Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 53072 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità psicofarmaci

I giovani pane e farmaci

Repubblica,  Angelo Aquaro
Fonte dirittiglobali.it www.dirittiglobali.it/index.php
Antidepressivi, psicofarmaci, stimolanti. Settanta milioni di americani ogni giorno assumono un farmaco. E anche l’Italia scopre di essere “malata”
NEW YORK. Emily ha 28 anni e non sa più bene chi è. Emily arriva dal Midwest, ha una
lavoro da impiegata che la rende felice, una relazione più che serena e tanti, tantissimi amici. Eppure, ogni sera, prima di andare a dormire, mentre si strucca davanti allo specchio, Emily sente quel piccolo brivido correrle ancora lungo la schiena.
La colpa, lei lo sa bene, è proprio di uno dei suo amici: il più fidato, quello di più lunga data, l’unico che non l’ha mai tradita, quello che inseparabile la segue da quando aveva 14 anni. Un amico dal nome un po’ buffo ma dalla potenza micidiale.
Prozac. Acid-ò, acid-à / acid-ò, acid-à... Ricordate? Era l’estate di 15 anni fa e il tormentone di quella band dal nome che era tutto un programma, proprio Prozac+, prese in ostaggio l’Italia. Beh, 15 anni sono quasi una generazione e mica è un caso che dall’altra parte del mondo, all’alba dell’anno 2012, il paese più impasticcato del pianeta, cioè gli Stati Uniti d’America, stia cominciando a fare i conti con la pillolina che ci ha cambiato la vita.
Non è solo questione di Prozac, Tavor, Xanax e — per i più grandicelli — perfino Viagra.
No, non è solo questione di pilloline più o meno potenti e più o meno colorate.
Il fatto è che il boom delle pasticche che fanno sparire la paura, la malattia e la depressione rischia di fare sparire anche quella che i filosofi, prima ancora che gli psicologi e gli psichiatri, chiamano da millenni “coscienza di sé”.
Soprattutto nella generazione di chi, come Emily, è nata e cresciuta a pane & pillole.
Qui in America l’hanno già battezzata la Medication Generation. E i numeri non lasciano
nessun dubbio. Il National Center for Health Statistics dice che il 5 per cento degli americani dai 12 ai 19 anni usano antidepressivi. Aggiungeteci il 6 per cento della stessa fascia d’età che usa invece farmaci contro il cosiddetto Adhd, il disordine da deficit d’attenzione e iperattività. Mettete che un altro 6 per cento di adulti tra i 18
e i 39 anni prende antidepressivi. E così ci ritroviamo, per la prima volta, davanti a una
generazione che non solo si impasticca dall’età dell’asilo: non sa neppure che cosa vuol dire vivere senza pillola.
«Gli adulti che prendono i farmaci sostengono che la pillola aiuta a tornare a essere quello che erano prima che la depressione oscurasse la loro personalità», scrive sul Wall Street Journal Katherine Sharp. «Ma per gli adolescenti dalla personalità ancora in formazione il quadro è molto più complesso ».
Per chi da sempre convive con la pillola, insomma, «l’assenza di una concezione di sé, precedente al trattamento medico, impedisce di misurare gli effetti della pillola sullo sviluppo della personalità».
Messa così sembra un incubo da fantascienza. E non è un caso che da Aldous Huxley a Philip Dick la pillola regna incontrastata in tanti racconti. Nel “Mondo Nuovo” proprio le pasticche della fantomatica “Soma” aiutano a ingoiare le vite tutte uguali imposte dal tecnocratico regime. «Tutti i vantaggi della Cristianità e dell’alcol: e nessuno dei difetti». Così Huxley introduce la pillolina magica che oggi in tanti intravedono come la profetica progenitrice del Prozac, del Paxil o dello Zoloft che ogni giorno settanta milioni di americani mandano giù.
Ma Katherine Sharp non è una scrittrice di fantascienza. Il suo “Coming of Age on Zoloft”, l’adolescenza allo Zoloft appunto, è una denuncia in prima persona dei rischi di crescere con gli psicofarmaci. E l’allarme che ha lanciato dal giornale di Wall Street è un campanello per tutti noi.
