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L’oppio si ottiene incidendo le capsule non ancora mature del Papaver Somniferum (papavero sonnifero) e lasciando essiccare al sole la resina che ne fuoriesce.

L'oppio grezzo contiene circa 20 tipi di alcaloidi, composti organici azotati dotati di elevata azione farmacologica a livello del sistema nervoso.

Tra questi alcaloidi sono presenti alcune sostanze di diffuso uso clinico nella terapia del dolore come la codeina, la papaverina, la narcotina. L'alcaloide principale dell'oppio è la morfina. Per le sue elevate propriet...

Gli oppiacei sono dei potenti analgesici, le proprietà  euforizzanti ed anestetizzanti  procurano un senso di rilassamento, distacco dalle proprie emozioni ed indifferenza rispetto a qualsiasi percezione negativa.

Il nostro cervello è capace di produrre autonomamente sostanze oppiacee dette endorfine, che hanno effetti inibenti e depressori sul Sistema Nervoso Centrale.

L’oppio e i suoi derivati agiscono con meccanismi molto simili a quelli delle endorfine anche se gli effetti prodotti sull’organismo sono molto più forti.  ...

L'uso dell'oppio è attestato sin nei primi testi scritti prodotti dall'uomo. Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri indicavano, già nel 4000 a.C., il papavero da oppio stava per pianta della gioia dimostrando così come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscessero bene le proprietà euforizzanti del succo di tale pianta.

Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il...

Quando si parla si sostanza psicotrope illegali l’eroina non è semplicemente una sostanza tra le altre, ma la sostanza. E’ attraverso l’esplosione dell’emergenza sociale dovuta alla diffusione dell’eroina agli inizi degli anni ottanta che la gran parte dell’opinione pubblica viene a contatto col problema “droghe” ed è su quel tipo di emergenza che si sono organizzate le risposte delle istituzioni.  
Ad essa è legata indissolubilmente la figura del tossico, prototipo vivente degli effetti di emarginazione...

Novità eroina

Guerra a Scientology

Filosofia della Droga

Una curiosa indagine filosofica sulla droga ed il piacere:

