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L’alcool etilico o etanolo è il risultato della fermentazione di zuccheri semplici, o di altri procedimenti chimici (distillazione). Ogni bevanda alcolica ha una sua gradazione (cioè percentuale d’alcool) diversa che per legge deve essere indicata sul contenitore.

Alcolici e superalcolici sono consumati frequentemente da giovani e adulti; sono legali e per questo nell’immaginario collettivo non vengono considerati come “droghe”. In realtà, l’alcool è una sostanza che agisce sul Sistema Nervoso Centrale.

Le bevande alcoliche sono usate per disinibirsi, superare gli imbarazzi, sentirsi più carichi, avere più coraggio con l’altro sesso, divertirsi con gli amici.

L’effetto dipende dalla quantità di alcolici assunti, dalla loro gradazione e dalla capacità di...

La viticoltura appare nelle montagne tra il mar Nero e il mar Caspio (attuale Armenia) intorno al 6000 avanti Cristo. La produzione di birra emerge invece tra i sumeri intorno al 3000 avanti Cristo. Il primo report scritto sugli alcolici è una tavoletta cuneiforme risalente al 2200 avanti cristo. Intorno al 1500 avanti Cristo si hanno le prime produzioni di vino nella zona dell'Egeo. Seicento anni più tardi, intorno al 900 avanti Cristo, gli assiri producono già vino su larga scala. Il vino si diffonde in mesopotamia ed Europa mediterranea.

Dioniso di...

L’alcol è la sostanza psicotropa maggiormente diffusa nel nostro paese. In particolare l’uso di vino durante i pasti è retaggio di una antica tradizione culturale, legata anche alla cultura cattolica nella quale il vino assume un’importanza evidente.

Ad utilizzare l’alcol almeno una volta l’anno è oltre il 70%* della popolazione, ovvero oltre 36 milioni di persone. La differenza di genere è particolarmente forte, poiché a consumare alcol sono l’82% dei maschi e il 59% delle donne. Ad essere correlato con l...

Novità alcol

Le amicizie online possono influenzare l’uso di alcol e fumo nei teenager

 

Secondo uno studio, sarebbero più propensi a cadere negli stessi vizi, se vedono le foto postate sui social network. Differenze tra gli utenti di Facebook e Myspace


LaStampa - Una foto di un amico su Facebook o su Myspace con in mano una sigaretta o un drink potrebbe rivelarsi quasi un invito al fumo e all’alcol per i teenager. Almeno secondo quanto emerge da uno studio dell’University of Southern California (Usc), pubblicato sull’edizione online del Journal of Adolescent Health . Gli scienziati hanno condotto un sondaggio su 1.563 studenti dell’Union High School District di El Monte, al tempo dello studio (fra il 2010 e il 2011) la nona città per grandezza nella contea di Los Angeles, con una popolazione di circa 113.500 persone. E hanno concluso che gli adolescenti che vedono gli amici fumare o bere alcol nelle foto postate sui social network sono più propensi a cadere nella rete del vizio loro stessi. 


