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L’oppio si ottiene incidendo le capsule non ancora mature del Papaver Somniferum (papavero sonnifero) e lasciando essiccare al sole la resina che ne fuoriesce.

L'oppio grezzo contiene circa 20 tipi di alcaloidi, composti organici azotati dotati di elevata azione farmacologica a livello del sistema nervoso.

Tra questi alcaloidi sono presenti alcune sostanze di diffuso uso clinico nella terapia del dolore come la codeina, la papaverina, la narcotina. L'alcaloide principale dell'oppio è la morfina. Per le sue elevate propriet...

Gli oppiacei sono dei potenti analgesici, le proprietà  euforizzanti ed anestetizzanti  procurano un senso di rilassamento, distacco dalle proprie emozioni ed indifferenza rispetto a qualsiasi percezione negativa.

Il nostro cervello è capace di produrre autonomamente sostanze oppiacee dette endorfine, che hanno effetti inibenti e depressori sul Sistema Nervoso Centrale.

L’oppio e i suoi derivati agiscono con meccanismi molto simili a quelli delle endorfine anche se gli effetti prodotti sull’organismo sono molto più forti.  ...

L'uso dell'oppio è attestato sin nei primi testi scritti prodotti dall'uomo. Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri indicavano, già nel 4000 a.C., il papavero da oppio stava per pianta della gioia dimostrando così come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscessero bene le proprietà euforizzanti del succo di tale pianta.

Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il...

Quando si parla si sostanza psicotrope illegali l’eroina non è semplicemente una sostanza tra le altre, ma la sostanza. E’ attraverso l’esplosione dell’emergenza sociale dovuta alla diffusione dell’eroina agli inizi degli anni ottanta che la gran parte dell’opinione pubblica viene a contatto col problema “droghe” ed è su quel tipo di emergenza che si sono organizzate le risposte delle istituzioni.  
Ad essa è legata indissolubilmente la figura del tossico, prototipo vivente degli effetti di emarginazione...

Novità eroina

L'amore e le droghe non saranno mai amici

Lo conobbi durante un viaggio: lui era l'autista e io una ragazzina che si era concessa il piacere di un viaggio. Forse cercavo me stessa, o forse, fuggivo dalla mia vita. Non importa. Quattordici anni di differenza tra me e lui. Inizialmente io vedevo solo un ragazzo attraente e interessante, nulla di più, anche se con il senno di poi, ho potuto constatare che non si trattava di un semplice ragazzo. Con il tempo, abbiamo continuato a sentirci, ci siamo visti e siamo caduti fisicamente in tentazione. Lui, dopo anni passati a fuggire era riuscito a parlare al mio cuore..ma purtroppo a distanza di tempo inizio ad avere paura. Paura per quello che, inconsciamente ho sperato e creduto fosse tale, ma che in realtà non passerà mai. Lui era "uscito" da 10 anni di eroina..ma sentivo che qualcosa non andava. La battaglia che pensavo avesse vinto mi sembrava ancora troppo reale e presente e mi spaventava. Tutt'ora mi terrorizza..nonostante abbia smesso con le droghe..ha iniziato con l'alcol. Non so se sono in grado di sopportare l'incoerenza che lo caratterizza quotidianamente, l'ipocrisia, le bugie, le promesse infrante..e la consapevolezza che io non sarò mai l'unica scelta ma solo un ripiego ai suoi capricci di tossico e/o alcolizzato. Lo amo tanto, e non posso a fare altro che assistere alla sua disfatta perché non ho idea di come aiutarlo. Ieri notte, mi sono svegliata di colpo e ho guardato il telefono: avevo 3 suoi messaggi in cui mi comunicava che era sbronzo e che stava male..e quindi, mi son trovata virtualmente, per tutta la notte, a fare la parte della ragazza che tiene la testa del suo uomo mentre vomita l'anima e getta al vento madonne. Il bello? È che io ho lo stesso valore nella sua vita di un soprammobile è che nonostante tutto, passo ogni santo giorno a ricordargli quanto vale e quanto lui sia straordinario..sperando di riuscire a parlare al suo cuore come lui ha fatto con il mio. L'amore e le droghe..non saranno mai amici.

Pakistan. La devastazione dell'eroina sulla rotta dei trafficanti. E la cocaina...