Che fare quindi? Benedetto Vitiello, uno dei più grandi esperti in materia, responsabile della ricerca sull’infanzia al National Institue of Mental Health, riconosce che il problema è prima di tutto culturale. «Ricordo quando per la prima volta sono sbarcato qui trent’anni fa», dice a Repubblica.
«Ero ospite in casa di un collega, a Philadelphia. Scendo per fare colazione e la moglie,
gentilissima, aveva già apparecchiato per tutti. E accanto a ogni bicchiere, insieme al latte e al succo di frutta, ecco lì la bella pillolina. “E questa?”, ho chiesto preoccupato. “Ma è la vitamina quotidiana”, mi ha risposto lei tranquilla».
Naturalmente — o meglio sarebbe dire artificialmente — su quella strada trent’anni dopo si è avventurato mezzo mondo. Italia e isole comprese. Certo: gli americani ci danno sempre una pista. Il New York Times ha lanciato l’ennesimo allarme per i ragazzini. Sempre loro, quelli della medication generation, si fanno prescrivere gli stimolanti — fingendo si soffrire di Adhd, il deficit d’attenzione — per affrontare meglio i periodi di stress scolastico e presentarsi con più grinta agli esami.
Dalla pillola per risolvere un problema alla pillola che già tra i giovanissimi si
trasforma dunque nell’aiutino proibito. Doping. Droga. Ce ne sarebbe abbastanza per gridare allo scandalo. Ma una giornalista d’inchiesta, Kaitlin Bell Barnett, ha scritto un altro libro per invitare a non generalizzare. “Dosed”, cioè appunto “dosati”, ha un sottotitolo ancora più esplicito, “Così cresce la Medication Generation”, e racconta le storie di cinque ex adolescenti che, come lei, sono cresciuti a pane, pillole e depressione. «Ci sono passata anch’io», racconta ora. «Ma ho voluto indagare meglio proprio perché, leggendo su giornali e blog certe storie, ho scoperto che gli approcci non sempre sono stati positivi come il mio». La parola chiave è “differenza”: «Non tutti rispondiamo allo stesso modo ai farmaci. E le storie personali e i contesti familiari possono fare davvero la differenza».
Ok, ma non sarà che dietro il proliferare delle pillole si nasconda la longa manus dell’industria farmaceutica? In fondo la medication generation è cresciuta di pari passo con il via libera dei cosiddetti “spot al consumatore”. È solo dal 1996 che negli Usa è permessa la pubblicità dei farmaci per il fai-da-te dei disturbi mentali, sognanti caroselli dove basta una pillola per sentirti subito meglio: e chi vuoi che poi — malgrado la voce fuori campo — legga attentamente le avvertenze? Del resto, che la generazione-pillola sia una pacchia per Big Pharma non è mica un segreto: gli esperti lamentano, per esempio, la mancanza di studi specializzati sui rischi, che come si sa richiedono fior di finanziamenti. «Una certa teoria biologica dice che il cervello in via di sviluppo dei bambini potrebbe “sintentizzarsi” proprio per colpa dell’abuso dei farmaci», aggiunge Vitiello. «Ma dati certi non ne abbiamo. Certo è solo che il farmaco non dovrebbe mai essere il primo rimedio. E andrebbe assunto dietro intervento medico. E con
l’attenta partecipazione dei genitori».
Ma tutto lascia pensare che la medication generation si lascerà accompagnare dalle medicine per tutta la vita. «Già oggi», ricorda l’esperto «una persona di 65-70 anni prende in media 5-10 farmaci al giorno. E mica solo per curarsi. Per prevenzione: per non ammalarsi. La pasticca per il controllo del colesterolo, la pasticca per la pressione, la pasticca per il controllo del diabete, la pasticca per il controllo della tiroide, per incrementare la memoria...». Figuriamoci che cosa succederà adesso che l’impasticcamento comincia da bambini. O no? Kaitlin, la giornalista di “Dosed”, vede un po’ meno nero: «Non solo non ci sono prove che chi assume i farmaci da piccolo sia più esposto all’abuso dei farmaci da grande. Al contrario, ci sono studi che dimostrano come i giovani che si impasticcano già da piccoli da grandi tendono poi a rapportarsi in una maniera più corretta con i farmaci: più informata ». Non tutta la
medication generation, insomma, vive i tormenti di Emily, che 14 anni dopo resta ostaggio delle sue pasticche: la pillola che ci rende tutti uguali devono ancora inventarla.
 

