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Novità

Salvate il pesce cocainomane interrogazione dei 5 Stelle

Succede a Firenze. In Arno, secondo alcuni prelievi, c'è un'alta presenza di metaboliti, residui della cocaina. E così una consigliera grillina si spinge a chiedere al sindaco Nardella cosa intenda fare per evitare danni ai pesci   di ERNESTO FERRARA, Repubblica

Dalle sirene ai pesci cocainomani. Stavolta dal cilindro dei 5Stelle salta fuori un singolare sos per salvare i pesci dell'Arno a Firenze. Un allarme sollevato dalla giovane consigliera grillina Arianna Xekalos, ispirato alle ricerche sulle acque del fiume fatte negli anni scorsi dall'Università di Firenze, che arriva addirittura sul tavolo del sindaco Dario Nardella. La giovane 5 Stelle ha presentato un'interrogazione, in cui si legge: "Considerato che il fiume è uno dei maggiormente inquinati d’Italia; appresa la presenza di eroina e cocaina, che possono compromettere la sopravvivenza delle specie animali presenti nel letto". Quindi la domanda al sindaco: "E’ prevista un’operazione di riqualificazione delle acque? Se sì, quando sono previsti i lavori?". 

Per giorni all’assessorato all’ambiente, a cui è stata inoltrata la domanda, ci hanno scherzato su: «Facciamo un centro di recupero per i pesci tossici!». Poi la risposta formale dell’assessore Alessia Bettini: «Non è competenza del Comune; tuttavia segnaliamo che il nuovo emissario in riva sinistra riduce l’inquinamento delle acque». Ma il tema rimane: in Arno, secondo indagini universitarie condotte dal 2007 in poi, è emerso che c’è una concenrazione di cocaina più alta che nel Tamigi. 

I pesci ne risentono? "No, si tratta di metaboliti, ovvero residui di sostenza già consumate dall'organismo umano, per di più in concentrazioni bassissime", tranquillizza il Comune. Una ricerca del 2011 segnalava tuttavia che per l’eccesso di droghe nell'acqua i gobioni della Dore in Francia stavano diventando ermafroditi. Pesci siluri avvisati...

Usa, il gigante del tabacco Reynolds vieta ai dipendenti di fumare in azienda

Chi lo avrebbe mai immaginato che una delle maggiori aziende produttrici di sigarette al mondo, la Reynolds (Camel), potesse disincentivare il consumo di fumo? Invece è così. La multinazionale si appresta a vietare il consumo di tabacco nei locali delle sue sedi

 NEW YORK - Vietato fumare. A partire dal primo gennaio 2015 una delle compagnie più grandi al mondo per la produzione e lavorazione del tabacco, la Reynolds American Inc. (proprietaria del marchio Camel), vieterà ai propri dipendenti di fumare all'interno dei locali dell'azienda. Non è detto che la decisione aiuterà i lavoratori tabagisti a finirla col brutto vizio, di sicuro non potranno dedicarci tempo nell'orario di lavoro: il divieto infatti riguarda gli uffici, le sale conferenza, ai corridoi e negli ascensori di tutti gli edifici dell'azienda e anche in tutte le fabbriche e nei locali mensa, ristoro e fitness.

Per adesso il gigante del tabacco chiuderà un occhio limitatamente ai corridoi e agli uffici privati, ma solamente fin quando non saranno messe a disposizione del personale stanze ad hoc in cui respirare il grigio fumo (le smoking-room, quegli anfratti attrezzati di aspiratori che si trovano in quasi tutti gli aeroporti del mondo). L'azienda prevede di disporre la consegna delle stanze del fumo entro fine 2015. Il divieto stranamente si limità ai prodotti con tabacco: i dipendenti potranno fare abuso di sigarette elettroniche, tabacco da sniffo e Eclipse - la sigaretta dal filtro in carbonio, prodotta dalla Reynolds, che rilascia sapore di tabacco una volta scaldato, ideata negli anni novanta e mai ampiamente commercializzata.