Leggi l'articolo sul sito de La Stampa

ALCOL E CANCRO AL SENO – Risultati di uno studio


Retecedro - Il rischio del cancro alla mammella aumenta del 34% se si è abusato di alcol in adolescenza.
E’ quanto evidenzia un’indagine condotta un gruppo di ricercatori provenienti da diverse università americane. Sono state monitorate 91.005 donne, di età compresa tra i 25 e i 44 anni, nel corso di 20 anni(dal 1989 al 2009).
Lo studio, condotto da ricercatori della Washington University School of Medicine, della Brigham and Women Hospital, Harvard Medical School, della Beth Israel Deaconess Medical Center e della Harvard School of Public Health, è stato finanziato dal National Cancer Institute degli Stati Uniti ed è stato pubblicato sul Journal of National Cancer Institute.
L’indagine evidenzia che le donne che in adolescenza hanno consumato un bicchiere al giorno di alcol correrebbero un rischio del 34% in più di contrarre cancro al seno rispetto a chi non ne ha abusato. Questi dati hanno messo in luce che ogni giorno in più in cui la donna beve aumenta del 15% il rischio di malattie proliferative benigne al seno. Secondo gli studiosi, si tratta di lesioni non tumorali che però contribuiscono a incrementare il rischio di cancro vero e proprio.
Nel corso dei vent’anni, i riscontri sul consumo di alcol sono stati effettuati nel 1991, 1995, 1999 e 2003. I rilievi sono stati eseguiti tenendo conto di elementi che incidono sull’insorgere del cancro al seno come: età; indice di massa corporea; stato menopausale; terapia ormonale in postmenopausa; durata dell’allattamento al seno; numero di figli partoriti; età della prima gravidanza; storia familiare di cancro al seno. I ricercatori sottolineano che le cellule del seno nelle giovani donne siano molto sensibili ai cambiamenti associati alle cause del cancro, perché queste cellule crescono con rapidità e proliferano proprio durante il periodo dell’adolescenza.
Delle 91.005 donne che hanno partecipato, poco più di un quinto ha dichiarato di non aver consumato alcolici tra le mestruazioni e la prima gravidanza, mentre il 3,8% ha riferito da moderato a elevato consumo di alcol. Secondo i ricercatori, il consumo di alcol prima della prima gravidanza è da associare ad un incremento del rischio di malattie proliferative benigne al seno. Gli studiosi hanno stimato che 11.617 casi di tumore al seno che vengono diagnosticati ogni anno negli Stati Uniti non si sarebbero verificati se le persone a rischio non avessero consumato alcolici nel periodo antecedente la prima gravidanza.

Da Best a Tyson, campioni sconfitti da droga e alcool

Sul ring non ce n'era per nessuno, ma l'ex campione di pugilato Mike Tyson è stato messo al tappeto dalla vita. Oggi il grande Mike, l'uomo che staccò a morsi l'orecchio a un avversario durante un combattimento, chiede aiuto. "Sono sul punto di morire, perchè sono un alcolista", ha confessato 'Iron' Mike. Non è chiaro perchè l'ex re dei massimi abbia sentito il bisogno di raccontare queste cose. Quel che è certo è che il suo è solo l'ultimo caso di ex grandi dello sport finiti nella polvere. Vittime di ego smisurati, del successo e dei soldi, ma anche di vite devastate da alcol, droghe e violenza. Come quella di Carlos Monzon, argentino e pugile anche lui, famoso per aver strappato la corona mondiale a Nino Benvenuti e averla conservata per anni. Ubriaco, uccise la moglie buttandola da un balcone. Scontò 7 anni di carcere, poi la morte in un incidente d'auto a 170 kmh. In bilico ogni giorno la vita di Paul Gascoigne, britannico esuberante ex della Lazio, troppo spesso ubriaco, che entra e esce da cliniche per cure disintossicanti, ma finora con scarsi risultati. Preda dell'alcol fu anche George Best, grande del calcio irlandese, pallone d'oro 1968, che una volta disse: "Ho speso molti soldi per alcol, donne e macchine... il resto l'ho sperperato". L'alcol gli costò un trapianto di fegato e molti ricoveri. Morì intossicato, a 49 anni. Tunnel della droga, eccessi compresi, anche per Diego Armando Maradona. L'uomo che portò lo scudetto a Napoli ha anche rischiato di morire più volte, ma con grande forza di volontà l'ex campione ha risalito la china e ripreso una vita normale. Non tutti però ce la fanno. Prima di lui, un altro ex grande del calcio, il brasiliano Garrincha, lasciati i campi di gioco finì per annegare miseramente i suoi giorni nell'alcol, complice forse un amore tormentato, e morì di cirrosi. Non aveva ancora 50 anni. Non ce l'ha fatta nemmeno Marco Pantani, indimenticato 'pirata' del ciclismo, vincitore di Tour e Giro, poi coinvolto in vicende di doping, ucciso nove anni fa da un mix di farmaci e sostanze nella solitudine di un hotel di provincia. Nel novembre 2012 ha concluso malamente i suoi giorni Hector 'Macho' Camacho, colpito in una sparatoria a New York. Famoso per essere stato campione del mondo di pugilato in tre diverse categorie, Camacho non si risparmiò eccessi con alcol e droga e finì in carcere per violenza e furto. Poi la sparatoria fatale.