Provigil (Modafinil)

Buongiorno. Innanzitutto, un plauso agli Operatori di questo portale: professionali, tempestivi e...generosi. Gradirei riferire la mia esperienza con il Modafinil (nome comm.le in Italia: Provigil). Si tratta di una molecola impiegata per la cura della narcolessia. Ogni altro uso, compresa l'OSA (Obstructive Sleep Apnea), in Italia è da considerarsi off-label. Il modafinil è un potente psicostimolante. Negli Stati Uniti è largamente impiegato e venduto online senza ricetta. L'USAF (Aeronautica Militare Statunitense) ne ha promosso l'impiego come "upper" e anti-fatica per piloti che compiono missioni di durata superiore alle otto ore consecutive. In questo caso, la posologia indicata per i piloti è di 200 milligrammi (una compressa in commercio in Italia ne contiene 100). Per missioni che superano le 12 ore consecutive, la posologia consentita e consigliata è di 400 milligrammi. Il Modafinil conferisce una condizione di complessivo benessere e un abbattimento del senso di fatica. A dosi di 200 mg risulta già possedere un effetto euforizzante. L'aspetto interessante di questo farmaco consiste nel fatto che, a differenza della cocaina e delle anfetamine, non esiste effetto rebound ("down"), o quasi. Se assunto a stomaco vuoto, e se agevolato da una attività fisica anche molto moderata, il Modafinil agisce già dopo un quarto d'ora-venti minuti. Io l'ho sperimentato a dosaggi anche molto elevati (megadoses: 2.000 mg in 12 ore). A questi dosaggi, il Modafinil risulta pericoloso per l'eccessivo effetto euforizzante che può indurre comportamenti socialmente pericolosi, ed è altamente cardiotossico, in forza del potenziale innesco della "torsione di punta" (vedi web usando "torsione di punta" come parole-chiave su google). Io non ho avuto problemi di sorta perché ho una corporatura mastodontica, ma sconsiglio vivissimamente di assumere simili quantità in un intervallo di tempo tanto ridotto. All'epoca in cui ho sperimentato gli effetti del Modafinil, facevo uso di metadone. Ebbene, il Modafinil accelera drammaticamente il metabolismo del metadone (non della buprenorfina), pertanto è indispensabile un aggiustamento in senso accrescitivo della posologia metadonica, pena il ritrovarsi in astinenza da metadone dopo poche ore dall'assunzione concomitante di Modafinil. Guidare sotto l'effetto di dosi moderate di Modafinil è un'esperienza da provare. La guida risulta fluida e precisa, senza il minimo sentore di fatica anche dopo 10-14 ore di auto. Per ogni approfondimento in lingua inglese, vi propongo di seguire il seguente link: www.ncbi.nlm.pubmed?term=modafinil%20 . (database del National Institute of Health americano). Qui troverete un oceano di informazioni scientifiche sulla molecola in oggetto. 

Il doping degli adolescenti nel mese prima degli esami

 

Uno studio Cnr: 8 ragazzi su cento fanno ricorso a pasticche. Lo spaccio di calmanti, pillole per la dieta e stimolanti senza ricetta. La ricerca si è basata sulle risposte di un campione rappresentativo di 50mila alunni italiani

di FABIO TONACCI, La Repubblica.it

 

Li prendono così, tra una versione di latino e gli esercizi di algebra, come fossero innocue aspirine. Ben 150mila studenti tra i 15 e i 19 anni, il 6 per cento della popolazione scolarizzata, ha usato psicofarmaci senza la prescrizione medica negli ultimi 12 mesi. Di questi, 80 mila sono definibili consumatori abituali. Prendono Xanax e Valium, antidepressivi e tranquillanti. Farmaci per l'attenzione, come il discusso Ritalin, lo stimolante a base di anfetamina. Pillole per la dieta, pillole per dormire. Un dato preoccupante che emerge dall'ultimo studio Espad 2011, realizzato dall'Istituto di fisiologia clinica del Cnr a Pisa.

