semplice cambio da T a D dell'ultima consonante, comporta un incremento di circa 60 volte della popolazione di riferimento. Se poi aggiungiamo anche la quota dei dipendenti “sine materia” (giocatori d'azzardo, dipendenti da internet et similia), la misura è ancora più ampia, in ragione di altri milioni di potenziali utenti.

Come se, per quanto riguarda l'Istruzione pubblica, ad esempio, la popolazione studentesca universitaria dovesse passare di colpo dalle attuali 1.650.000 unità a oltre 100 milioni. Avete idea?

Ma, a fronte di tali prospettive dilatate, cosa succede in realtà?

Succede che, nei fatti, l'utenza dei Ser.D. si mantiene soltanto a circa 150.000 utenti, di cui molto più della metà dipendenti da oppiacei, in trattamento sostitutivo. E circa un altro quarto afflitti da problemi prioritari con cocaina e/o cannabis. Quindi solo poche decine di migliaia di “altri dipendenti patologici” sono sotto copertura della D (a fronte di una potenziale platea di decine di milioni). Mentre il “core business” dei Ser.D. rimane di fatto ancorato ai tossici “tradizionali” (quelli della T degli ex Ser.T.).

A fronte di tale situazione si è comunque ottenuto, come notavo anche in un altro post, che negli ultimi decenni le morti per anno per overdose da sostanze cosiddette illecite si sono ridotte di varie centinaia di unità. Ma parallelamente in Italia le morti annuali correlate ad alcol e tabacco sono calcolate in quasi 100.000. Ed è vero che i casi di contagio HIV per contatto di sangue sono stati abbattuti (migliaia in meno all'anno), ma senza che ciò abbia modificato il quadro generale, giacché la trasmissione sessuale purtroppo ha perfettamente compensato (e si teme una nuova recrudescenza, relativa al notevole incremento della popolazione sieropositiva non consapevole). Per inciso, noto che la prevenzione e cura delle malattie infettive parassitarie della TD non ha diretta attinenza con la somministrazione di farmaci sostitutivi, bensì con specifiche misure di profilassi, di igiene, con altre terapie specifiche e con adeguata informazione.

Questa mia non è un'analisi disfattista (si spera sempre di contribuire al meglio, anche attraverso la critica costruttiva), ma i dati sembrano dire che, nel quadro generale delle dipendenze patologiche (da cui la D), si fa poco per molti e molto (forse non sempre benissimo) per pochi.

Fermo restando che, rispetto a fenomeni di questo tipo, si fa quel che si può, se si può, nella consapevolezza che non ci è umanamente consentito essere risolutivi come si vorrebbe nei confronti di queste pervicaci tendenze auto ed etero distruttive, ineluttabilmente foriere di dolore e di morte.

Evito qui riferimenti a costi e gravami sulle finanze pubbliche, perché non vorrei dare l'impressione di farne solo “una questione di soldi” (che pure esiste).

Forse, a fronte del quadro sopra descritto, potrebbe essere consono un più basso profilo, nell'affrontare i temi delle dipendenze patologiche. Anche perché, verosimilmente, al di là degli intenti lodevoli e più o meno ambiziosi, ciò che fa la differenza sono, alla resa dei conti, le effettive motivazioni dei singoli potenziali utenti (o, purtroppo, la molto frequente assenza o volatilità delle medesime).

Forse la situazione squilibrata di cui sopra è anche figlia della storica indeterminatezza dell'approccio al tema delle dipendenze patologiche. A tale proposito, suggerisco il seguente link al contributo di un famoso psichiatra: http://www.priory.com/ital/riviste/quaderni/andretossico.htm

Nello scritto, di qualche tempo fa ma per tanti aspetti ancora attuale, l'eminente ripercorre – tra l'altro - la storia dei criteri adottati dal legislatore nell'affrontare la questione. Mi sembrano significative le conclusioni dell'autore, sintetizzate dalla frase “il tossicodipendente non so chi è”, secondo cui la società (compresi i suoi apparati scientifici) non avrebbe ancora trovato risposte adeguate alle questioni poste dalla tossicodipendenza.

Senza che ciò comunque abbia impedito di eleggere la popolazione tossica a colonna portante di un sistema che, senza nulla voler togliere all'impegno di molti che vi lavorano, sembra – come mostrato - fondarsi su un'architettura piuttosto sbilanciata.

(Comunque, pur in assenza delle risposte adeguate su larga scala, è anche vero, per fortuna, che sovente singole persone dipendenti cercano e trovano con successo utili percorsi personali. E anche occasioni di aiuto e sostegno verso le proprie particolari risposte individuali. Attraverso i Ser.D. e/o al di fuori di essi).

Saluti

Placido

 

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