Il consumo di alcolici favorisce le scottature

Il binomio alcol e sole non giova alla pelle, ma gli antiossidanti possono aiutare a mitigare l'effetto negativo. Alcuni consigli derivanti dal recente studio pubblicato in Germania

Il consumo di alcolici sembrerebbe ridurre in modo significativo i livelli di antiossidanti protettivi nelle pelle, favorendo le scottature in caso di esposizione al sole.

Tuttavia il consumo di cibi ricchi di antiossidanti potrebbe aiutare a mitigare questo effetto negativo.
Lo suggerisce lo studio pubblicato su una rivista tedesca
 
Alcol e carotenoidi
I ricercatori tedeschi hanno condotto un esperimento in tre fasi su alcuni giovani uomini.
In un primo momento, per ogni volontario, è stata calcolata la concentrazione di carotenoidi e la dose minima eritematosa (Med), ovvero la dose minima di radiazione ultravioletta che dà luogo alla comparsa di arrossamento della pelle.
 
Queste stesse valutazioni sono state quindi fatte prima e dopo il consumo di bevande alcoliche e prima e dopo l’assunzione di alcol e succo d’arancia.
I dati raccolti mostrano che la concentrazione di carotenoidi diminuisce in seguito all’assunzione sia di alcol da solo sia di alcol associato a succo d’arancia.
 
Tuttavia la diminuzione nei livelli di queste preziose sostanze antiossidanti è significativamente maggiore dopo il consumo del solo alcol. Il fenomeno, in questo caso, è già evidente dopo 8 minuti e dura per circa 70 minuti, mentre in seguito all’assunzione di alcol e succo la diminuzione nei livelli di carotenoidi inizia a vedersi 45 minuti dopo, per durare circa 90 minuti.
 
Scottature
Le valutazioni inerenti la dose eritematosa minima, dal canto loro, hanno mostrato che questa diminuisce in modo significativo dopo il consumo di alcol sia da solo che insieme al succo d’arancia.
 
La cosa curiosa che hanno notato i ricercatori è che il tempo necessario per la comparsa di eritema sulla pelle è decisamente minore dopo il consumo di alcol (in media 66,7 minuti) rispetto a quando non si beve affatto (101,7 minuti) o si beve alcol in combinazione con il succo (96,7 minuti).
 
«I nostri dati mostrano che una riduzione nella concentrazione di antiossidanti nella pelle in seguito al consumo di alcol può avere conseguenze di vasta portata sui meccanismi di auto-protezione della cute» scrivono gli autori.
Ecco allora una buona motivazione in più per non abusare dell’alcol perché a farne le spese non è solo il fegato, ma tutto l’organismo, pelle compresa.
 
Fonte: Corriere.it
 

Lotta all’alcol: in Svizzera, se ti ubriachi devi pagare

 L’alcol è una delle “droghe” più pericolose del secolo. Più dell’eroina, più dell’ecstasy. Perchè è accessibile a tutti e agisce molto in fretta togliendo freni inibitori, paure e senso del reale. Si beve sempre di più e si comincia da giovanissimi e oltre al danno immediato che l’alcol provoca (incidenti stradali, risse) ci sono quelli a lungo termine (cirrosi epatica, cancro) a cui nessuno pensa.

 

E se in Italia ancora non si riesce a ideare una legge valida per fermare questa piaga nazionale, in Svizzera hanno pensato alla soluzione più ovvia, forse più banale ma certamente efficace: il portafogli. Ti ubriachi? Causi danno a te stesso e agli altri? Allora pagherai. Nel vero senso della parola. Approfittando della nuova legge sulle assicurazioni sulle malattie, il deputato democratico-centrista Toni Bortoluzzi ha pensato bene di inserire questa trovata nel testo.

Chiunque abbia abbastanza soldi da spendere in alcolici, fino a ubriacarsi, si vede che è in grado di spenderne anche per le cure mediche. Insomma, se causi un incidente o una rissa mentre sei ubriaco pagherai per i danni subiti dalle persone a cui hai fatto male, ma anche se soltanto ti schianti con la tua auto contro un palo e stai in coma un mese … quel mese lo pagherai di tasca tua. Nessun buonismo, nessuna “incapacità di intendere e di volere”, nessun “poverino”. Pagherai tutto di tasca tua. In autunno si vedrà se la coraggiosa proposta del deputato verrà accolta dal governo elvetico e se altri, in Europa, avranno il coraggio di imitarlo.