Portavoce Reynolds: "Una scela al passo coi tempi". "Crediamo che sia la cosa giusta da fare e nel momento adatto, perché rivedere la nostra politica del fumo andrà incontro alle esigenze dei non-fumatori, ma anche dei fumatori che lavorano o visitano i nostri locali - ha detto il portavoce David Howard, al giornale Usa-Today - ci stiamo semplicemente allineando alla realtà della nostra società". 

Una scelta (forse) dettata dal mercato. Ma dietro questa decisione in apparenza lodevole, può esserci un motivo meno nobile: c'è infatti chi collega la direttiva al rilancio di Eclipse e all'annuncio di fusione con la Lorillard - il marchio che produce sigarette elettroniche Blu, numero tre del settore al mondo -  fatto lo scorso luglio. Una volta finalizzata, l'operazione porterà il gruppo alla vetta del mercato del tabacco e del fumo americano, ma non a dominarlo. La Reynolds detiene attulamente il 25 percento dell'intero settore che, sommato al 15 della Lorillard, porta l'azienda a controllare il 35 percento del mercato. Nonostante l'enorme operazione, il controllo rimane nelle mani della Holding Altria, proprietaria del marchio Malboro, che ne detiene la metà esatta. Per aumentare la propria concorrenza, la Reynolds punta ad aumentare le attività nel settore, subentrando nella produzione di sigarette elettroniche e di sigari. 

Il tabagismo negli Usa interessa il 18% della popolazione. Dai dati forniti dallo stesso dirigente, il 20 percento dei 5.200 dipendenti dell'azienda è fumatore  - dato in linea con il tasso medio degli Stati Uniti, pari a circa il 18 percento. Anche la  Philip Morris Usa non consente il fumo nelle fabbriche e nei luoghi comuni come ascensori o corridoi. I dipendenti con uffici separati sono invece autorizzati a fumare, l'azienda da tempo ha attrezzato le sue sedi con smoking area.

Siria: Los yihadistas son drogados masivamente con captagon, una poderosa anfetamina euforizante

 Los medios occidentales y del Golfo nos quieren hacer creer que los yihadistas que combaten en Siria se alimentan principalmente de la lectura del Corán. La realidad es que se drogan masivamente con Captagon.

Ésta droga, muy utilizada en Oriente Próximo, aunque práticamente desconocid​a​ en otras partes, permite a los combatientes mantenerse en pie y luchar durante días enteros sin descanso. Por otra parte, el comercio de Catagon permite también generar el dinero necesario para la compra de armas.

El ejército sirio ha decomisado en dos días un coche lleno de pastillas de Captagon y un camión cisterna con una tonelada de esa droga.

Captagon es la marca comercial del clorhidrato de fenetilina. Se empezó a producir en los años 60 para tratar la hiperactividad, la narcolepsia y la depresión, pero fue prohibido en muchos países en​ los años 80 por ser demasiado adictivo. En el año 2011 la OTAN inició su producción en un laboratorio en Bulgaria, y ahora se produce igualmente en todo Oriente Próximo.

El año pasado la policía antidrogas de Líbano incautó 12 millones de pastillas de Captagon. El comercio de esa droga con Siria y los países del Golfo es intenso. Parte de los beneficios generados por ese comercio sirve para apoyar económicamente la rebelión contra el régimen de Bashar al-Assad.

El Captagon es una anfetamina que provoca euforia e insensibilidad al dolor, quita el sueño, deprime el apetito, da energías. Mezclado con otras drogas como el hachis, constituye la ración alimentaria básica del yihadista.

Los combatientes no sienten ni su dolor ni el que infligen a los demás. Así pueden cometer todo tipo de atrocidades con la sonrisa en la boca.

*Fuente: Alerta Digital

studio su risultati scolastici e cannabis

Il primo studio di ampio spettro sulle presunte correlazioni tra uso di cannabis e risultati scolastici mostra l'assenza di connotazioni od effetti negativi nel caso di uso moderato.