La ricerca si è basata sulle risposte raccolte attraverso un questionario su un campione rappresentativo di 50mila alunni italiani. La prima riflessione che fa chi quello studio l'ha condotto, la epidemiologa toscana Sabrina Molinaro, riguarda proprio la costanza dell'abuso. "Mentre il consumo di droghe, alcol e tabacco sta diminuendo tra gli studenti di quell'età anche perché hanno meno soldi in tasca a causa della crisi  -  spiega  -  l'assunzione di psicofarmaci senza prescrizione medica rimane costante. Non diminuisce, anzi. L'uso di tranquillanti e pillole per dormire è in aumento, si è passati dal 4,5 per cento del 2007 (la percentuale è calcolata sul campione, ndr) al 5,4 per cento del 2011".

I tranquillanti dunque sono gli psicofarmaci più diffusi tra gli studenti. Seguiti però da quelli che promettono di migliorare la concentrazione e moderare l'iperattività, con una prevalenza nel campione del 2,8 per cento. Sono medicinali discussi e discutibili, che non trovano l'approvazione dell'intera comunità degli psicoterapeuti. Comunque da assumere tassativamente dietro prescrizione e controllo del medico. "Invece i ragazzi li prendono con troppa leggerezza perché consigliati da qualche amico  -  racconta la dottoressa Molinaro  -  o anche perché qualcuno in famiglia già li ha. Li usano prima di compiti in classe, interrogazioni, esami. Insomma in periodi di studio intenso". 
Dati alla mano, si scopre che il primo "assaggio" si fa intorno ai 15 anni e sono soprattutto le ragazze ad attingere con più facilità al cassetto dei medicinali dei genitori. Ma sbaglia chi pensa che quella sia l'unica fonte di approvvigionamento. Si possono comprare nel gran bazar di Internet. I ragazzi se li scambiano a scuola o a casa di amici. Il 3 per cento ha dichiarato di averli comprati da uno spacciatore insieme con altre sostanze, il 4 per cento li ha reperiti in discoteca o ai concerti.

"Non mi stupisce, purtroppo  -  commenta il dottor Raffaele Lovaste, responsabile da 20 anni del Sert di Trento e a conoscenza dello studio Espad  -  il messaggio che è passato nella società è che tutti i disturbi, o presunti tali, possano essere curati con una pillola. Il male interiore sedato con un elemento esterno. È una visione sbagliata, così si alimentano le dipendenze. E alcuni psicofarmaci, come i tranquillanti, danno assuefazione". 

Non ci si aspetterebbe di trovare lo Xanax o un tranquillante a un rave o a un concerto, invece capita anche quello. "Questo perché chi prende cocaina o pasticche  -  dice Lovaste  -  può essere soggetto ad attacchi di panico, ansie, paure. E quindi prende il medicinale per attenuare gli effetti collaterali di una droga". Un cocktail sciagurato.

Cinquant'anni dopo, tre italiani spiegano come è morta Marilyn Monroe

Due tossicologi forensi e una criminologa rileggono in un libro documenti e fatti di quel 5 agosto 1962. Conclusione? Non fu omicidio, e la sospettata numero uno è la cameriera.