benessere.guidone.it/2013/08/17/lotta-allalcol-in-svizzera-se-ti-ubriachi-devi-pagare/

Contenere i pazienti è lecito? Il caso di Francesco Mastrogiovanni

Ricordiamo la vicenda. Mastrogiovanni viene ricoverato a fine luglio del 2009 con trattamento sanitario obbligatorio in preda a “agitazione psicomotoria, alterazione comportamentale ed eteroaggressività”.
Viene prima sedato farmacologicamente (contenzione farmacologica) e successivamente anche meccanicamente attraverso “fascette dotate di viti di fissaggio applicate ai quattro arti e fissate alle sbarre del letto”. La contenzione viene effettuata con una inusuale motivazione: di polizia giudiziaria. Viene infatti richiesto un prelievo delle urine per “eseguire i prelievi richiesti dai carabinieri di Pollica finalizzati alla applicazione della sanzione amministrativa costituita dalla sospensione della patente”.  Una motivazione della contenzione di questo tipo non ha verosimilmente eguali.
 
Viene contenuto e cateterizzato. La contenzione “non viene annotata in cartella clinica, né mai lo sarà”.
Non viene alimentato, non viene idratato (nel reparto manca l’aria condizionata, è agosto e siamo in un paese dell’Italia meridionale) e dopo oltre 80 ore Franco Mastrogiovanni muore. Il tutto viene ripreso dalle telecamere della videosorveglianza (http://www.youtube.com/watch?v=JilhOC5XNrI) del reparto che testimoniano anche il momento presumibile del decesso scoperto però sei ore dopo dal personale.
Vengono condannati i medici per sequestro di persona dal Tribunale di Vallo della Lucania e vengono assolti gli infermieri.
 
La vicenda è stata ricostruita dettagliatamente nella sentenza dei giudici campani in 189 pagine di motivazioni.
Le motivazioni per la contenzione sono state spiegate nel processo dalla direzione sanitaria arrivando, in modo decisamente acrobatico, a equiparare il regime di ricovero in trattamento sanitario obbligatorio alla contenzione.  Tale assimilazione viene definita dal Tribunale campano giustamente “surreale, destituita di qualsiasi fondamento sia sul piano medico-scientifico che su quello giuridico”. Si ricorda che il principio cardine, comunque, dell’azione sanitaria è relativo alla volontarietà dei trattamenti e al recupero del consenso della persona.
I punti di interesse giuridico della sentenza sono molteplici.
Vediamone alcuni:  in primo luogo vi è una lunga analisi della liceità/illiceità dei mezzi di contenzione e della loro natura. Viene sposata dai giudici di Vallo della Lucania l’impostazione tradizionale dell’atto di contenzione come “atto medico prescrittivo di carattere prevalentemente terapeutico”. Due sottolineature quindi: necessità di prescrizione medica e atto terapeutico. Da tempo sono discusse entrambe con particolare riferimento alla illiceità tout court dei mezzi di contenzione stessi. Parte del mondo professionale e giuridico sostiene cioè la non aderenza ai principi costituzionali e professionali dell’atto di contenzione con la conseguenza del totale rifiuto dell’atto di contenzione come atto sanitario, terapeutico o assistenziale. L’altro punctum pruriens della situazione è la sua riconducibilità alla stretta decisione medica – atto medico quindi – o anche alla autonoma decisione infermieristica così come stabilito anche dal codice deontologico dell’infermiere che la ammette come “evento straordinario” sorretto non necessariamente da una prescrizione medica ma anche da “documentate valutazioni assistenziali” e quindi infermieristiche.
Il Tribunale di Vallo della Lucania come abbiamo detto rimane sulle impostazioni tradizionali e sposa il concetto di contenzione come atto medico e come atto non illecito se adeguatamente motivato, documentato e protocollato. In questi limiti se ne ammette la liceità.
La vicenda di Mastrogiovanni è realmente inspiegabile: anche ammettendo – e non vi sono assolutamente giustificazioni alla contenzione per l’effettuazione del prelievo per alcolemia e ricerca sostanze stupefacenti in modo coattivo – le ragioni iniziali della contenzione, non si comprende il motivo per cui una persona che appare in tutta evidenza dalle videocamere della sorveglianza, tranquilla, veda vedersi protratta la contenzione per oltre ottanta ore.
 