Hanno cambiato il nome al "gioco d'azzardo", una gaffe svela la strategia delle concessionarie

Immaginiamo che un giorno le associazioni che combattono l'alcolismo si mettano d'accordo con i principali produttori di superalcolici per lottare assieme contro il fenomeno. E prima di tutto concordino sull'opportunità di non utilizzare più la parola alcolismo, che suono male ed evoca una terribile condizione di dipendenza. E decidano di sostituirla con una lungo circonlocuzione. Del tipo: “Campagna contro rischi derivanti dalla non corretta assunzione di bevande che contengano etanolo in quantità superiore al 22 per cento”.
E' quanto è successo nei giorni scorsi nel mondo del gioco d'azzardo quando – in un protocollo d'intesa tra le associazioni aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” (che ha come sottotitolo “Campagna nazionale contro i rischi del gioco d'azzardo”) e “Sistema gioco Italia” (l'associazione, aderente alla Confindustria, che unisce i principali imprenditori del settore) – si è convenuto di sostituire l'espressione “gioco d'azzardo” con l'edulcorante locuzione “Gioco con alea con posta in denaro”.
Il protocollo è stato sottoscritto il 15 di questo mese e la sua pubblicazione ha immediatamente scatenato un autentico psicodramma all'interno delle associazioni anti-azzardo determinando una sfilza di autorevoli dissociazioni e prese di distanza. Ma soprattutto ha svelato definitivamente la strategia di comunicazione, e anche la raffinata politica di lobbing, messa in atto dai concessionari. I quali – mentre continuano a sfornare nuovi 'Gratta e vinci' – tentano di presentarsi alla stregua di un indispensabile servizio ai cittadini che si preoccupa della loro salute e vuole metterli al riparo dai commercianti disonesti. Stando nella metafora iniziale, sarebbe un po' come se i produttori di superalcolici tentassero di accreditare l'idea che si rischia veramente l'alcolismo solo se si bevono prodotti realizzati senza licenza.
Non è stato un fulmine a ciel sereno. La discussione all'interno delle associazioni anti-azzardo era partita fin da un mese fa, quando dalla lettura dei loro bilanci si scoprì che Sisal e Lottomatica nel 2013 avevano destinato quasi 13 milioni di euro a “sponsorizzazioni, aiuti, liberalità e beneficenza”, sostenendo economicamente, tra gli altri, Save the children, Emergency, la Fondazione Umberto Veronesi e la Comunità di Sant'Egidio. Ci si domandò se fosse eticamente ammissibile la collaborazione di associazioni umanitarie con questa autentica macchine per fare soldi a spese di cittadini sprovveduti e a volte disperati. Che arrivano a rovinare se stessi e le loro famiglie acquistando tagliandi che promettono vincite milionarie e mascherano la realtà dei fatti: che, cioè, le possibilità di diventare “mega-milionari”, o “turisti per sempre”, o addirittura di vincere una casa, sono irrisorie. Per esempio, si afferma che esiste una possibilità di vittoria ogni quattro tagliandi, rendendo invisibile il fatto che la maggior parte di questi tagliandi “vincenti” hanno un valore identica al loro costo. E in definitiva servono solo a creare l'illusione della vincita, a indurre a nuove giocate e a favorire la dipendenza. Ma questa volta, col “protocollo d'intesa”, il bubbone è scoppiato in modo evidente e clamoroso. Il tentativo di chiamare il “gioco d'azzardo” con un altro nome, tra l'altro oscuro, ha confermato i sospetti sulla politica delle concessionarie.