 

 Tra due camion su una vecchia ferrovia abbandonata di Karachi, costellata di rifiuti incandescenti, alcuni adolescenti “si fanno” sotto gli occhi stanchi di bambini che stanno andando a scuola. Punto di smistamento dell'eroina afghana, il Pakistan e' diventato dipendente a questo oppiaceo nel bel mezzo di una epidemia di Aids. E la situazione non fa che aggravarsi con la produzione record di oppio di quest'anno (5.500 tonnellate), ingrediente base dell'eroina, nei campi afghani proprio prima del ritiro delle forze Onu previsto per il 2014. L'Afghanistan produce il 90% dell'oppio mondiale. E circa la meta' della produzione transita attraverso il Pakistan prima di essere esportata clandestinamente in Europa o Asia, nascosta essenzialmente in grandi container che partono da Karachi, porto tentacolare di 20 milioni di abitanti sul mar d'Arabia.
Ma la droga non solo passa attraverso il Pakistan: una parte ci resta e aggrava le ferite già aperte della miseria. Il Paese, 180 milioni di anime, conta ormai piu' di un milione di consumatori di eroina, la meta' dei quali la assume per via endovenosa. “A Karachi trovate tutta la droga che volete”, dice Shahzad Ali, con lo sguardo da folle e la mano sinistra gonfia per le continue iniezioni. Come altri, cammina barcollante sulla vecchia ferrovia del quartiere Musa Colony dove dei giovani abitualmente “si fanno” vicino a monticelli di immondizia ancora fumante che altri disgraziati selezionano in cerca di tutto cio' che potrebbe essere consumato o rivenduto. Seduto dietro la finestra della sua clinica mobile, Mohammad Imran distribuisce, per conto dell'ONG Pakistan Society, delle siringhe nuove ai drogati. Ex-ricercatore tra i rifiuti e rivenditore, ha fatto anche lui il medesimo percorso durante gli ultimi anni, travestito da donna, prima di smettere. “Io sento cio' che loro sentono, io comprendo i loro problemi”, dice con un soffio di voce questo cinquantenne testimone della crescita dell'eroina nei quartier sfavoriti dove una dose costa oggi solo 50/100 rupie (35/50 centesimi di euro), una piccolissima parte di quanto costa in Occidente. “Il Pakistan, Paese di transito, e' diventato nel corso del tempo un consumatore”, conferma Cesar Guedes, capo dell'agenzia Onu di lotta contro la droga (Unodc) in Pakistan. “I trafficanti sono pagati in contanti e poco”, spiega. 
Scambi di siringhe e Aids, un cocktail tossico
Se Imran si e' bucato per venti anni, oltre a battere il marciapiede, non si e' mai contagiato con l'Aids, e per questo ringrazia il cielo. Il virus non ha fatto altrettanto con Tarek Abbas, eroinomane con le guance scavate, un respiro rauco come granulare, a guisa di voce. Diagnosticato come sieropositivo da due anni, oggi conduce la sua vita come un fardello tra le strade di Karachi. “La mia famiglia mi ha abbandonato, le persone non vogliono piu' sedersi con me... vorrei semplicemente suicidarmi, ma e' 'haram', un peccato per l'Islam”,  confida. Tarek non e' solo. Nel “Paese dei puri”, circa il 30% degli eroinomani per via endovenosa e' sieropositivo, una delle percentuali piu' alte al mondo, rispetto all'11% del 2005. Per tentare di far fronte alla crisi, alcune ONG distribuiscono siringhe nuove nei quartieri poveri di Karachi. “All'inizio le persone dicevano che promuovevamo la droga, ma poi hanno compreso che gli eroinomani trovano sempre un modo per avere la loro dose fissa”, spiega la dottoressa Maria Atif, piccola donna luminosa col viso circondato dal velo che lavora con la Pakistan Society. Alcuni eroinomani passano ogni giorno nei loro uffici per rifornirsi di siringhe e preservativi, lavarsi, bere del té e concedersi una pausa salutare prima di ributtarsi nei meandri di una citta' in preda a tutti i traffici che fanno guadagnare una sanguinante guerra di bande.
Eroina contro cocaina, il “new deal”
All'ombra di questa situazione di crisi, Karachi e' diventata, nel corso degli ultimi anni, il teatro di un nuovo crocevia tra l'eroina afghana destinata ad Europa ed Asia, e la cocaina importata dall'America del sud. Nel 2010, le autorita' pakistane hanno sequestrato per la prima volta della cocaina, ben 226 chili, che ha dato fiato alle voci di una collaborazione tra i cartelli latino-americani e i baroni pakistani della droga, come i talebani che si finanziano in parte con questo traffico. Eroina e cocaina arrivano in sacchi grossi e si incrociano nel porto di Karachi. “Si tratta di un baratto?”, si domanda Akbar Khan Hoti, capo dell'unita' antidroga del ministero dell'Interno. Nel primo porto del Pakistan, le dogane locali dispongono di un solo cane da sniffo per la droga, secondo quanto dicono alcune fonti interne, e mancano incredibilmente degli scanner giganti in grado di filtrare il contenuto dei 3.000 container che vi transitano quotidianamente.
Dall'inizio dell'anno, “piu' di una tonnellata di cocaina”, secondo Hoti, e' stata sequestrata nel porto di Karachi, indice di una crescente domanda per la polvere bianca nel “Paese dei puri”. Ed ogni fine settimana, tra i ricchi di Karachi, alcuni giovani pakistani fiutano delle linee di coca durante alcune feste d'élite o degli incontri in piccoli gruppi. “La cocaina e' definitivamente di moda, soprattutto presso i giovani di 25/35 anni, che cercano evasione. Non hanno altro da fare”, assicura Hussain (nome di fantasia, ndr), un giovane quadro tornato da qualche anno in Pakistan dopo aver studiato all'estero. “Da qualche anno, il consumo di cocaina e di anfetamine ha il vento in poppa presso i ricchi”, conferma un alto responsabile pakistano della lotta antidroga. A piu' di 10.000 rupie al grammo (70 euro), l'equivalente di un mese di salario minimo, i miraggi della cocaina restano inaccessibili a chi cammina a piedi nudi, dimostrazione della netta separazione tra classi sociali in un Paese a livelli feudali dove ognuno scappa dalle proprie opposte realta', che si incrociano senza mai toccarsi.