In assenza quindi di ogni causa di giustificazione giuridica e professionalesi è scelto di non curare e non assistere Mastrogiovanni bensì solo di legarlo. Una pratica che non possiamo che definire aberrante.
I giudici campani nel prosieguo della sentenza sembrano a un certo punto virare verso la illiceità della pratica contenitiva, sempre e comunque, affermando che i sanitari (rectius i medici) “non vantano né possono invocare l’esistenza di un diritto a contenere” e che “non è dato rintracciare la disposizione di legge che conferisca l’asserito diritto” arrivando però ad aprire, in generale, alla contenzione subordinandola all’insorgenza “di una situazione che richieda inderogabilmente una simile pratica”. Successivamente parlano di pratica “assolutamente ingiustificata” nel caso di specie.
La privazione della libertà personale ha portato quindi alla condanna i medici per il grave reato di sequestro di persona. Dolo professionale quindi e non colpa. Condanna difficilmente contestabile vista anche la ricostruzione della verità storica testimoniata dalle telecamere di sorveglianza.
Più complessa appare invece la causa della morte. Non è questa la sede per addentrarsi in un complesso ragionamento che porta il giudice ad argomentare per circa cento pagine. La conclusione è stata, anche in questo caso, di responsabilità: “la condotta dei sanitari è stata condizione necessaria dell’evento lesivo” superando le argomentazioni delle consulenze tecniche che sostenevano la c.d. “morte improvvisa” come causa della morte stessa.
Non sarà così facile nei gradi successivi di giudizio confermare questa impostazione e la condanna per il reato di morte come conseguenza di altro delitto.
 
Altro motivo di interesse è la  “posizione processuale degli infermieri”.Assolti in quanto il processo non ha “fornito la piena prova della penale responsabilità con conseguente insussistenza della loro colpevolezza”. Il fatto è facilmente riassumibile: gli infermieri hanno legato il paziente, in cartella clinica non esiste traccia di prescrizione, non vi erano particolari motivi per legare il paziente. Non esistono attività di assistenza né generica né qualificata nei confronti di un paziente contenuto per quasi quattro giorni.
Il tutto, anche in questo caso, testimoniato dalla videoregistrazione.
Emerge una arretratezza organizzativa e professionale difficilmente riscontrabile: le cartelle cliniche erano visionate e conservate solo dai medici e questo punto ha “salvato” gli infermieri ai quali, sostiene il tribunale campano, “è rimasto occulto il principale sintomo dell’illegittimità della pratica contenitiva.” Il tutto perché la “contenzione è atto medico”. Non esisteva una cartella infermieristica ma solo un registro di rapporti e consegne e nessuno, tra i turni infermieristici, ha mai ritenuto opportuno scontenere il paziente. Inoltre, sottolinea il Tribunale, di come nel dibattimento sia emersa “l’assoluta impreparazione degli infermieri rispetto alla contenzione” e gli stessi infermieri hanno dichiarato di non “avere mai svolto specifici corsi di aggiornamento sul punto”. Di conseguenza gli infermieri sono stati assolti in base alla norma di giustificazione (c.d. scriminante) prevista dall’art. 51 sull’adempimento del dovere dovuto a un ordine del superiore.
I giudici campani argomentano che gli infermieri hanno eseguito un ordine (la contenzione)  nel convincimento delle condizioni di necessità che tale misura in genere comporta. Inoltre la motivazione fa’ leva sulla diversità di status che a livello penale intercorre tra il medico pubblico ufficiale e l’infermiere incaricato di un pubblico servizio scordando che sottolineare che tale differenza di deve alla potestà certificativa e non determina necessariamente una sovraordinazione gerarchica.
 