Quando alle 4.30 di mattina il sergente Jack Clemmons entra nella casa di Marilyn Monroe, al 12305 di Fifth Helena Drive a Los Angeles, trova, in camera da letto, il corpo esanime della diva e un flacone vuoto di Nembutal (nome commerciale del pentobarbital). Marilyn è distesa a faccia in giù con le braccia lungo i fianchi e le gambe in linea retta. Ed è un'anomalia: nelle morti per overdose di sonnifero in genere si verificano convulsioni che lasciano i corpi in posizioni scomposte. La governante, Eunice Murray, riferisce ai poliziotti di aver notato verso la mezzanotte che la Monroe si era chiusa a chiave in camera e, non ricevendo nessuna risposta da lei, aveva chiamato lo psicanalista dell'attrice, il dottor Greenson. Greenson si era introdotto nella camera sfondando un vetro, ma non aveva potuto far altro che constatare il decesso. Mentre interrogava Greenson, il sergente Clemmons notò un'altra anomalia: Eunice Murray, che curiosamente aveva già fatto riparare il vetro, continuava a pulire con scrupolo l'abitazione, con lavatrice e asciugabiancheria in funzione.

Un alone di mistero avvolge così da sempre la morte di Marilyn. Adesso, a riesaminare il caso è il saggio L'enigma della morte di Marilyn Monroe (Le Lettere) scritto da tre italiani: Francesco Mari ed Elisabetta Bertol, docenti di tossicologia forense all'Università di Firenze, e Barbara Gualco, docente di criminologia nella stessa università. Mari e Bertol nel 2001 scoprirono che Pietro Pacciani, pochi giorni prima di morire, aveva preso un farmaco per lui controindicato e si sono già applicati a casi del passato: nel 2006 hanno risolto il giallo della morte quasi contemporanea di Francesco I de' Medici e della consorte Bianca Cappello stabilendo in via definitiva che erano stati avvelenati. Inviduarono infatti tracce di arsenico in frammenti di fegato vecchi di quattro secoli. Nella ricostruzione del caso Marilyn Monroe applicano la loro perizia ai documenti, alle testimonianze e alle teorie di biografi acuti come Donald Spoto (Marilyn Monroe: the biography, 1993).

"Tra tante cose poco chiare, emerge cristallina la volontà del coroner, Theodore Curphey, di chiudere il caso in fretta, con una diagnosi di "probabile suicidio" molto discutibile" dice Francesco Mari. "Anzitutto: come mai nella stanza e nel bagno non si trovò il bicchiere, o la tazzina, che necessariamente la Monroe avrebbe dovuto utilizzare per ingerire quelle capsule? E perché queste capsule non furono rintracciate nel contenuto gastrico?". Dell'autopsia si occupò Thomas Noguchi, vicecoroner dello staff di Curphey, il quale scoprì con sconcerto, la mattina del 5 agosto, che il corpo della Monroe non era all'obitorio, come la legge richiedeva nel caso di morti poco chiare, ma presso una ditta di onoranze funebri, che stava già iniziando a prepararlo. "Comunque Noguchi nello stomaco non trovò niente di significativo. Eppure 47 capsule di Nembutal - tante ne avrebbe dovute ingerire per giustificare i livelli della sostanza nel sangue e nel fegato, pari a tre volte la dose letale - hanno la loro consistenza, sono colorate di un giallo intenso, e almeno un piccolo residuo sarebbe dovuto restare. Nella nostra esperienza, nei casi di suicidi con barbiturici, c'è sempre un residuo gastrico notevole, perché quando sopravviene la morte, blocca l'assorbimento di queste sostanze. Invece Noguchi trovò solo 20 millilitri di materiale mucoso, privo di residui: l'analisi venne fatta con il microscopio a luce polarizzata, strumento che si usa ancora e consente di individuare tracce anche minime dei cristalli che caratterizzano molecole come quella del pentobarbital".

Un altro dato contrasta con l'ipotesi del suicidio: "Come ha fatto Marilyn ad assumere 47 capsule di Nembutal, se quel giorno, come risulta dalle prescrizioni mediche, doveva averne a disposizione solo 25?" osserva Elisabetta Bertol. Anche alla luce dell'analisi psicologica, l'ipotesi del suicidio fa acqua: "Il giorno prima di morire Marilyn parlò con la nipote di Joe DiMaggio del loro accordo per risposarsi l'8 agosto. Inoltre, se avesse scelto di farla finita, con ogni probabilità avrebbe aggiornato il testamento: quello ritrovato, vecchio di 18 mesi, non prevedeva disposizioni a favore di Greenson, che invece ormai era diventato una presenza fondamentale per il suo equilibrio psichico" osserva Barbara Gualco.