(articolo di Guillaume Lavallée del 15/12/2013, per l'agenzia France Press - Afp)

Uscire dalla droga con il metodo Perry

 

L'attore di "Friends" in cattedra a Roma sulla disintossicazione.

Oltre 2 milioni e 300 mila persone tra i 15 e i 64 anni in Italia fanno uso (abituale o occasionale) di droga, tra queste 520 mila hanno bisogno di disintossicarsi. Uno che ce l’ha fatta è l’attore Matthew Perry, il  Chandler Bing della celebre sit-com “Friends”, che oggi sale in cattedra a Roma. Nella sede della Scuola Nazionale dell’Amministrazione parlerà ai funzionari dei governi di 14 Paesi dell’area mediterranea (dal Marocco all’Ungheria passando per Malta) nell’ambito del corso internazionale sulle strategie efficaci contro la droga.

"Felice di fare qualcosa per gli altri"

L’attore 44enne ha raccontato più volte ai media americani il suo calvario nel mondo delle tossicodipendenze. «Senza droga non mi alzavo dal letto. Ero così dipendente dagli oppiacei che non riuscivo ad abbandonare la mia stanza... Poi ho capito che sarei stato felice solo facendo qualcosa per gli altri», ha spiegato. Il primo ricovero nel 1997 a soli 28 anni in un momento d’oro della sua vita professionale, proprio quando “Friends” era all’apice del successo. Passato da un rehab all’altro, Perry ha lottato per anni contro la dipendenza da droga e alcol, iniziata assumendo antidolorifici a base di oppiacei dopo un incidente con la moto d’acqua.
Chiamato dal Dipartimento per le politiche antidroga (Dpa) della Presidenza del Consiglio dei ministri, oggi l’attore racconterà la sua esperienza come testimonial del sistema DrugCourt America, il tribunale statunitense che evita ai tossicodipendenti di scontare la pena in prigione dirottandoli alla cura in comunità.

Da villa a casa di recupero

Non solo testimonianze ma anche attività per debellare il problema.  Perry infatti, insieme Earl Hightower, medico specialista in dipendenze, ha fondato la Perry House, trasformando una sua proprietà di Malibu (California) in una casa per il recupero. Per questa iniziativa i due a maggio sono stati premiati alla Casa Bianca dal presidente Barack Obama. E L’Italia non è rimasta a guardare: «Oggi il nostro Paese - ha spiegato Giovanni Serpelloni, capo del Dpa - attraverso questo corso sta offrendo un modello di prevenzione che potrà essere adattato da tutti quei governi che ne faranno richiesta».

www.metronews.it/master.php


 

Buprenorfina, oppiaceo sostituto del metadone vs dipendenze: benedizione o no?

La buprenorfina è una benedizione o una maledizione? La molecola derivata dagli oppiacei è alla base dei farmaci Suboxone e Subutex, che vengono somministrati al posto del metadone nelle terapie di disintossicazioni da stupefacenti e alcol. Labuprenorfina insomma aiuta a combattere le dipendenze e limita i danni che la droga o l’alcolavrebbero sul cervello.

