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Novità

Vaccino anti-Eroina: al via la sperimentazione sull'uomo.

Un vaccino in grado di prevenire l'overdose da eroina sarà presto testato sull'uomo. La sperimentazione già effettuata su modelli animali ha dato risultati positivi, dimostrando che il vaccino è sicuro ed efficace. Oltre a evitare la morte in caso di dosi a rischio, il preparato servirebbe anche a eliminare le ricadute dei tossicodipendenti nella droga.

L'importante pietra miliare nella progettazione di un vaccino anti-eroina è stata posta dagli scienziati dello Scripps Research Institute, in California, che hanno portato avanti finora significativi esperimenti in materia. Secondo il National Institute on Drug Abuse, 15.446 americani sono morti per overdose di eroina tra il 2000 e il 2016, e i tassi di mortalità sono in aumento. La prima formulazione del vaccino contro l'eroina è stata sviluppata nel 2013 e agisce istruendo gli anticorpi del sistema immunitario su come attaccare le molecole di eroina, impedendo al farmaco di raggiungere il cervello. La molecola dell'eroina non attiva in modo naturale una risposta anticorpale, quindi i ricercatori hanno cercato il modo di collegarla a una proteina trasportatrice (carrier) che avverte il sistema immunitario di iniziare a produrre anticorpi. I loro esperimenti sui topi hanno dimostrato che la migliore formulazione del vaccino conteneva una proteina trasportatrice chiamata tossoide tetanico e l'allume come adiuvante. I risultati, pubblicati sulla rivista Molecular Pharmaceutics, mostrano come la nuova formulazione sia sicura ed efficace nei modelli animali, stabile per trasporto e stoccaggio e dipendente da un adiuvante, l'allume, già approvato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti. E dunque pronta a sperimentazioni cliniche sugli uomini. Fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/vaccino-anti-eroina-presto-sull-uomo-i-test-anti-overdose-sui-topi-funzionano_3123482-201802a.shtml

Tutte le droghe al fronte

Lukasz Kamienski, Shooting Up, storia dell’uso militare delle droghe,Utet, Milano, pagg. 556. Articolo pubblicto da IlSole24Ore 2018 

 La storia dei conflitti armati è intrinsecamente legata alle sostanze psicotrope. Ad esempio testimonianze sul fungo Amanita muscaria ne fanno risalire l’uso addirittura al paleolitico sahariano, ma pare fosse largamente usato da molte tribù siberiane e dai famigerati berserker vichinghi in cui avrebbe indotto uno stato di frenesia tale da renderli feroci e imbattibili sul campo di battaglia. 

Droghe tradizionali come le foglie di coca hanno segnato la storia degli eserciti di Perù e Bolivia perché ne aumentavano la resistenza alla fatica durante le spossanti marce in alta quota: pare che nel 1873 un soldato sia riuscito a percorrere addirittura 2.200 chilometri in soli 20 giorni. Ma per un uso di massa di oppio e morfina bisogna attendere la rivoluzione americana del 1775 e la successiva guerra civile del 1861. 
Lo sviluppo di armi moderne, con i nuovi proiettili per i fucili ad avancarica, e una chirurgia di guerra che non era ancora in grado di debellare le infezioni obbligavano a continue amputazioni: oppio e morfina erano gli unici rimedi per attenuare il dolore, anche se ovviamente producevano dipendenza. Nel 1865 quasi 400mila reduci erano schiavi della morfina, a dimostrazione del fatto che un conflitto aveva prodotto un’epidemia di massa di tossicodipendenza. 
La cosiddetta «malattia del soldato» diventa psicosi durante la Prima guerra Mondiale, visto che la presenza della cocaina in Gran Bretagna fu ampiamente esagerata e sovrastimata. È pur vero che veniva distribuita nel rum per stimolare le truppe al fronte sottoposte alla durissima vita di trincea, ma a ingigantirne il pericolo era stata soprattutto l’idea di un complotto internazionale, cavalcato dai media, che aveva spinto il governo a emanare severe norme di controllo. 
Nella Seconda guerra mondiale, dove fa irruzione la temutissima strategia nazista del Blitzkrieg, o guerra lampo, le esigenze sono altre: serve una “pillola d’assalto” che aumenti l’efficienza delle truppe corazzate e soprattutto la velocità in battaglia. La risposta è il Pervitin, un’anfetamina talmente diffusa che nel solo 1939 ne vengono inviate al fronte 29 milioni di compresse. La benzedrina secondo molti storici militari è la chiave di successo della battaglia di el Alamein, con la distribuzione di 72 milioni di pillole, quando le divisioni di Rommel vengono sconfitte nel deserto e si cambiano le sorti del conflitto anche in Europa. 
La distribuzione di anfetamine raggiunge dimensioni record nel teatro del Pacifico quando gli Usa hanno a che fare con la caparbietà delle forze giapponesi che sembrano votate al sacrificio pur di non essere sconfitte. Non ci sono solo i piloti kamikaze, molti dei quali peraltro non erano neanche volontari, ma la resistenza di truppe educate da secoli di Bushido, dove perdere in battaglia conservando la vita era considerata una forma di disonore. Questo incontro con la cultura asiatica assume aspetti paradossali in Vietnam, con quella che verrà chiamata la guerra psichedelica. 
In patria la contestazione giovanile spingerà gli hippy a godersi la vita, il sesso, le droghe e il rock’n’roll. In Indocina gli americani mandati al fronte hanno un’età media di 19 anni e combattono in un paese dove un sacchetto di marijuana, un grammo di eroina o di morfina costano meno di una birra. La concentrazione di Thc nell’erba locale è cinque volte superiore a quella disponibile in patria. L’elevata asimmetria del conflitto e le terribili condizioni che si trovano nella jungla trasformano il fronte in un incubo con cui è difficile avere a che fare. Malaria, zecche, sanguisughe, serpenti. La noia impera sovrana, spesso per giorni, prima di incappare improvvisamente in un’imboscata o in una trappola vietcong irta di pali scavata sul terreno. Nel 1973, anno del ritiro, il 70% dei coscritti assumeva abitualmente stupefacenti. Con il rientro in patria scoppia il problema dei reduci: da 400mila a 1,5 milioni di giovani veterani soffrono del disturbo da stress post-traumatico. Storicamente è la fine di un’era da cui gli Usa faticheranno ad uscirne.