Si possono ricavare insegnamenti generali dal grave caso in questionesulla responsabilità – o più precisamente – irresponsabilità infermieristica? Probabilmente non moltissimi stante la peculiare arretratezza organizzativa e professionale del gruppo infermieristico del reparto di psichiatria Vallo della Lucania. Rispetto a pronunce recenti ha funzionato una linea di difesa che prevede l’autoumiliazione professionale: l’infermiere non è competente, ubbidisce e ordini del medico, non documenta il suo operato, non comprende esattamente la portata delle sue azioni neanche quando lega un paziente già sedato.
Un quadro sconfortante non solo per la gravità della situazione – Franco Mastrogiovanni è morto e morto maltrattato in un reparto che doveva proteggerlo  - ma anche per la dichiarazione di irresponsabilità per un agire che professionale non si può definire, per una disattenzione costante delle problematiche assistenziali, per non avere esercitato anche una minima obiezione a operati medici che non è retorico definire criminosi e sanzionati come tali dai giudici campani.
In questi casi era possibile invocare vari aspetti per non adempiere alle non documentate decisioni mediche: la posizione di garanzia, lo stato di necessità, le pratiche obiettive. Non sono stati invocati.
Gli infermieri hanno avuto un comportamento assolutamente appiattito alle gravi decisioni/non decisioni mediche.
Una vicenda complessa che necessita di un ampio dibattito sulla natura delle pratiche contenitive, sulla loro necessità/non necessità, sull’approfondimento del fenomeno, sul comportamento del mondo professionale e delle sue rappresentanze istituzionali.
 
Per questo il 4 ottobre a Firenze verrà tenuta una giornata di studio– programma su www.lucabenci.it - in cui medici legali, psichiatri, giuristi e infermieri si confronteranno, a partire dal caso Mastrogiovanni e da quello più recente di Stefano Cucchi.
Il dibattito nel mondo professionale. Nei codici deontologici infatti – apripista sono stati gli infermieri ancora nel lontano 1999 – sono già  presenti norme sulla contenzione nel codice dei fisioterapisti: “La contenzione è una pratica clinica eccezionale che deve salvaguardare il rispetto della dignità e della libertà della persona. Nel caso di persone incapaci, ancorché non sottoposte a misure di sostegno giuridico, la contenzione deve proporsi l’obiettivo di tutelare la salute della persona e non può essere mezzo vicariante le carenze assistenziali dell’organizzazione.”
 
Anche la Fnmceo ha preannunciato una modificaal proprio codice deontologico introducendo all’articolo 51 il seguente comma: “La contenzione fisica, farmacologica o ambientale può essere attuata solo in condizioni particolari, per documentate necessità cliniche e nel rispetto della sicurezza e della dignità del soggetto.”
Riconoscimento quindi delle pratiche contenitive – in precisati limiti - come attività sanitarie.
In conclusione ritengo di non dare una risposta alle gravi domande con cui ho iniziato questo articolo.
 
E’ il mondo professionale, in primo luogo, a dovere fornire gli elementi per una risposta alle gravi domande iniziali.
Il dibattito è aperto, quindi e ci si augura il più ampio, non reticente e costruttivo possibile.
 
Luca Benci
Giurista, professore a contratto presso l’Università degli studi di Firenze

tutto è "alterazione di coscienza"

Drugs and the meaning of life

Everything we do is for the purpose of altering consciousness. We form friendships so that we can feel certain emotions, like love, and avoid others, like loneliness. We eat specific foods to enjoy their fleeting presence on our tongues. We read for the pleasure of thinking another person’s thoughts. Every waking moment—and even in our dreams—we struggle to direct the flow of sensation, emotion, and cognition toward states of consciousness that we value.

Drugs are another means toward this end. Some are illegal; some are stigmatized; some are dangerous—though, perversely, these sets only partially intersect. There are drugs of extraordinary power and utility, like psilocybin (the active compound in “magic mushrooms”) and lysergic acid diethylamide (LSD), which pose no apparent risk of addiction and are physically well-tolerated, and yet one can still be sent to prison for their use—while drugs like tobacco and alcohol, which have ruined countless lives, are enjoyed ad libitum in almost every society on earth. There are other points on this continuum—3,4-methylene-dioxy-N-methylamphetamine (MDMA or “Ecstasy”) has remarkable therapeutic potential, but it is also susceptible to abuse, and there is some evidence that it can be neurotoxic.

segue in http://www.samharris.org/blog/item/drugs-and-the-meaning-of-life/

Troppo alcol: donne inglesi a rischio

 LONDRA - Le donne fra i 30-40 anni risultano come uno dei gruppi più a rischio nel Regno Unito per le morti legate all'abuso di alcol. Secondo uno studio del Glasgow Centre for Population, condotto in tre città britanniche, fra le nate dopo il 1970 le vittime sono addirittura raddoppiate negli ultimi 20 anni, mentre fra i coetanei maschi si è assistito a una contenuta diminuzione dei decessi.