Una benedizione in apparenza per coloro che duramente combattono il lato oscuro della dipendenza da stupefacenti, una maledizione per chi invece la usa per “sballarsi” con tanto di ricetta medica. Se infatti laFood and Drug Administration, Fda, ha approvato il farmaco negli Stati Uniti e l’ha proposto come alternativa al metadone, i casi in cui giovani e meno giovani la utilizzano come droga legalizzata aumentano.Questa la denuncia di Deborah Sontag per il New York Times, che ha raccolto così le storie di chi grazie al Suboxone ha sconfitto la dipendenza, come il carpentiere e musicista Shawn Schneider, e chi invece ha trovato la morte per overdose, come il 20enne Miles Malone, che ha assunto il Suboxone a “fini ricreativi”. Nonostante luci e ombre danzino intorno al Suboxone, con giri d’affari che solo negli Stati Uniti hanno mosso 1,55 miliardi di dollari nel 2012, la sanità americana, spiega la Sontag, sponsorizza il farmaco come alternativa “sicura ed efficace” al metadone. Ma studi che provino quanto sostenuto, scrive il New York Times, non esistono. Esistono però le opportunità di lucro, con la casa farmaceutica Reckitt Benckiser che ha prodotto il farmaco che invita i dottori alla prescrizione di Suboxone e Subutex. Esiste poi l’euforia e la dipendenza prodotte dalla buprenorfina, che forse per chi ha dipendenze costituisce il male minore, ma che sicuramente non rappresenta la salvezza, come spiega anche Eric Wish, direttore del Center for Substance Abuse Research dell’Università del Maryland: “Studio da oltre 30 anni l’emergenza dei problemi legati alla droga negli Stati Uniti. La buprenorfina è l’unica droga che nessuno sembra voler vedere come un potenziale problema e di cui voglia conoscere gli effetti”. Il problema, quello vero, è che per chi propone il Suboxone alla dipendenza non esiste rimedio, spiega Nancy Campbell, storica delle politiche sulla droga: “La credenza diffusa è che chi ha una dipendenza non possa sconfiggerla, non hanno mai pensato che l’astinenza o il “Dire di no” potesse aiutare chi fa uso di stupefacenti. Così hanno cercato fortemente un’alternativa”. Così negli anni il Suboxone, quattro parti di buprenorfina e una di naxolone, antagonista degli oppioidi, è arrivato in commercio. Poi il Subutex, pasticca sublinguale a base di sola buprenorfina. Le alternative al metadone vengono così prescritte, seguendo regole, e divengono droghe legalizzate per cui c’è chi arriva a derubare le farmacie pur di averle. Alcuni degli utilizzatori sono riusciti a sconfiggere la dipendenza, altri no. Quel che di certo hanno questi farmaci è il guadagno e il giro d’affari miliardario, ma sostituire una dipendenza con una più leggera non potrà mai essere considerata del tutto una benedizione. Tra le luci e le ombre della dipendenza, il ruolo potenzialmente salvifico o meno della buprenorfina rimane nella penombra del dubbio.

www.blitzquotidiano.it/salute/buprenorfina-oppiaceo-sostituto-del-metadone-vs-dipendenze-benedizione-o-no-1723665/

Operazione Bluemoon - Eroina di Stato

Documento della Rai sull'operazione Bluemoon. Nel periodo più duro dello scontro di classe avvenuto negli anni 70, nelle piazze italiane fa la sua comparsa un nuovo tipo di droga "L'eroina". Un mare che avanza inesorabilmente, propagandato e pubblicizzato come atto liberatorio di fatto inghiotte e fagocita le coscienze e l'azione di migliaia di giovani militanti dell'autonomia (dopo il 77 il mare divenne un oceano) arrivando lì dove il bastone dello stato borghese non poteva colpire.

Contenuto Redazionale Don Armando Zappolini: "Ci risiamo, Serpelloni, anche senza Giovanardi, dà un'altra volta i numeri"

"Non tutti condividono l'atteggiamento punitivo del Governo, non tutti si mettono in riga!!

ROMA - “il Governo dà i numeri”. E’ l’accusa mossa a Giovanni Serpelloni, capo dipartimento politiche anti droghe, da Don Armando Zappolini, presidente del Cnca (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza), all’indomani delle critiche mosse dal Dipartimento nei confronti della regione Toscana, giudicata in ritardo sulle politiche di prevenzione e accusata di essere la regione italiana con il più alto numero di mortalità femminile per tossicodipendenza. Secondo Zappolini, “Serpelloni ha dato un’altra volta i numeri”. Dati falsati dunque, almeno secondo quanto detto da Zappolini, che aggiunge: “Ricordiamo i dati stupefacenti in cui annunciava, insieme a un sorridente Carlo Giovanardi, un crollo del consumo di droghe nel nostro Paese di cui nessuno tranne lui si è mai accorto”. 
“Ora il bersaglio è la regione Toscana – conclude Zappolini - e in particolare Arcangelo Alfano, che è anche il coordinatore del gruppo tecnico sulle dipendenze nella Conferenza Stato-Regioni. Serpelloni se ne faccia una ragione: non tutti condividono l'approccio duramente punitivo, avallato dal suo Dipartimento, che ha riempito le carceri di tossicodipendenti; non tutti si mettono in riga quando il suo Dipartimento fa e disfa. Alfano è uno di questi e per la sua indipendenza e competenza il Cnca gli rinnova la sua stima e il suo apprezzamento".