La campagna “Mettiamoci in gioco” è nata nel 2012 per “sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulle reali caratteristiche del gioco d’azzardo nel nostro Paese e sulle sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche, avanzare proposte di regolamentazione del fenomeno, fornire dati e informazioni, catalizzare l’impegno di tanti soggetti che – a livello nazionale e locale – si mobilitano per gli stessi fini”. Vi aderisce una lunghissima serie di associazioni, le più importanti: Tutti i sindacati confederali, l'Arci, le Acli, la Federconsumatori, Libera, l'Azione Cattolica, il gruppo Abele e molte altre.
Dal giorno in cui è esplosa la polemica, sul sito di “Mettiamoci in gioco”, campeggia la scritta: “Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria” Quindi un lungo comunicato dove si precisa che “l’opportunità di aprire un confronto con le imprese di Confindustria nasce esclusivamente dalla volontà di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo”. Già, ma per fare questo era necessario smettere di chiamare il gioco d'azzardo col suo nome e inserire nel protocollo una clausola di riservatezza?
Gli autori dell'iniziativa banalizzano. La clausola di riservatezza, dicono, è stata introdotta solo per garantire le parti “dal rischio di strumentalizzazioni reciproche”. E La decisione di utilizzare quella lunga circonlocuzione è stata presa solo perché l'espressione “gioco d'azzardo” nel codice penale è utilizzata con riferimento alle attività illegali. Vero, ma si è appunto nell'ambito del codice penale. Anche l'espressione “armi da fuoco” nel codice penale è usata per punirne l'uso illegale, ma non per questo i loro produttori hanno ottenuto di poterle chiamare “oggetti atti a espellere ad altissima velocità proiettili”.
E non a caso nell'imbarazzata nota pubblicata sul sito di “Mettiamoci in gioco” si precisa: “La campagna continuerà anche in futuro a etichettare il fenomeno come “gioco d’azzardo”, perché – a nostro avviso – di questo si tratta. Anche su questo punto, dunque, la posizione della campagna non è cambiata: non è problematico solo il gioco “illegale” (la posizione tradizionale dei concessionari), ma anche quello “legale”. Bene, ma allora perché accettare di chiamarlo in un altro modo proprio in un protocollo d'intesa finalizzato a elaborare una 'legge quadro'. Forse si ipotizza di consacrare per legge questa modifica del vocabolario?
La prima a dissociarsi è stata Daniela Capitanucci di Alea: “Non sapevo nulla, è stato un filmine a ciel sereno”. Poi è stata la volta delle sue associazioni che fanno capo a don Luigi Ciotti, “Libera”, e il Gruppo Abele che, pur ribadendo la stima verso don Armando Zappolini (il coordinatore della campagna “Mettiamoci in gioco”), “ ritengono doveroso precisare la loro estraneità a quanto accaduto, non essendo a conoscenza di tale accordo e della relativa firma se non attraverso articoli di stampa”. Precisazione definita “sorprendente” dai responsabili della campagna i quali hanno fatto sapere che un rappresentante di Libera ha partecipato alla stesura del protocollo e l'ha anche sottoscritto”. La verità è che è stato commesso un errore che ha messo in imbarazzo tutte le associazioni anzi-azzardo. Efficace la sintesi di Riccardo Bonacina in un editoriale apparso su Vita.it: “Mettiamoci in gioco, o mettiamoci in ginocchio?”. Ieri la nota dell'Auser, altra associazione promotrice della campagna, che “prende le distanze” dal protocollo del 15 ottobre perché ritiene la gestione dei suoi contenuti “un fatto non condivisibile e contraddittorio rispetto a quanto sostenuto fino a oggi”. Se il protocollo sarà portato avanti, è l'avvertimento, ciò “determinerà l'uscita dell'Auser dalla campagna”.

notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/21/gioco-azzardo-linguaggio.html

pop-hulisti

 ogni volta che vedo o leggo una intervista a Fedez penso che Giovanardi non abbia tutti i torti...

il papà israeliano della marijuana terapeutica: un tesoro medicinale ancora da scoprire

La pianta di cannabis disegnata da Pedanius Dioscorides durante uno dei viaggi al seguito dell’esercito romano fa sorridere il professor Raphael Mechoulam. Di ammirazione. «È il più grande farmacologo degli ultimi duemila anni», commenta. Il volume (uno dei cinque) della sua De Materia Medica schiaccia il leggìo nel piccolo studio ricavato dalla stanza-rifugio che ogni appartamento israeliano deve avere e il suo peso mette in difficoltà anche questo neuroscienziato-chimico di 84 anni.  È stato rettore dell’Università ebraica a Gerusalemme, continua a lavorare nel laboratorio dell’ospedale Hadassah, è conosciuto come «il padre della marijuana terapeutica» (nonno — ironizza lui — adesso che di nipoti ne ha sette). Perché esattamente cinquant’anni fa — quando nessuno la studiava ed era finita nel dimenticatoio della ricerca a espiare l’associazione a delinquere con l’oppio e la coca — è riuscito a isolare e a definire la struttura del tetraidrocannabinolo (Thc), il principio psicoattivo dell’erba. L’anno prima aveva scoperto il cannabidiolo (Cbd), altro elemento fondamentale, però non tossico, senza effetti stupefacenti.