Secondo i ricercatori, ci sono una serie di ragioni dietro questo fenomeno, fra cui una maggiore eguaglianza di genere che avrebbe avuto conseguenze anche nell'abuso di alcol. Sono aumentati i momenti in società, soprattutto legati al dopo lavoro, in cui è più facile per le donne britanniche alzare il gomito.

Per non parlare poi della pratica del 'binge drinking', condotta da molte ragazze, che consiste nel bere fino a sentirsi male soprattutto nei weekend. Sotto accusa, poi, è anche finito l'alcol venduto a prezzi troppo bassi. A livello complessivo, comunque, è più alto il numero di uomini che muoiono per malattie causate dall'alcol.

Tabacco e alcol: i biocarburanti del futuro


Greenstyle.it - Usare i vizi come fonte di energia: non è una trovata pubblicitaria, ma un vero e proprio trend che si sta diffondendo negli USA. Tabacco e alcol, la cui industria è da tempo in declino sia per la crisi che per gli aumenti delle imposte statali, potrebbero essere usati come fonte energetica da biomasse.

L’industria delle bevande alcoliche negli States sta già cercando un “rebranding”, avviando una serie di operazioni che mirano all’uso degli scarti dei liquori prodotti a livello industriale come fonte di sostentamento per la stessa industria, riducendo così l’impatto delle attività produttive sull’ambiente e i costi operativi.


Leggi l'articolo su greenstyle.it

L’alcol: la droga più potente del mondo

di Edoardo Di Gennaro - Fa diventare gli sconosciuti amici e magari un momento dopo li porta allo scontro fisico. Ormai da migliaia di anni l'acol è parte integrante della storia dell'umanità


Giornalettismo - Winston Churchill, che di alcol ne capiva qualcosa, parlò di crimine contro l’umanità riferendosi alla proibzionismo. Gli americani non si lasciarono impressionare  e il 16 gennaio 1920, un minuto dopo mezzanotte entrò in vigore il 18° emendamento della costituzione degli Stati Uniti che proibiva la produzione, la vendita, l’importazione e l’esportazione di alcolici in tutto il paese. Il divieto -come molti altri negli USA-  ebbe un’origine di natura religiosa. L’astinenza era predicata soprattutto dai puritani protetanti, mentre i produttori di bevande alcoliche erano sprattutto cattolici. Gli immigrati polacchi e irlandesi producevano Whisky, gli italiani importavano vino, mentre imprenditori tedeschi come FrederickMiller, Jospeh Schlitz, Eberhard Anheuser e Adolphus Busch producevano birre alla spina, riporta il quotidiano Tages Anzeiger.


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LA PRECOCE ABITUDINE ALL’ALCOL E’ IN AUMENTO IN ITALIA


Retecedro.net - L’Italia presenta una minor frequenza di abusi alcolici, il più basso consumo medio giornaliero di alcol, ma la più precoce frequenza di avvio all’abitudine all’alcol con una media di 12,2 anni rispetto ai 14,6 dell’Unione Europea. Secondo le stime dell’Osservatorio Nazionale Alcol – OssFAD dell’Istituto Superiore della Sanità, sono circa 800.000 i giovani tra i 14-16 anni al di sotto dell’età legale che dichiarano di avere l’abitudine all’alcol rappresentando così il 40% dell’intera popolazione italiana compresa appunto tra i 14 e 16 anni. Nel contempo è stata anche rilevata una crescita dell’abitudine all’alcol fuori pasto, crescita per entrambi i sessi più forte nella fascia compresa tra i 18 e i 39 anni, mentre si posiziona al secondo posto la fascia dei giovani d’età compresa tra i 14 e i 17 anni: tra quest’ultimi le donne presentano senza alcun dubbio il più forte incremento di abitudine all’alcol fuori pasto con una differenza che ammonta a 4,7 punti percentuali per esempio tra il 2002 e il 2003.