Contenuto Redazionale Serpelloni replica alle critiche della regione: “Nessuna predilezione in base all’orientamento politico delle istituzioni”

FIRENZE – “La Toscana ha sempre rifiutato di partecipare a qualsiasi nostro progetto”. E’ quanto afferma Giovanni Serpelloni, capo dipartimento politiche anti droga, all’indomani della diatriba tra le due istituzioni in merito alla prevenzione sulle droghe. 
“Su un totale di 221 progetti nazionali attivati e coordinati dal Dpa – spiega Serpelloni - partecipano ben 20 regioni ai coordinamenti o ai progetti nazionali, tranne la Toscana che si è autoesclusa”.
Serpelloni precisa che “non c'è, né c'è mai stata, alcuna predilezione a sviluppare collaborazioni in base all'orientamento politico ma solo sulla base della disponibilità dimostrata dalle singole regioni in relazione esclusivamente  alle loro libere scelte e priorità”. E poi, in riferimento ad alcune critiche mosse dalla Toscana, Serpelloni aggiunge: “Accusare di parzialità politica il Dpa perché porta in evidenza, peraltro in sede tecnica e su dati forniti dalla stessa regione, problematiche rilevanti su cui discutere e riflettere ci sembra un paradosso”.
Inoltre Serpelloni conferma che “i dati di mortalità” per uso di droga “dimostrano che il fenomeno è in crescita in questa regione. Purtroppo uno degli incrementi dei decessi più elevati in Italia dall'anno scorso si è rilevato proprio in Toscana”. 

Contenuto Redazionale La replica della regione: “Dati falsi. Il Governo ci attacca perché siamo di sinistra”

 FIRENZE –  Secondo la regione, “la Toscana viene presa di mira dal Governo perché è una regione di centro sinistra e i rapporti tra il Dipartimento e le regioni sono buoni soltanto laddove governa il centro destra”. Quanto ai dati diramati, “sono numeri che vengono rielaborati a piacimento dal dipartimento” e non “è vero che la Toscana è maglia nera in Italia”. Nello specifico, “non ci risulta – spiegano dalla regione – che in Toscana la mortalità femminile per droga è più alta che altrove”. Per quanto riguarda i test Hiv, “i Sert li propongono sempre ma spesso e volentieri sono gli stessi tossicodipendenti che sono restii a farsi fare i test, e preferiscono magari farli nei reparti di malattie infettive”.

Il Dipartimento politiche anti droga nel corso di un convegno aveva attaccato la Toscana. Secondo Serpelloni “la Toscana  è maglia nera d’Italia in materia di lotta alla droga e non partecipa da ormai cinque anni ai tavoli di coordinamento nazionale, dove invece sono presenti quasi tutte le altre regioni”.

Per avvalorare questa tesi, il dipartimento governativo ha presentato una serie di dati che evidenziano il presunto ritardo della Toscana. Innanzitutto i dati relativi al consumo di sostanze stupefacenti in base alle analisi delle acque reflue, secondo cui Firenze è la prima città in Italia per consumo di cocaina. 

Oltre a questi dati, già presentati nel maggio scorso, secondo il dipartimento anti droga “in Toscana c’è un problema di scarsa esecuzione del test Hiv nella popolazione tossicodipendente” visto che “la percentuale degli utenti che non sono stati sottoposti a test Hiv ammonta in Toscana presenta all’86,6% di tossicodipendenti afferenti ai servizi, a fronte di una media nazionale del 69,5%”.
Inoltre, sempre secondo il dipartimento antidroga, in Toscana si registrano più casi mortali di intossicazione acuta: la Toscana registra un tasso di mortalità medio dell’1,6 per 100.000 residenti e quindi superiore alla media nazionale che risulta essere dell’1,0/100.000 abitanti. Da segnalare che per le donne si registra il tasso più alto nazionale di mortalità per intossicazione acuta da sostanze stupefacenti  con un valore di 0,7 (x 100.000. ab.) a fronte di una media nazionale del sesso femminile di 0,2 (x 100.000. ab.).

 

 

 

Contenuto Redazionale Firenze e la Toscana capitali della cocaina e dell'eroina

Serpelloni, capo del dipartimento antidroga: La Regione Toscana ci snobba ancora

FIRENZE capitale della cocaina e dell'eroina. Tutta la Toscana, poi, in controtendenza rispetto ai trend nazionali sulle droghe. Perché mentre in Italia si registra un calo nei consumi di sostanza stupefacenti, nella nostra regione la voglia di sballo è in crescita, anche per la diffusione delle smart drugs. Non solo. Da noi c'è il tasso più alto di mortalità femminile per overdose, e i tossicodipendenti sieropositivi stanno di nuovo aumentando, sono il 10,2% contro una media nazionale dell'8,3%, ma soprattutto quasi mai vengono sottoposti ai test per rintracciare Hiv ed epatite quando si rivolgono ai Sert.