Forti dubbi sul suicidio furono del resto espressi proprio dalle persone più coinvolte nelle indagini: il procuratore John Miner nel suo rapporto scrisse che non si trattava di suicidio (per poi correggere aggiungendo a "suicidio" l'aggettivo "intenzionale") - e il tossicologo Lionel Grandison firmò il certificato di morte con l'indicazione di suicidio ma rivelò di esservi stato costretto da Curphey, e che la sua vera ipotesi sulla morte di Marilyn era quella di un'iniezione letale.

Un po' diversa è la conclusione dei tossicologi italiani: "La concentrazione di barbiturico nel sangue, 4,5 milligrammi su 100 millilitri, in confronto a quanto riscontrato in altri casi di suicidio, è così elevata da rendere quasi impossibile l'ipotesi che la Monroe abbia assunto per via orale un quantitativo del genere. Ma nell'autopsia non si è trovata alcuna traccia di iniezione. Si è riscontrata invece una zona infiammata nel colon retto e questo può indicare che l'assorbimento massivo del veleno sia avvenuto lì" spiega Francesco Mari. "Ecco perché possiamo sottolineare la validità scientifica dell'ipotesti contenuta nella biografia di Spoto e cioè che la somministrazione sia avvenuta via clistere". Pratica che per Marilyn - al netto del veleno - era un'abitudine, per la quale la assisteva la governante.

Fu dunque la Murray a somministrare la dose fatale? E avrebbe agito di sua iniziativa o per conto di qualcuno? Qui le cose si fanno più ingarbugliate: da un lato è noto che la governante covava risentimento per Marilyn, che stava per licenziarla. Dall'altro si sa che Marilyn aveva minacciato Robert Kennedy, l'amante che l'aveva lasciata per non compromettere la vita familiare, di convocare una conferenza stampa con rivelazioni clamorose per lunedì 6 agosto se lui non fosse andato a trovarla nel week-end. Il 3 agosto risultano diverse chiamate senza risposta della Monroe all'hotel dove si trovava Kennedy. E proprio lui fu fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità a pochi chilometri dalla casa della Monroe, intorno alle 24 di quella notte in cui l'umanità si addormentò per risvegliarsi con un sogno di meno.
 
Scheda del libro:

Torino: psicofarmaci a un adolescente su quattro

Circa il 25 per cento dei ragazzini torinesi di 13 anni ha assunto psicofarmaci almeno una volta nella vita, a casa oppure fuori con gli amici. È il primo dato di una ricerca in corso coordinata dal Dipartimento di salute pubblica dell’università di Torino. ”Finora” ha spiegato Roberta Siliquini, ordinario di Igiene, durante la presentazione del Rapporto Osservasalute 2011″ l’indagine è stata condotta su 600 studenti tredicenni delle scuole medie; l’obiettivo è intervistarne 2.000 entro l’autunno. Abbiamo rilevato che circa un quarto dei ragazzini ha assunto psicofarmaci almeno una volta. In alcuni casi i farmaci sono stati assunti fuori casa con amici, in altri casi sono invece stati i genitori a far assumere i farmaci ai ragazzi”. Una decisione, ha proseguito, ”non dettata però da motivazioni mediche ma solo dalla volontà di aiutare i figli a superare degli stati d’ansia”. Si tratta, ha commentato Siliquini, di un ”uso improprio e preoccupante degli psicofarmaci, principalmente per due ragioni: la prima è che somministrare a ragazzi psicofarmaci a dosaggio per adulti può portare ad effetti imprevedibili; la seconda è che, dal punto di vista educativo, è sbagliato indurre i giovani a pensare di poter risolvere i propri problemi o la propria ansia semplicemente basandosi su un aiuto esterno come può essere un farmaco”.
”Se fosse confermato, si tratterebbe di un dato estremamente preoccupante ed allarmante”. Così il presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Alberto Ugazio, commenta il dato preliminare dell’indagine. ”Gli psicofarmaci hanno, come tutti i farmaci, degli effetti collaterali e vanno utilizzati solo se ci sono delle indicazioni precise per patologie mentali. Se non ci sono delle indicazioni, il loro uso presenta dunque dei rischi”.