Gli Stati Uniti la proibiscono nel 1937, le Nazioni Unite la inseriscono nella lista delle sostanze illegali nel 1961. Mechoulam decide di occuparsene, si sa poco di questa pianta originaria dell’India (Cannabis Indica): i riferimenti nei documenti scarseggiano («è un francese ad aver scritto il primo trattato sui suoi effetti psicotropi dopo che i soldati di Napoleone l’avevano portata a Parigi dall’Egitto»), la materia prima non è facile da recuperare per un istituto scientifico. «Ho chiesto a un amico che conosceva il capo della narcotici. Lo ha chiamato, gli ha detto: ti puoi fidare, è un bravo ragazzo. Sono andato a recuperare cinque chili di hashish sequestrati al confine con il Libano, li ho riportati a casa in autobus, nessuno capiva che cosa fosse quell’odore che traspirava dalla mia borsa».

Raphael Mechoulam, 84 anni, in laboratorio

Assieme a Yechiel Gaoni, il giovane scienziato è ormai in grado di estrarre e sintetizzare il Thc, dosarlo, sperimentarlo sugli animali e sugli esseri umani. «Non sapevamo come funzionasse, quali effetti avesse sul cervello. Così abbiamo preparato una torta con 10 milligrammi di Thc puro. L’abbiamo fatta assaggiare a dieci amici, cinque avevano già fumato, cinque no. Mia moglie non ha sentito nulla, un altro non riusciva a smettere di parlare, era un parlamentare, tipico per un politico. Abbiamo provato una dose più forte e in due hanno sviluppato sintomi paranoidi molto pesanti. È stato sorprendente vedere come uno stesso prodotto avesse risultati così diversi sugli individui».

La moglie Dalia da allora non ha più provato, lui dice di non averlo mai fatto. Considera pericoloso l’uso (o abuso) della cannabis fuori dal controllo medico, «come l’alcolismo, il gioco d’azzardo, il tabacco. Legalizzarla è questione sociale e politica. Io mi occupo dei benefici che può dare usata come terapia». In Israele i pazienti che ricevono la marijuana sono ormai 18 mila, è il secondo Paese al mondo per distribuzione. I casi sono definiti dalla legge («non basta presentarsi e dire: ho mal di schiena»): soprattutto dolori «cronici» causati dal cancro o altre condizioni, la sclerosi a placche, per contrastare la nausea da chemioterapia, il Parkinson, la sindrome di Tourette. «Uno studio recente ne ha dimostrato l’efficacia contro il disturbo da stress postraumatico, un aiuto fondamentale in un Paese come questo dove le guerre non finiscono mai e i soldati sono ragazzi di 18 anni».

Mechoulam è immigrato adolescente (il padre era sopravvissuto a un campo di concentramento nazista), in fuga dalla Bulgaria finita sotto il dominio sovietico. Arrivano quando lo Stato d’Israele è appena nato, tutto è da costruire, anche i laboratori di ricerca. Famiglia della borghesia europea, Raphael conosce il francese, il tedesco, l’inglese. Sceglie la facoltà di chimica, si appassiona alle sostanze naturali, diventa ricercatore all’Istituto Weizmann, vicino a Tel Aviv. «Avevo bisogno di fondi, gli americani continuavano a respingere le mie richieste, la marijuana era considerata poco interessante dalle case farmaceutiche perché sulle piante è difficile stabilire i brevetti e restava bollata come “droga”. I finanziamenti sono arrivati dopo che mi ha contattato un dirigente del National Institute for Health: un senatore l’aveva interpellato perché aveva sorpreso il figlio a fumare e voleva sapere se distruggesse il cervello. Da allora hanno sempre sovvenzionato i miei studi».