Colpa «dell'inerzia all'interno delle strutture sanitarie», dice Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento nazionale antidroga e «della Regione e di chi si rifiuta di partecipare agli oltre 200 progetti avviati dal governo per la prevenzione». Un atto d'accusa senza precedenti. Eppure, a guardarli così, i dati forniti ieri dall'organo governativo in un convegno a Careggi racconterebbero di un'emergenza. Molti sono già noti, e riguardano il consumo di droga rilevato in 17 città italiane nel 2012 attraverso le analisi delle acque reflue. Firenze è la città in cui si sniffa di più, da 4,9 dosi giornaliere su 1000 abitanti è passata a 9,5 dosi, davanti a Napoli (9,1 dosi), Roma (8,7) e Milano (6,5). Sembra riesploso, inoltre, l'uso di eroina: in un anno si è passati da 3,4 a 8,3 dosi al giorno, mentre la media italiana è di 2 dosi. Ma a bruciare di più sono i numeri sull'attività dei Sert. In Toscana l'86% dei tossicodipendenti - dicono i dati del dipartimento - non viene sottoposto allo screening per l'Hiv (in Italia la media del no-testing è del 69,5%), il 92,1% a quello per l'epatite B, il 90% a quello per le C. «Eppure sono test banali ma importanti, per ridurre il rischio di contagio e impostare terapie coerenti», continua Serpelloni, voluto alla guida del dipartimento nell'ultimo governo Berlusconi da Carlo Giovanardi. «Dispiace che uno nel ruolo del dottor Serpelloni - ribatte l'assessore alla salute Luigi Marroni - si scagli in un attacco frontale con dati così sensibili, dobbiamo verificarli ma non ci risultano.

Intanto perché chi si rivolge ai Sert si rifiuta di sottoporsi agli screening, che di solito vengono eseguiti nei reparti di malattie infettive». In Regione le stilettate del dipartimento paiono soprattutto come l'ultimo atto di un lungo braccio di ferro: «Le accuse sono rivolte ad Arcangelo Alfano, il nostro dirigente, che da sette anni coordina il gruppo tecnico sulle dipendenze nella conferenza Stato-Regioni, che su impulso del presidente Vasco Errani vorrebbe riportare ad essere la sede naturale in cui discutere i piani nazioali. Che la Toscana poi sia maglia nera sulle politiche antidroga è quantomeno azzardato, visto che è capofila in nove progetti nazionali».

Tutte cavolate

E' "stupefacente" quante cavolate scrivete, sull'uso del metadone: "meglio morire, una schiavitu'" e tante altre ca...te che ho letto, in questa discussione sinceramente senza senso. voi sapete tutti a cosa vi serve il metadone "usato come Terapia", certo era meglio quando rubavate ai negozi, nei portafogli dei vostri genitori o delle vostre compagne o quando vi prostituivate per procurarvi le sostanze. Il metadone vi ha ridato una dignità vi ha permesso ora di discutere all'interno di un forum invece di stare fuori a svoltare. Non e' certo la soluzione ma e' sicuramente il primo passo, poi c'e' la comunità anche per soli 6 mesi, ci sono le famiglie alle quali bisogna parlare del vostro "anzi del problema", perché se c'e' un problema non e' solo vostro ma di tutte le persone che vi circondano, che soffrono insieme a voi anche se non ve ne accorgete perché accecate da voi stessi dall'eco e dalla proiezione che vi siete fatti di voi stessi. Ma non siamo nell'800 siete consapevoli delle vostre possibilità, di dove eravate, di dove siete e di cosa bisogna fare per uscirne.
Basta raccontarsi storielle con il rivotril il minias ed altre robacce sapete benissimo che provocano dipendenza peggio dell'eroina, quindi io credo che ognuno di voi sa bene cosa deve fare per smettere "se lo vuole", quindi muovetevi, se volete, uscirne, siate all'altezza della situazione chiedete aiuto alle vostre persone care ed affrontate il problema.

le truppe NATO e l'Afghanistan...