Chiunque, magari fuorviato dal titolo (Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia, Feltrinelli, pp. 186), si aspetti di trovare nel libro di Giulia Sissa un esame dei comportamenti deviati e delle moderne perversioni rimarrà probabilmente deluso. Fin dall'incipit, infatti, il saggio di Sissa chiarisce il senso dell'indagine svolta: siamo tutti e tutte coinvolti. Non solo i (le) tossicodipendenti, ma tutti noi, uomini e donne anche non soliti all'uso di droghe, o almeno non di quelle cosiddette "pesanti": la dipendenza da stupefacenti si àncora, infatti, alle strutture profonde della soggettività, e si realizza come tentativo di fornire una risposta a radicali esigenze umane. E perciò l'indagine sulle ragioni della dipedenza da droghe "pesanti" è significativa per tutti e tutte, nella misura in cui sa mettere in luce l'esigenza esistenziale a cui il consumo di droghe cerca di rispondere, pure se in modi dolorosi e destinati al fallimento.
Il libro, dunque, soffermandosi sul circoscritto fenomeno della tossicodipendenza, ha un'ambizione più ampia, quella di illustrare le meccaniche del desiderio e del piacere, lì messe in luce, e di usarle per riattraversare la riflessione che la filosofia ha dedicato a questi temi. Un modo felice - e questo è uno dei numerosi meriti del libro - di togliere dall'astrattezza della teoria il pensiero filosofico, facendolo interagire con un'esperienza diffusa e in qualche forma a tutti presente.
Piacere e desiderio, dunque: non a caso la filosofia se ne occupa da sempre, praticamente fin dalla sua nascita, scorgendovi di volta in volta ora una debolezza umana, ora una grande "opportunità", ora addirittura la connotazione più propria della condizione dell'essere umano, il suo "motore vitale".
In ogni caso, chiunque - filosofo o meno - si sia trovato a riflettere sulle meccaniche del desiderio ha sempre dovuto riconoscerne la forza spesso incontenibile, la tendenza a imporsi sopra qualsiasi ragionamento e decisione. E, parallelamente, nella ricerca del piacere viene più volte indicata la causa ultima di decisioni altrimenti inspiegabili, prese, in un certo senso, "contro" la propria volontà. Insomma, in questo ambito si aprono per ognuno e ognuna - certo non solo per tossicodipendenti e filosofi - questioni centrali e destinate a riproporsi più volte nell'esistenza. Ed è di questo che Giulia Sissa vuole parlare, e lo fa appunto avvicinando a interpretazioni filosofiche "classiche" (il testo ripercorre, nelle loro linee essenziali, le teorie del desiderio di Platone, Aristotele, Epicuro, degli stoici ma anche quella freudiana e quella di Lacan - scritti autobiografici di testimonianza sull'uso delle droghe (de Quincey, Baudelaire, Burroughs, Cristiana F.).
L'accostamento è promettente proprio a causa del carattere di questo oggetto di consumo: la sua fascinazione non dipende, come invece accade per gli altri beni voluttuari, da strategie pubblicitarie che più o meno sottilmente inducono a desiderare, ma pare insita nell'oggetto stesso, una sua qualità essenziale, in grado di alimentare, dice Baudelaire, "la sete che nasce dal liquore".
La tossicomania, sostiene dunque l'autrice, realizza, fornendone il modello concreto, una teoria del desiderio, facendo del manque "un buco nero in cui il godimento diviene inseparabile dalla pena più acuta". Una teoria la cui origine è rintracciabile agli albori del pensiero filosofico occidentale e precisamente in Platone, che fu il primo a collegare piacere negativo e desiderio insaziabile.
Significative al riguardo le analogie evidenziabili al livello del linguaggio: la stessa serie di metafore ricorre nelle platoniche descrizioni dell'anima e nelle narrazioni dei junkies. L'anima è una giara sfondata, un vaso infranto che, come il corpo di un drogato, si svuota mentre si versa il liquido. Il tossico è, in gergo, défoncé, sfondato, o, come diremmo in italiano, sballato.
Il desiderio di essere riempiti, colmati fino all'orlo è destinato a rimare frustrato, inesaudito, perché il piacere è negativo (in quanto si dà come interruzione di un dolore), e negativo due volte: in quanto cessazione di una condizione fisica e contemporaneamente sedativo del "male di vivere", che così difficilmente ci abbandona. Precisamente di ciò parla il Burroughs de La scimmia: "Ho provato quella straziante privazione che è il desiderio della droga e la gioia del sollievo quando le cellule assetate di droga la bevono dall'ago. Forse ogni piacere è sollievo".