Il professore viene consultato dal ministero della Sanità israeliano per decidere come strutturare e far evolvere la distribuzione di marijuana terapeutica. «È fondamentale che i medici, una ventina quelli autorizzati in Israele, sappiano esattamente quello che prescrivono e i pazienti quello che prendono, come per tutti i medicinali. Ormai i coltivatori sono in grado di produrre piante con precise percentuali di Thc e Cbd. La terapia e l’efficacia sono diversi».

I trafficanti e gli spacciatori smerciano lo sballo, così l’erba illegale è inzuppata di tetraidrocannabinolo e viene ridotta la quantità di Cbd, che però serve ad attenuare gli effetti negativi del Thc. «Il cannabidiolo è un tesoro ancora da esplorare per la farmacologia. È un anti-infiammatorio, sembra funzionare per l’artrite reumatoide, l’epilessia nei bambini, la schizofrenia. Non è una droga. Solo che immettere un preparato sul mercato costa tantissimo — gli studi di tossicità, la sperimentazione — e per ora nessuno sembra interessato a investire nell’erba migliore».

di Davide Frattini, La Lettura Corriere della Sera

dispacci.corriere.it/2014/10/19/il-papa-israeliano-della-marijuana-un-tesoro-medicinale-ancora-da-scoprire/

La marijuana fa meno male di tabacco e alcool. Studio

 La marijuana e' la droga illegale piu' consumata al mondo con forti consumi in crescita negli ultimi anni. Per capire i suoi effetti sulla salute, il ricercatore Wayne Hall dell'Universita' del Queensland in Australia, ha analizzato i risultati di vari studi sul consumo di cannabis negli ultimi venti anni.
Tra i risultati di questo riassunto delle ricerche sulla cannabis, pubblicato sulla rivista “Addiction”, ce ne sono alcuni che sono evidenti. Per esempio, guidare dopo aver fumato marijuana raddoppia il rischio di incidente stradale. Nonostante questo, Hall evidenzia che in “molti di questi studi, una sostanziale percentuale di conducenti con cannabis nel proprio sangue aveva anche elevati livelli di alcool, rendendo difficile la distinzione, per il rischio incidente, tra gli effetti della cannabis e quello dell'alcool”.
Un altro degli effetti negativi della marijuana riguarda le donne incinte. Vari studi epidemiologici hanno individuato una relazione tra il consumo di questa sostanza e un ridotto peso dei bimbi al momento della nascita. Nello stesso ambito, anche se alcuni studi hanno riscontrato anomalie nello sviluppo dei bimbi quando le madri fumavano cannabis durante la gravidanza, studi successivi non hanno riscontrato uno stretto legame tra fumo e peso.
Come con qualunque altra droga, una delle principali preoccupazioni sul suo uso e' la dipendenza. Nel caso della cannabis, si calcola che il 10% delle persone che la consumano sviluppano una dipendenza. Questa cifra si incrementa al 16,5% per chi comincia a consumarla durante l'adolescenza. Questi dati indicano che la cannabis provoca meno dipendenza rispetto ad altre sostanze di uso frequente, come la nicotina, che ha un tasso di dipendenza del 32%, l'eroina, che ne ha un 23%, la cocaina, un 17% e l'alcool un 15%. A differenza di molte altre droghe, la cannabis non produce overdose mortale.
Rispetto al trattamento della dipendenza, i consumatori di cannabis che chiedono aiuto per venirne fuori, mostrano meno effetti negativi sociali e per la salute, anche se il risultato del processo di disintossicazione e' simile a quello degli alcolisti.
Nella sua indagine Hall si occupa anche della relazione tra il consumo di marijuana e il rischio di psicosi. L'uso abituale di cannabis raddoppia questo rischio, specialmente se si hanno dei familiari con trascorsi psicotici e si comincia a fumare marijuana durante l'adolescenza. Inoltre, l'uso abituale di cannabis durante l'adolescenza puo' portare ad un rischio doppio di schizofrenia. Anche se Hall riconosce che per alcuni autori degli studi non e' chiaro se ci sia una relazione causa-effetto.
Questa difficolta' per determinare se il consumo di cannabis sia la causa diretta di cio' che succede ad una persona, e' la stessa di alcuni studi sul cancro. Hall ricorda alcuni studi che mostrano uomini che fumano cannabis con un maggiore rischio di cancro alla prostata. Comunque, ci sono altri fattori legati allo stile di vita che si possono associare a questa abitudine, per esempio che i consumatori di marijuana non muoiono mai di Aids o di una malattia causata da un virus.
Relazione causa-effetto
Per questo stesso motivo, siccome gli studenti che consumano marijuana hanno peggiori risultati accademici ed hanno piu' probabilita' di consumare altre droghe illegali, non si puo' affermare che questi ultimi effetti siano causati dalla sostanza. Altri effetti del consumo abituale di marijuana durante l'adolescenza e la gioventu' sono i disturbi cognitivi, anche se non e' chiaro se i meccanismi che causano questi disturbi e la possibilita' che siano reversibili si debba addebitare alla droga.
Manuel Guzman, professore di Biochimica e Biologia Molecolare all'Universita' Complutense di Madrid e presidente della Societa' spagnola di indagini sui cannabinoidi, sostiene che il principale rischio del consumo di cannabis, “soprattutto durante l'adolescenza, sono alcuni disturbi psichiatrici e in particolari quelli psicotici”. Ma nello stesso tempo precisa che gli effetti della marijuana dipendono dalla sua composizione. “La piu' forte, che ha maggiore THC (tetraidrocannabinolo, il principale componente psicoattivo della cannabis), che e' piu' psicotico ed ha meno CBD (cannabidiolo), che e' anti-psicotico, e' quello con maggiore rischio”.
Sulla dipendenza, Guzman sostiene che chi lo e' dalla cannabis “sta peggio rispetto ad altre sostanze e spesso e' piu' reversibile rispetto ad altre droghe”. Rispetto al rapporto con il cancro, si tratta di una cosa non ben definita, perche' molte volte, quando si fuma marijuana si consuma anche tabacco, ed e' difficile individuare quali effetti ci siano rispetto ad una o all'altra sostanza. Nello stesso tempo, i cannabinoidi possono avere un effetto inibitorio nello sviluppo del cancro, contrastando l'effetto del fumo. Guzman rileva la differenza tra il modo di consumare tabacco e quello di consumare marijuana, per spiegare perche' la relazione con il cancro sia indubbia nel primo caso ma non nel secondo. “Quando parliamo di un fumatore cronico, ci riferiamo a qualcuno che possa fumare anche quaranta sigarette al giorno, una quantita' impossibile per chi fuma spinelli”.