Ci sono storie che qualcuno preferisce dimenticare. Come quella dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli: prima donna parà d’Italia, eroina nazionale divenuta eroinomane in caserma, finita in carcere due anni fa per spaccio dopo aver denunciato il giro di droga tra i soldati reduci dell’Afghanistan che se la riportano in Italia di ritorno dalla missione. Una denuncia clamorosa cui le autorità militari italiane non hanno dato seguito, com’è accaduto per analoghe inchieste estere sul coinvolgimento di militari Nato nel traffico di eroina dall’Afghanistan. Un paese che in dodici anni di occupazione occidentale ha visto regolarmente aumentare le produzione di oppio. Quest’anno si è raggiunto il record storico, secondo l’ultimo rapporto dall’agenzia antidroga dell’Onu: tutti evidenziano l’aumento della coltivazione di oppio nelle regioni sotto controllo della guerriglia talebana (+34% in Helmand, +16% a Kandahar), ma nessuno nota che nella provincia di Kabul, sotto diretto controllo del governo centrale, la produzione è aumentata del 148%. E l’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina del mondo.

LA STORIA DI ALESSANDRA, LA PRIMA PARA’ DONNA IN ITALIA. Alessandra portava i capelli castani aggrovigliati in una criniera di dreadlock e il piercing al naso. Suo padre, ufficiale dell’esercito, non approvava. Ma lei era una ragazzina ribelle. Sognava di fare l’artista e coltivava la sua passione nelle aule del liceo artistico Paul Klee di Genova, la sua città. Con il passare del tempo, però, il suo spirito alternativo l’ha allontanata anche da questo ribellismo convenzionale, spingendola alla ricerca di qualcosa che fosse veramente fuori dagli schemi. “Volevo fare qualcosa di diverso e di più utile rispetto alle mie coetanee”, racconterà in seguito. Così a 19 anni, dopo l’esame di maturità, si è rasata i capelli, si è tolta l’orecchino dal naso e, per la gioia di suo padre, si è arruolata nell’esercito. Non in un corpo qualsiasi, ma nella brigata Folgore, diventando la prima donna paracadutista d’Italia. Non è stata facile, ma lei ce l’ha messa tutta e ha fatto rapidamente carriera: ha preso i gradi di caporalmaggiore ed è stata inviata in missione all’estero: prima in Kosovo, poi in Libano, e perfino in Iraq, a Nassiriya. I giornali la intervistavano spesso: era diventa una specie di leggenda, un’eroina nazionale. Ma la vita in missione era dura, soprattutto per una donna, e lei pian piano iniziava a sentire il peso della sua scelta.

Nel 2007, nella caserma Vannucci di Livorno, Alessandra si trovava insieme ai suoi compagni, reduci dall’Afghanistan. Le hanno offerto di fumare con loro: eroina, purissima, afgana. Per il caporalmaggiore Gabrieli è stato l’inizio della fine. Di lì a due anni, la tossicodipendenza l’ha costretta ad abbandonare la divisa e a tornare a Genova da sua madre, dove ha iniziato a vivere di espedienti per tirare avanti, finendo presto a spacciare per procurarsi i soldi per la roba. Il 12 agosto del 2011 Alessandra, ormai segnata dall’abuso di droga, viene fermata dai Carabinieri nel corso di un’operazione antidroga volta a sgominare una rete di spaccio tra Milano e Genova. I militari le trovano in macchina 9 grammi di eroina e molta di più ne rinvengono a casa sua. In tutto 35 grammi di roba purissima che, secondo i periti dell’Arma, avrebbero fruttato fino a quattrocento dosi, a seconda del taglio. Alessandra viene arrestata con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti.

“INIZIATA ALL’EROINA DAI MILITARI DELL’ISAF”. Agli inquirenti della squadra investigativa del nucleo operativo dei Carabinieri di Sampierdarena, guidata dal tenente Simone Carlini, l’ex paracadutista racconta com’è entrata nel tunnel della tossicodipendenza. “Mi hanno iniziato all’eroina alcuni militari della missione Isaf di ritorno dall’Afghanistan. È successo nel 2007 ed eravamo nella caserma della Folgore a Livorno. Ritengo che quello stupefacente, molto probabilmente, venisse portato direttamente dall’Asia”. Il 20 settembre 2011 Alessandra viene condannata a tre anni e mezzo di reclusione. Ma le sue scottanti dichiarazioni costringono il titolare delle indagini, il pm genovese Giovanni Arena, a trasmettere il fascicolo alla Procura militare di Roma, che apre un’inchiesta. Le accuse dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli non solo rivelano l’uso di droghe tra i militari italiani di ritorno dal fronte, ma adombrano addirittura il loro coinvolgimento nel traffico di eroina dall’Afghanistan. L’imbarazzo della Difesa è forte, e l’allora ministro Ignazio La Russa preferisce “non rilasciare commenti, in attesa dello sviluppo delle indagini”.