Tanto più nel caso di bambini e ragazzi: ”L’utilizzo di questi farmaci, nel caso dei bambini - avverte l’esperto - richiede sempre lo stretto controllo del medico e gli psicofarmaci devono essere prescritti da un neuropsichiatra infantile. In questo campo, l’automedicazione, o il fai da te, è quanto di meno auspicabile possa esserci per la salute dei nostri bambini”. Inoltre, prosegue Ugazio, ”l’ansia, per combattere la quale i genitori del campione avrebbero somministrato psicofarmaci ai ragazzi, è un sintomo che va valutato: se non indica una patologia, la terapia farmacologica non è assolutamente indicata”. Certamente, rileva il presidente Sip, ”il dato preliminare del 25% di tredicenni torinesi che ha assunto almeno una volta psicofarmaci, è un dato comunque elevatissimo. Dunque, o è inverosimile il risultato della ricerca in corso, oppure - conclude - siamo davanti ad una situazione davvero preoccupante”.

blog.panorama.it/hitechescienza/2012/04/24/psicofarmaci-a-un-adolescente-su-quattro/

Stanislav Grof e l'LSD

Lo scienziato e psichiatra Stanislav Grof, ospite al forum psichedelico di Basilea, racconta la sua esperienza con l'LSD

Psicofarmaci e anfetamine, come si sopravvive alla guerra


Martino Mazzonis, su L'Unità - Centodiecimila soldati in attività prendono narcotici, anfetamine, anti-depressivi per tenere a bada gli effetti che la guerra ha lasciato nella loro testa. Ieri il Los Angeles Times dava conto di uno studio per cui l’8 per cento dei militari in servizio ha bisogno di sedativi, il 6 per cento di antidepressivi e i medici militari prescrivono ai loro pazienti le pillole come se fossero mentine per rinfrescare l’alito.


La diffusione di psicofarmaci è aumentata dell’800 per cento dal 2005 a oggi nell’esercito americano. Ai piloti servono le anfetamine per mantenere viva l’attenzione durante le missioni di volo da dodici ore. Una volta al campo serve qualcosa per dormire. Dopo dieci anni di guerra, dopo che la maggior parte dei militari – l’età media di chi va in missione è di 24 anni – ha fatto tre turni di combattimento, il tasso di dipendenza da psicofarmaci aumenta in maniera esponenziale.

 

 

Continua a leggere su L'Unità

Carceri, denuncia shock Osapp: Psicofarmaci a migliaia di detenuti

 

Notizie.tiscali.it - Roma, 6 apr. (LaPresse) - Nelle sovraffollate carceri italiane migliaia di detenuti vengono costretti a prendere psicofarmaci in modo che stiano buoni. Molti col tempo finiscono per sviluppare una dipendenza, col risultato che le prigioni si trasformano in fabbriche di tossicodipendenti. Il fenomeno colpisce soprattutto i detenuti in attesa di giudizio, persone quindi che ancora aspettano una sentenza e che potrebbero perciò oltretutto anche essere innocenti. La denuncia arriva dalle stesse guardie carcerarie: la segnalazione infatti è dell'Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), uno dei principali sindacati di settore. Secondo il segretario dell'organizzazione, Leo Benedeuci, "oltre il 40% dei detenuti in attesa di giudizio nelle case circondariali, pari ad oltre 12mila individui e oltre il 10% di detenuti condannati nelle case di reclusione pari ad ulteriori 3.500-4.000 sono soggetti ad una sorta di 'contenimento chimico' nelle carceri italiane, a causa del massiccio uso di psicofarmaci".

 

Continua a leggere l'articolo su Notizie.tiscali.it

The Truth about Tranquilizers

This site's purpose is to increase the public awareness of the problems presented by modern tranquilizer medication, the medication that generally includes a multitude of some 20-30 common synthetic drugs of the so-called benzodiazepine family.