La temporalità - come oserva acutamente Sissa - è questione fondamentale nei raconti dei tossicomani, perché in tutta evidenza l'uso di droghe rappresenta anche un tentativo di rapportarsi al tempo (non a caso: secondo Simone Weil il tempo è addirittura la preoccupazione degli esseri umani più profonda e tragica). La droga, direbbe Burroughs, non è un'euforia, ma un modo di vivere: "L'intossicato misura il tempo con la droga". Il consumo impone i propri tempi: a una data quantità di sostanza si associa una certa quantità di tempo, a scansioni regolari anche se sempre più ravvicinate.
Fino a divenire, come si dice in Trainspotting di Irvie Welsh, un full time job, un lavoro a tempo pieno. Il tentativo di dominare attraverso questa misura il tempo, dunque, è destinato a rovesciarsi nella più evidente schiavitù, fino a che "i giorni scivolano via infilati a una siringa con un lungo filo di sangue" (Burroughs).Ma nell'esperienza tossica anche un altro tentativo è votato al fallimento: la ricerca d'indipendenza dal mondo esterno - felice, al riguardo, la definizione freudiana della droga come Sorgenbrecher, scacciapensieri - naufraga contro lo scoglio dell'assuefazione che riduce la vita a un'unica estenuante preoccupazione.
Il significativo paradosso messo in luce dalle narrazioni dei tossicomani è che alla droga si arriva sempre "per caso", più guidati da un vuoto di desiderio che da un desiderio positivo (ancora Burroughs: "la droga trionfa per difetto"). Non è insomma un appetito che spinge, ma il bisogno di crearsene uno (che poi sarà insaziabile) - il che dice molto su come si tengano stretti ricerca di senso e desiderio, sempre che si sia disposti a concedere a un tale ordine di esperienze il carattere di un tentativo, per quanto disastroso, di "salvarsi la vita".
Giulia Sissa è decisa a concerderlo e ciò le permette non solo di far risaltare la Weltanschauung delle narrazioni autobiografiche, ma anche di illuminare la genesi di teorie come quella freudiana del piacere o quella della moderna neurofarmacologia, che molto devono all'esperienza delle droghe, che nel caso di Freud fu anche esperimento personale. Sissa è persuasa, e lo argomenta convincentemente, che in Freud la coincidenza - anche temporale - tra consumo di cocaina ed elaborazione della teoria del piacere sia tutt'altro che casuale, ricordando il paradigma elettrico dell'attività psichica, la concezione anestetica del godimento, la funzione analgesica della rimozione, il principio del Nirvana: formule buone a rendere in teoria ciò che l'esperienza insegna al tossicomane. Ma sappiamo anche che Freud - tossicomane sui generis, spinto al consumo dalla passione per gli studi neurologici più che da un vuoto di desiderio - paragonerà a più riprese nevrosi e intossicazione, convinto che in entrambe sia all'opera un desiderio divenuto insaziabile. Non è questa la strada dell'appettito "normale", non nevrotico, che riesce a venire a patti col principio di realtà. La salvezza sta nella capacità di posticipare (ancora di rapporto col tempo dunque si tratta), rinviare la soddisfazione del desiderio fino a quando sarà possibile esaudirlo. E' questa la via che a Sissa sembra l'unica percorribile, "il solo modo onesto di trattare con il desiderio", perché non ogni desiderio funziona come una tossicomania, ossia non è sempre insaziabile. E per condurre questa trattativa è necessario "schierarsi dalla parte delle cose", ossia confidare nella loro capacità di soddisfarci offrendoci un godimento positivo, e non semplicemente fornendoci rimedi a una mancanza.
Un invito da condividere, ma da riproporre entro un quadro di problemi forse meno alleggerito di quello sul quale il saggio si chiude. "Schierarsi dalla parte delle cose" se deve implicare un mutamento nel nostro rapporto con esse (tutte, droghe incluse), deve anche presupporre la capacità di stare di fronte al vuoto, al manque, di astenersi dal "consumo" delle cose, di interrompere un rituale che le sacrifica in nome di un vuoto che esse, per essenza, non possono colmare.