Altro dato: secondo infatti i dati dell’indagine “Eurobarometro” 2002 della Commissione Europea, l’Italia, seconda solo al Portogallo, è una delle nazioni in cui risulta il numero più elevato di giorni in cui c’è l’abitudine all’alcol, a dispetto della più bassa concentrazione del consumo nei singoli giorni. Il che appare correlato all’abitudine all’alcol, tipicamente nostra, di bere vino a tavola. Ma non per questo va dimenticato che soprattutto tra i giovani tra i 15 e i 35 anni prevalgono poi le diagnosi di abuso alcolico e gli effetti tossici dell’alcol.

Oltre l’allarme, guida al bere giovanile

Allaman Allamani, Il Manifesto

 “Alcol e Giovani” (Giunti, pp. 235, € 12,50), è un libro che presenta con accuratezza e stile discorsivo i problemi del bere giovanile oggi in discussione in Italia, ricorrendo a studi, interviste, e ritagli di cronaca. L’autrice è Franca Beccaria, sociologa dedicata a esplorare l’universo dei giovani dalla prospettiva dell’alcologia: ne aveva già pubblicato uno spaccato in Alcol e Generazioni (Carocci, 2010).  
Il libro, preceduto da una prefazione di don Luigi Ciotti, sempre in prima linea nell’attenzione ai problemi dei giovani e alla ricerca delle soluzioni, si muove lungo alcune direttrici intersecantisi. Da un lato, vi si trova la descrizione ragionata dei problemi a cui i giovani possono andare incontro dopo l’uso e l’abuso di alcol: ubriachezza, incidenti stradali, dipendenze. Qui la Beccaria fa giustamente la distinzione, usualmente trascurata, tra i problemi da consumo eccessivo, la dipendenza alcolica, e il fenomeno emergente del binge drinking  o abbuffata alcolica. Il binge drinking , che è oggi definito come una serie di bevute, pari a sei bicchieri assunti in un limitato periodo di tempo -  è in realtà l’etichetta anglicizzante di una condotta non ignota nel nostro paese.
Il testo affronta criticamente anche il concetto di rischio, mettendone a fuoco l’ambivalenza tra la sua connotazione paurosa – abuso nel bere foriero di danni e devastazioni individuali e sociali – e la qualità positiva di emancipazione dell’adolescente. Vi troviamo una rassegna equilibrata dei tipi d’intervento usualmente previsti in Italia, in particolare la prevenzione e il controllo dell’abuso nel bere giovanile, su cui l’autrice mantiene la libertà di osservare quanto le azioni progettate e attuate facciano i conti con la scarsa ricerca italiana nel campo (anche se con alcune eccezioni, grazie anche alla Beccaria). Il risultato è che i progetti si basano perlopiù su linee guida elaborate e testate in altri paesi, ricchi di studi, ma distanti dalla nostra cultura per modi di bere e relativi problemi.  
L’autrice non si sottrae all’argomento scottante dell’odierna diffusione del bere tra i giovani, che porta spesso alla conclusione che i giovani sono così diversi da come eravamo, e  che si stanno distruggendo di sera e di notte con shots, botellon, e alcopops;  ma adduce vari argomenti e ricerche, che invece indicano come, sia pure con i cambiamenti  dovuti alla globalizzazione,  i modi del bere dei nostri giovani spesso si pongano in continuità col  modello mediterraneo che attribuisce valore positivo al bere vino e altre bevande alcoliche in un contesto di moderazione e di socializzazione. In questo senso un elemento decisivo è il modello di condotta dei genitori, che fonda le basi dei comportamenti futuri dei figli. 
Il modo con cui i media trattano l’argomento, orientati come sono da anni a “liberare le emozioni” del lettore, con notizie drammatiche che sollecitano  paura, scontentezza e insicurezza, e promuovono atteggiamenti di proibizione, controllo e punizione, non fa giustizia ai problemi dei giovani e alle soluzioni per affrontarli. In questo caso, quanto i giovani servono di specchio agli adulti? Quanto ne riflettono invece le paure, rendendo così opaca la possibilità di vedere i veri problemi? E infine, quanto i giovani sono davvero all’attenzione della società italiana? La lettura del libro, incluso il breve glossario allegato, può fornire una buona base informativa agli educatori, ai giornalisti, e al comune cittadino, per orientare le proprie opinioni e le proprie azioni.

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