Xanax Facts and Whitney Houston, Dr Peter Breggin, February 22, 2012

XANAX FACTS AND WHITNEY HOUSTON

IL MANUALE DI HASTON

15 anni psicofarmaci, ora mi curo con la marijuana .....

Ciao a tutti, vorrei raccontare la mia esperienza per far si di poter precedervi all'idea di voler intraprendere o consigliare a persone che soffrono di disturbi come la depressione. un percorso di cure con medicinali.

All' età di 15 anni iniziai ad entrare in crisi avevo comportamenti autolesionistici e l'umore instabile , insonnia e perdita di entusiasmo per qualsiasi attività.

Naturalmente , mia madre si proccupo e mi accompagno da uno psichiatra che mi diagnostico subito una depressione e successivamente iniziai diverse tipi di cure  di antidepressivi che purtroppo non mi aiutavano ad alzare il tono dell'umore e successivamente piano piano anche il sonno inizio a peggiorare cosi ecco che mi prescrisse un sonnifero , che ci crediate o no, anche il sonnifero non mi faceva dormire, ecco allora che iniziai ad essere molto piu nervosa ed avere fenomeni di ansia e cosi bammmm ... anche ansiolitici ..

Insomma, vorrei scrivervi tutti i medicamenti che mi hanno somministrato perche non si verificavano cambiamenti ,ma purtroppo, non me li ricordo tutti.

Intanto iniziai ad avere idee di suicidio , cosi decisi di tenere da parte le cure (non prendendole per 2 mesi)  i avevo accumulato molti sonniferi e ansiolitici che contenevano benzodiazepine e le presi tutte insieme con una bella bottiglia di vodka ,

Ed ecco che mi risvegliai in una Clinica psichiatrica il mio tentato non era riuscito e mi toccava convivere con una realta dove non avevo scelta . Mi cambiarono i medicamenti ed ecco che arriva nella mia vita Il Seroquel questo farmaco me lo ricordo perche oltre ad essere un neurolettico molto forte mi aveva totalmente ricretinita (tic, tremori , perdita di concentrazione, salivazione eccessiva e una grande sonnolenza che mi impediva anche di fare una passeggiatina per l'eccessiva stanchezza ) vi ricordo che io avevo 17 anni allora.

Cerano poi gli aspetti sociali al interno della clinica che sono troppi da raccontare ma gli unici giovani che si trovavano ricoverati  avevano dipendenze da eroina , tra di loro c'era qualche persona che vendeva i medicamenti che non assumeva sputandoli , molta gente sosteneva che stava meglio quando gli davano i medicamenti , allora decisi di provare quelli piu forti, ebbene tra questi cera valium metadone e altri che non mi ricordo... tutto questo mi porto a vivere come un vegetale per quasi un anno.

Uscita dalla clinica andai in un istituto di rinserimento e li iniziai a voler diminuire i farmaci per paura di mettere su altri kg, Da li la mia vita a ricominciato a colorarsi.

Ora ho 20 anni e non prendo psicofarmaci anche se ormai la depressione non mi ha  abbandonata ma ho imparato a conviverci, ad esempio dopo aver smesso la terapia iniziai a consumare regolarmente marijuana e cio mi allevia l'ansia, mi permette di godermi l'attimo ,rilassarmi e addormentarmi serenamente la sera. Molte persone sono contro la Marijuana io penso che essa è uno strumento per migliorare la qualità dell'umore e se puo aiutare una persona che ha disturbi cronici come la mia depressione dovrebbe  la cannabis essere legale , e a suo tempo illegali gli psicofarmaci , la differenza è concreta il mio antidepressivo cresce in un prato su una bella montagna Svizzera priva o quasi d'inquinamento, gli psicofarmaci oltre a essere chimici gli effetti collaterari possono essere devastanti in alcuni casi mortali , e sono creati non per aumentare la vivibilità di una persona depressa ma bensi a renderla un vegetale impedendogli di vivere la loro vita con gioia ma tenendo il "paziente " a letto all' interno di una clinica aspettando l'arrivo della fatidica morte naturale.

Condividi contenuti