spot antagonista

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eroina in galera

Eroina. Sollicciano/Firenze. 38% di tossicodipendenti, oltre un terzo dei detenuti
 
Italia. Sollicciano/Firenze. Garante: 38% di tossicodipendenti Il 66% della popolazione detenuta a Sollicciano e' costituita da stranieri, in maggioranza extracomunitari, i tossicodipendenti sono il 38%, dei quali il 23% in trattamento metadonico e il numero delle detenute donne e' in media intorno alle 70-80 unita'. Sono alcuni dei dati che fotografano la situazione del carcere fiorentino, contenuti nella relazione annuale che Franco Corleone, Garante per i diritti dei detenuti, presentata oggi in Consiglio comunale.
Le presenze a Sollicciano si sono stabilizzate su circa 700 unita', cifra che si situa a meta' tra il livello dei 1.000, prima dell'indulto, e i 500 immediatamente dopo la sua approvazione. Dalla relazione emerge che, dall'emanazione del provvedimento di indulto al 3 dicembre 2007, sono stati 'dimessi' 582 detenuti, dei quali 400 con procedimento definitivo (157 italiani, 243 stranieri e 182 per revoca della custodia cautelare). Sono invece 137, quelli che hanno fatto rientro dal febbraio 2006 al dicembre 2007.
'Dopo un anno e mezzo dall'indulto - si legge nella relazione - constatiamo una recidiva del 22,12% degli indultati usciti dal carcere, rispetto a quella del 68,5% di chi sconta la pena fino all'ultimo giorno. La previsione dei 'corvi' che giuravano che in poco tempo tutti i detenuti usciti sarebbero rientrati, si e' rivelata fallace'.

   
 

roba e alcol

Ciao mi chiamo Sara, ho 20 anni e abito in provincia di Siena...

Da 8 mesi ho smesso con la roba.. Anche se dall'età di 13 anni non ho mai passato una serata senza alcool..

Probabilmente la mia, è una storia come tante altre, dove ad un certo punto della vita incominci a cercare cose o qualcosa che non c'è..

Io ho sempre creduto nell'amicizia e forze speravo di trovarne delle buone.. All'età di 14 anni ho perso un mio carissimo amico in un incidente stradale... Era più grande di me, aveva 21 anni, e anche lui non aveva avuto una situazione facile in famiglia..

Mia madre all'età di 12 anni ha scoperto che mio padre aveva un'altra donna...Così ho viisto e provato il dolore che affliggeva mia madre ogni giorno che vivevo.. Cercando un pò di sollievo e tranquillità come se da un fratello, ne parlavo con lui... mi sapeva consigliare... mi seguiva in ogni momento perchè forze si vedeva in me, piccola, sola e con tante domande..

Lui faceva parte del gruppo del fratello di una mia amica conosciuta fin da piccola, con cui ho incominciato a girare fino al maledetto giorno (2003)... Poi dopo la sua scomparsa ho incomincato a sbattermi della mia vita e soprattutto della mia famiglia.. Frequentando un altro gruppo nuovo ho scoperto altre droghe ( perchè fino ad allora fumavo solo canne)...

Poi  il 30 dicembre 2004 insieme ad un'altra ragazza non ho provato l'eroina e da li è inziata quella strada che   non finiva mai per arrivare fino  ad oggi, dove prendo psicofarmaci per andare avanti, per nn avere paura e per essere più forte,,so che ce la farò anche se ancora la situazione nella mia famiglia non è ancora  risolta...

 

Costa poco, 30 euro al grammo

"Ho 23 anni, tre di ero. Da piccolo vedevo i ‘fattoni´ a S.Frediano e pensavo: io mai". "Tunisini, albanesi, in giro trovi loro: io andavo alla stazione o in San Lorenzo". "Il mercato ha deciso di sdoganarla: e poi ora si fuma, se fai a meno dell´ago fa meno paura"
di Benedetto Ferrara

Ha ventitrè anni, mani elettriche, parole veloci, la camicia giusta e le scarpe pure. Sta scappando dalla droga «perché ho voglia di iniziare a vivere davvero», sta cercando la luce «perché del buio non ne posso più». Trenta ml. di metadone al giorno forse per un anno. Lui, che chiameremo Francesco, dice che ce la farà. «L´ho deciso un giorno, all´improvviso. Non che non ci avessi mai pensato, ma certe scelte arrivano solo quando capisci che se non è ora allora potrebbe non essere mai più. Basta con l´eroina, mi sono detto. E ora sono qui che lotto».

«Tre o quattro anni fa la pagavi più o meno cinquanta euro al grammo. Ora la trovi a trenta. Parliamo di Brown, non della bianca. Quella è davvero rara e se la trovi di solito è roba che arriva da Napoli. Psicofarmaci tritati, tanto per capirci».