Ma di sviluppi non ce ne saranno perché l’inchiesta militare viene subito archiviata. “Non siamo competenti su questo tipo di reati”, dichiara Marco De Paolis, procuratore militare di Roma. “Spetta alla magistratura ordinaria occuparsi di stupefacenti”. Con l’emissione della sentenza di condanna da parte del giudice Carla Pastorini, il caso viene definitivamente chiuso e sulla vicenda cala il silenzio. Alessandra viene rinchiusa nel carcere genovese di Pontedecimo e del giro di eroina afgana tra i soldati italiani di ritorno da Kabul non parlerà più nessuno. Per il difensore legale di Alessandra, l’avvocato Antonella Cascione, la conclusione di questa vicenda assomiglia tanto a un insabbiamento nel quale la sua assistita ha svolto il classico ruolo di capro espiatorio. “Parlo come privata cittadina: le dichiarazioni di Alessandra rischiavano di scoperchiare un vaso di Pandora, e hanno pensato bene di sigillare subito il tappo, con lei dentro. Pensavo sarebbe scoppiato il pandemonio, invece hanno messo tutto sotto silenzio, semplicemente ignorando la sua denuncia, che si è infranta contro un vero e proprio muro di gomma”.

MILITARI-TRAFFICANTI, MURO DI GOMMA ANCHE IN CANADA E UK. Un muro di gomma che non riguarda solo l’Italia. Nel settembre 2010 il ministero della Difesa del Regno Unito avvia un’indagine sul coinvolgimento di soldati britannici e canadesi nel traffico di eroina afgana attraverso la base della Royal Air Force di Brize Norton, nell’Oxfordshire: il principale aeroporto di sbarco delle truppe di ritorno dal fronte, dove ogni settimana atterrano circa 700 soldati provenienti dalle basi Nato nel sud dell’Afghanistan. Il quotidiano che dà notizia dell’inchiesta, il Sunday Times, cita anche la testimonianza di un narcotrafficante afgano: “La maggior parte dei nostri clienti, esclusi i trafficanti all’estero, sono i militari stranieri: a fine missione ce la ordinano, noi gliela vendiamo e loro se la portano a casa sugli aerei militari dove tanto nessuno li controlla. Ne comprano tanta”. L’inchiesta militare britannica, accompagnata da un irrigidimento dei controlli alla base Raf di Birze Norton, genera molto scalpore mediatico, ma sulla vicenda cala presto il silenzio più completo.

La Difesa canadese, da parte sua, archivia velocemente la questione come infondata. Un anno dopo, però, il consigliere del Capo di stato maggiore delle forze armate canadesi, Sean Maloney, dichiara alla stampa: “Non sono affatto sorpreso che soldati occidentali smercino eroina dalle basi aeree della Nato in Afghanistan, usate dai signori della droga locali per trafficare la droga direttamente in Occidente, tagliando fuori gli intermediari pachistani e realizzando così profitti molto più elevati”. Numerose altre fonti confermano questi traffici, che vedono coinvolti non solo i militari occidentali ma anche, e soprattutto, le compagnie private di contractors, i cui velivoli operanti dagli aeroporti Nato sono esenti da controlli al pari dei voli militari. “I contractors impiegati in Afghanistan dal Pentagono, dalla Cia e dalla Nato sono una straordinaria banda di profittatori che speculano sulle guerre”, sostiene l’ex direttore dell’agenzia antidroga dell’Onu, Antonio Maria Costa. “Negli anni ho ricevuto dalle agenzie governative diversi rapporti riservati che contenevano accuse pesanti nei confronti di alcune di queste società riguardo al loro coinvolgimento nel contrabbando di droga: ritengo che non si tratti di accuse infondate”.

IL DIRIGENTE ONU: “NE RIPARLIAMO QUANDO SARO’ IN PENSIONE”. Il successore di Maria Costa alla guida dell’Unodc, Yuri Fedotov, interpellato sullo stesso argomento replica in modo eloquente: “Data la carica che ricopro, rispondo che non ho informazioni in merito, ma se ne riparliamo quando sarò in pensione la mia posizione potrebbe essere diversa”. Oltre mezzo secolo di storia di interventi armati – dallo sbarco alleato in Sicilia alla guerra in Vietnam, dal sostegno americano ai contras nicaraguensi a quello ai mujahedin afgani contro i sovietici – dimostra che il coinvolgimento dei militari nel narcotraffico è una costante, conseguenza di una realpolitik che porta a sacrificare ciò che è giusto (contrastare il narcotraffico) in nome di ciò che è necessario (sconfiggere il nemico). Anche per sconfiggere i talebani e mantenere il controllo dell’Afghanistan l’Occidente ha scelto di sostenere personaggi notoriamente coinvolti nel narcobusiness – dal clan Karzai in giù – chiudendo un occhio su questi traffici, anche quando coinvolgono strutture e personale militare Nato. Se poi qualcuno li tira fuori, come ha fatto Alessandra, basta far finta di niente e dimenticarsene.

Long may you run Lou.

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