(articolo di Daniel Mediavilla, pubblicato sul quotidiano El Pais del 07/10/2014)

ADUC Droghe

l'uomo che si batte per la canapa terapeutica in Svezia

A differenza degli altri paesi scandinavi, la Svezia ha una legislazione ultraproibizionista. Un uomo che aveva cominciato a disintossicarsi dagli psicofarmaci grazie alla cannabis, e che dopo l'arresto è stato costretto a tornare alla dipendenza, si sta battendo per la legalizzazione dell'uso terapeutico di canapa.

Craving Triggers. Grilletti che scatenano lo sparo.

La punta di uno spillo, un ago, un compact disc, un libro, una rivista, l’angolo della copertina di una rivista, un tavolo, una scrivania, un qualsiasi ripiano, un qualsiasi piano non ondulato, il contenitore dello sciacquone ad altezza uomo nei bagni di certi bar, le banconote arrotolate, le banconote non arrotolate, una certa canzone, un’altra canzone e un’altra ancora, un intero disco e un altro disco ancora, una sola melodia, un programma radiofonico, la voce di quello speaker, gli effetti sonori di una pubblicità ricorrente, il paesaggio industriale misto a file di alberi che ti scorre lungo la superstrada, il sole in una certa posizione e la luce che fa di pastello le nuvole. Un accendino, la carta stagnola, l’alluminio, una cannuccia per succhi di frutta, uno scontrino arrotolato, uno scontrino, un parcheggio in ombra, un parcheggio tra due macchine, un parcheggio poco in vista, un parcheggio coperto, un parcheggio sotterraneo, un parcheggio libero in una via alberata. Un odore, un sapore, un suono, un sogno, una fantasia, una paura, una preoccupazione, una vergogna, una festa, una felicità, un campetto, un parcheggio accostato al campetto. Un bar, una lavanderia, un supermercato, un parco, una panchina, un ospedale, il parcheggio dell’ospedale, il centro commerciale e il suo enorme parcheggio, il cinema, il multisala, la discesa stretta dopo la curva o la curva stretta dopo la salita. Le scalette, la casa rossa, la casa gialla, il semaforo, la rotatoria, il campo da basket, la piazza, il parcheggio dietro la piazza, la panchina nella piazza, la cabina telefonica, le schede telefoniche, le ricariche telefoniche, le schede dei supermercati, le carte di credito, le schede sconti, le schede punti delle stazioni di servizio, i biglietti da visita, i biglietti di qualsiasi natura. Il portafogli e il suo odore, le piazzole di sosta in superstrada o autostrada, gli autogrill e i loro parcheggi, le farmacie e il loro odore d’antipasto medicale che senti fino in fondo solo te, i luoghi isolati, le montagne, le belle panoramiche, le chiese, i palazzi, gli schiamazzi dei bambini, i richiami, i sapori, la forza pre-cognitiva dei sapori. Girare le chiavi per spegnere o accendere il quadro, la luce della macchina quando ti cade qualcosa. Tornare a casa vuoto e desiderare di essere pieno. Trovare un posto dove stare ed essere vuoto. Sentire l’eco d’una promessa di calore… l’eco, lontano. Della promessa eterna di un calore…. La promessa del brivido caldo che tutto sopisce e ristora, che rende la realtà a misura d’essere umano… aiuto...

"L'Italia (potenziale) leader della marijuana terapeutica. Un business da 1,4 miliardi all'anno"

Secondo uno studio della Coldiretti, il nostro Paese potrebbe diventare uno dei leader nella coltivazione della cannabis per uso medico e generare 10mila posti di lavoro

MILANO - Forse è ancora presto per dire di aver scoperto un nuovo settore anticiclico. Ma per uscire dalla crisi, varrebbe la pena provarci. Secondo la Coldiretti, la principale associazione per la difesa degli interessi degli agricoltori, il nostro Paese sta sottovalutando uno dei business che avranno in futuro - ma nemmeno troppo lontano - grandi potenzialità di crescita: la coltivazione, trasformazione e commercio in italia della cannabis a scopo terapeutico."Per i bisogni dei pazienti in italia e all'estero è un business da 1,4 miliardi e può garantire almeno 10mila posti di lavoro dai campi ai flaconi". E' quanto sostiene uno studio redatto da Coldiretti/Ixè che è statp presentato al forum internazionale di Cernobbio dell'agricoltura e dell'alimentazione.Attualmente, rileva lo studio, il principio attivo viene importato dal ministero della sanità con un costo di circa 15 euro al grammo. "Una prima sperimentazione - afferma il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo - potrebbe aprire potenzialità enormi".Lo Studio, tra l'altro, rivela particolari poco conosciuti al grande pubblico. Negli anni Quaranta, per esempio, con  100mila ettari coltivati, l'italia era il primo produttore mondiale di cannabis sativa, simile alla varietà usata per scopi terapeutici. I decenni successivi, con una legislazione più repressiva, ha poi interrotto questa tradizione."L'agricoltura italiana - sottolinea Moncalvo - è pronta a recepire le disposizioni del governo e a collaborare per la creazione di una filiera capace di far fronte a una precisa richiesta di prodotti per la cura delle persone affette da malattia".Lo studio, inoltre, ricorda come secondo una recente statistica quasi due italiani su tre (64%) sono favorevoli a coltivare la cannabis per uso terapeutico. Il che potrebbe essere un primo passo per riaprire la discussione sulle politiche sulla lotta alle droghe, visto il fallimento delle legge più repressive.

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