Nella testa del genitore di un adolescente l´eroina è la droga dell´emarginazione, dell´autodistruzione, il documento di identità che ti spedisce ai margini del mondo. O, a Firenze, sotto l´arco di San Pierino, tanto per fare un esempio.
«Anche nella mia testa era così. Ero piccolo, ma mi ricordo bene i "fattoni" del mio quartiere, San Frediano, quelli che quando mio padre posteggiava la macchina doveva stare attento a non tirarli sotto. Erano tutti lì, seduti o stesi sul marciapiede a infilarsi l´ago nel braccio. Ho sempre pensato: io non sarò mai uno di loro. Poi però un giorno l´ho provata anche io. Ero a Bologna, avevamo tirato la coca e una mia amica mi ha detto: vuoi provare? Ho pensato: beh, se la sniffo non sarà come bucarsi. Insomma, non sarò mai uno di quelli».

E poi?
«Poi lo diventi comunque. Sniffandola o fumandola riesci a gestirti meglio, a sentirti per un po´ uno normale: vai a lavorare, o all´università. Ma la verità è che dopo un po´ senza l´eroina non ti alzi più dal letto e ti ritrovi a frequentare sempre lo stesso giro».

Un giro che si sta allargando.

«Oggi puoi trovare gente davvero insospettabile: professionisti, commessi, facce da bravi ragazzi. Perché se puoi fare a meno di un ago ti fa meno paura. E´ così. Da quello che ho letto mi sono fatto l´idea che tra gli anni settanta e gli ottanta l´eroina abbia fatto a pezzi una generazione. La sua criminalizzazione di fatto ha finito per sdoganare le altre droghe, almeno nel cervello di tanti. La mia impressione è che oggi il mercato della droga abbia deciso di sdoganare anche l´eroina».

Nel film "American Gangster" a un certo punto qualcuno dice una frase del tipo: "Sono riusciti ad allargare il mercato dell´eroina anche ai bianchi, quelli che se la fumano perché mai e poi mai se la sparerebbero in vena".

«Più o meno sta accadendo la stessa cosa».

E da chi la compravi la roba?

«Tunisini, albanesi, ma questo non significa che gli italiani siano fuori dal giro».

E dove si trova?
«E´ un mercato che si sposta. Io andavo alla stazione, dalle parti della pensilina, oppure in San Lorenzo. Ma quando conosci uno spacciatore lui ti lascia il numero perché sa che tanto lo richiami e allora fissi dove vuoi».

Spagna - Per la terapia, eroina o metadone?

 
A cinque anni dal clamore suscitato dalla decisione della Giunta d'Andalusia d'avviare un programma sperimentale di distribuzione d'eroina per curare i dipendenti dalla sostanza, il dibattito si e' sostanzialmente affievolito in Spagna e, in Europa, e' stato ricondotto a un ambito medico, pero' continua a essere vivo. Oggi, molti esperti considerano che l'opzione possa essere valida solo per pazienti molto determinati, con condizioni di vita deteriorate, che hanno fallito ripetutamente con il metadone, e sempre finalizzata a ridurre il danno ma rinunciando all'idea che possa sconfiggere la dipendenza. Dopo le esperienze effettuate negli ultimi anni sia in Spagna sia in Paesi con piu' tradizioni in questo campo, come Gran Bretagna, Olanda o Svizzera, la controversia a livello scientifico rimane. In questa settimana, la prestigiosa rivista British Medical Journal pubblicava nelle prime pagine un dibattito di esperti sull'argomento, che rivela come il consenso sia lungi dall'essere acquisito. Due di loro, Juergen Rehm e Bennedikt Fischer, del Centro di tossicodipendenza e salute mentale di Toronto (Canada), si basano su vari esperimenti clinici condotti negli ultimi anni in Olanda, Germania e Svizzera per sostenere che il trattamento con eroina "e' appropriato per gli eroinomani, sebbene a certe condizioni", giacche', tra le altre cose, riduce i tassi di mortalita' tra i pazienti. E non ritengono che la conduzione di questi programmi possa migliorare l'immagine che si ha della sostanza, come e' stato dimostrato in Svizzera, dove gli indici di dipendenza si sono ridotti da quando sono state fatte le sperimentazioni e, infatti, la droga ha cattiva stampa oggi piu' di quindici anni fa. Viceversa, il ricercatore dell'Universita' di Glasgow, Neil McKeganey, sostiene che quel tipo di programma risponde piu' all'esigenza delle autorita' di dare una qualche risposta ai problemi sociali causati dal consumo d'eroina, che non offrire un trattamento reale ai pazienti, i quali non vedono migliorare il loro stato di salute ne' mostrano un minor tasso di dipendenza. Comunque, come spiega Jose' Maria Tortosa, direttore del centro della ONG di Granada Proyecto Hombre, non si deve dimenticare che questi programmi sono rivolti a una popolazione esigua e marginale, che vive in "condizioni pessime", e che l'obiettivo principale e' la riduzione del danno, piu' che il superamento della dipendenza. A cio' s'aggiunga, secondo il direttore della rivista Adicciones, lo psichiatra Amador Calafat, la difficolta' di reclutare pazienti per la sperimentazione e per farli rimanere, giacche' "manca la disciplina". D'altra parte, sia Calafat sia Tortosa, pensano che sia necessario rimanere vigili di fronte alla leggera ripresa dell'eroina, in Spagna, tra studenti delle superiori; bisogna evitare che in futuro il suo consumo torni a crescere. (LasDrogas)

Baby eroina

 (...) Dimenticate i tossicomani con il maglione arrotolato, il laccio emostatico e la siringa nel braccio. La tragedia dei minorenni italiani è ancora invisibile. Si chiama brown-sugar: eroina da sniffare o da inalare sulla carta stagnola. La scaldano sulla fiamma di un accendino, nascosti in casa, in discoteca o nei bagni della scuola. Basta poco. Niente ago, niente paura dell'Aids, niente buchi sulla pelle. Il passaparola del sabato sera dice che non è pericoloso, che non c'è rischio di overdose, né di dipendenza. Ma l'eroina è la bestia di sempre. Un viaggio da cui è faticoso tornare. E i risultati di questo boom di consumi, esplosi negli ultimi sei mesi, sono spaventosi.

A Verona il Sert, il servizio per le tossicodipendenze, da pochi giorni ha in cura una ragazzina di 12 anni e mezzo. A Padova da qualche settimana si stanno occupando di due adolescenti di 16 anni. E di quattro ragazzine che fumavano eroina tutti i giorni: una di 14 anni, una di 15 e due di 17. Al Sert di Teramo durante il 2007 si sono presentati quindici minorenni, alcuni di 13 e 14 anni. Tutti con gli stessi sintomi di dipendenza da eroina. Stesse storie in Piemonte, in Toscana, in Liguria, a Napoli. 

L'importante è che il mercato rimanga sommerso. E le cinque overdose in pochi giorni tra Natale e Capodanno a Roma sono un incidente: quattro morti per eroina, insieme a un collasso per uso di ecstasy. "Eroina troppo pura", dicono gli investigatori. Chi se l'è iniettata non lo sapeva. Per evitare allarmi che potrebbero ostacolare il mercato, i trafficanti di solito riducono il principio attivo nelle dosi con prezzi da tempo fermi a 30 euro al grammo. Secondo le analisi sulle partite sequestrate, si è scesi da un rapporto di 1 a 2 di eroina sul totale della dose aun rapporto di 1 a 5. Il resto è composto, nel migliore dei casi, da latte in polvere per neonati. A volte è stata trovata calce. Questo calo di principio attivo riduce l'impatto della sostanza sui nuovi consumatori, ritarda i sintomi più forti della dipendenza. E, per gli spacciatori, garantisce un equilibrio interno alle gerarchie criminali: riducendo i margini di taglio dell'eroina e quindi di guadagno, i pusher di strada, che nelle grandi città sono in maggioranza nordafricani, hanno meno risorse per armarsi e tentare la scalata ai livelli superiori.

Chi muove il mercato della droga sa che conviene poco proporre eroina ai ragazzi tra i 25 e i 30 anni. A meno che non siano vecchi consumatori: chi ha più di 25 anni o ha già usato l'eroina o non la usa più. Meglio puntare sui più giovani, tra i 14 e i 20 anni, che non hanno assistito alle stragi dei primi anni Novanta per overdose, epatite e Aids. E quindi sono più vulnerabili. Anche perché il passaggio da una droga all'altra, insieme con l'abuso di alcolici, è la caratteristica principale del nuovo consumo. Molti di loro fumano già abitualmente hashish (i consumatori di cannabis entro il 2010 potrebbero salire del 30 per cento secondo l'osservatorio milanese) e cocaina (è previsto un aumento del 40 per cento che porterebbe i cocainomani al 3 per cento della popolazione italiana tra i 15 e i 54 anni). (...)

Per leggere tutto l'articolo: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Baby-eroina/1953967&ref=hpstr1

 

tossicodipendenze e carcere

CARCERI: SAPPE, UN DETENUTO SU 4 E' TOSSICODIPENDENTE

Nelle carceri italiane un detenuto su 4 e' tossicodipendente, con una elevatissima percentuale nazionale media del 24 per cento (pari a 10.275 persone) sui circa 44 mila detenuti presenti alla data del 30 giugno scorso, quasi tutti eroinomani. E' quanto rileva il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, osservando che tale percentuale supera il 30% dei presenti in Molise (63 detenuti) e Lombardia (2.220) e che sfiora addirittura il 40% nel Lazio e in Sardegna (rispettivamente 37,98% e 37,76% con 1.678 e 449 detenuti). Contenuta, anche per ragioni di oggettiva difficoltà di trasporto e contrabbando, la presenza di detenuti alcooldipendenti, pari a 897 per una percentuale nazionale media del 2% (sono Trentino Alto Adige e Sardegna le regioni d'Italia con la percentuale piu' alta in proporzione ai ristretti presenti, rispettivamente il 4,80% - 11 detenuti - e il 4,21% - 50 unita'-).

Italia all'ultimo posto in Europa in terapia contro il dolore

Secondo i dati più recenti, i malati italiani soffrono e a loro non viene data alcuna terapia per alleviare le sofferenze. Pensate che ogni anno la spesa pro capite in Italia per i maggiori oppioidi è pari a 0,52 euro: in Germania, ad esempio, è pari a 7,25 euro, e in Danimarca 7,14.
Nel 2005 in Italia si sono consumate 22 milioni di dosi di oppioidi, che servono per controllare il dolore di 60mila pazienti. Ma in Italia ogni anno muoiono di cancro oltre 150mila malati. E più del 70% di loro soffre dolori incoercibili.
Di conseguenza, in base al consumo di oppioidi nel 2005, si può affermare che ad ogni paziente italiano con dolori intollerabili è stata somministrata, in media, una dose di oppioide ogni tre mesi. Altro che giornaliera!
Una recente analisi dell'Organizzazione mondiale della sanità sottolinea come nel 2004 l'uso di morfina annuale pro capite in Italia era di 5,32 milligrammi, mentre in Austria era di 115,7.
Ancora oggi purtoppo l'uso dei farmaci oppiacei non è entrato nella cultura medica. Si pensa che equivalga a drogare i malati, e per questo i nostri medici se ne astengono da un uso razionale.
Ringraziamo dunque ancora una volta l'ideologia proibizionista, che impedisce o rende difficile persino ai malati curarsi con derivati dell'oppio e della cannabis.

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