EROINA. Approfondimento.

Il meccanismo della dipendenza Tra i disturbi da uso di sostanze la dipendenza da eroina, come le altre forme di addiction, comporta uno stato di tolleranza e una sindrome d’astinenza alla sospensione, con estrema facilità alle ricadute connesse con le alterazioni neuroormonali indotte dalla protratta assunzione degli oppiacei. L’eroina presenta, come è noto, la capacità di instaurare quelle forme d’apprendimento associativo abnorme tipiche delle sostanze psicoattive utilizzate come droghe (Di Chiara et al., 1999), e tali da mantenere livelli craving e compulsione difficili ad estinguersi. Il ruolo più importante nell'effetto di rinforzo coinvolge macro strutture cerebrali quali l’amigdala e il nucleo accumbens. I neurotrasmettitori chiave del meccanismo del rinforzo sono la dopamina, i peptidi oppioidi, la serotonina, il GABA, il glutammato, i cannabinoidi e la norepinefrina (Koob, 2000; Comings and Blum, 2000), tutti coinvolti, più o meno direttamente, dall’azione della diacetil-morfina sul sistema nervoso centrale. Anche per l’eroina il problema della vulnerabilità condiziona strettamente l’instaurarsi della dipendenza, poiché alcuni individui si presentano al primo contatto con gli oppiacei con specifiche alterazioni del sistema dopaminergico e del sistema oppioide (Szeto et al 2001 : De Vries et al., 2002), tali da renderli più a rischio per l’instaurarsi del comportamento addittivo. L'uso cronico dell’eroina produce una diminuzione del numero e della sensibilità dei recettori oppioidi e riduce l'attivazione della proteina G in varie aree cerebrali. Tale complesso proteico costituirebbe l’apparato che consente di trasferire al neurone gli effetti “operativi” dello stimolo sui recettori oppioidi (Liu and Anand, 2001). Questo deficit, o disaccopiamento (uncoupling) della proteina G rispetto ai recettori dei peptidi oppioidi endogeni, insieme con una iperattivazione dell'AMP-ciclico potrebbe spiegare il meccanismo della tolleranza per gli oppiacei (Maher et al., 2001), al contrario, altri studi (Meana et al., 2000) mostrano un apparente normalità dell'attività funzionale dei recettori mu-oppioidi del cervello (Gi/Go-protein coupling) durante il processo di dipendenza da oppiodi nei soggetti umani ma indicano un uncoupling funzionale degli alfa-2 adrenorecettori dalle proteine G, che indica una desensibilizzazione eterologa di questi recettori. Si tratterebbe di un meccanismo adattivo attraverso il decremento dell'attività noradrenergica indotta dalla presenza cronica di oppiacei. La tolleranza per gli oppiacei sarebbe connessa in particolare all'attività dei neuroni ippocampali, essendo capaci i morfinici di abbassare la soglia di eccitazione neuronale attraverso un'azione sui canali calcio-dipendenti (Bushell et al., 2002). L’astinenza da eroina presenta una componente “fisica” che a sua volta si può scomporre in una perdita di controllo sul tono delle catecolamine, con sintomi riconducibili al sistema simpatico, e in un’alterazione della soglia del dolore, connessa alla disfunzione del sistema oppioide endogeno. Negli studi condotti sugli animali da esperimento la norepinefrina è stata individuata come responsabile di una parte consistente del fenomeno dell'astinenza da oppiacei, in particolare a livello del locus coeruleus e le sue aree di proiezione, dove la mancanza di sostanze oppiacee che bloccano il release delle catecolamine produrrebbe astinenza (Rasmussen, 1995). L’astinenza fisica da oppiacei inoltre appare coinvolgere i recettori NMDA con una iper-algesia associata alla attivazione recettoriale (Bespalov et al., 2001, Celerier et al., 2001). La componente “psichica” dell’astinenza da eroina comprende sintomi di carattere affettivo, disforia, senso di fatica, irritabilità e negativismo, aspetti questi che potrebbero essere ricondotti a un incremento notevole del CRH, e a una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, simile a quanto osservato cronicamente nei disturbi del tono dell’umore (Sarnyai et al., 2001). E’ proprio questa sintomatologia disforica la più difficile da trattare e la più resistente alle terapie farmacologiche di disassuefazione (Funada et al., 2001). Effetti dell’eroina sugli ormoni L’eroina stimola il release di dopamina nel corso della somministrazione acuta, mentre il desiderio per la sostanza sarebbe collegato a una diminuzione della dopamina stessa nel "guscio" dell'accumbens (Gerrits et al., 2002). L’assunzione cronica di oppiacei provoca anche una modesta diminuzione nell'attività serotonergica (Kish et al., 2001). Uno degli effetti a breve termine indotto dall’eroina comporta la diminuzione del release di norepinefrina ed epinefrina, ma l’impiego prolungato della sostanza induce una rapida abitudine con normalizzazione della secrezione di catecolamine (Macedo et al., 1995). La modificazione della trasmissione glutamatergica con il coinvolgimento dei recettori NMDA fa parte dell’azione dell’eroina (Bisaga et al., 2001), provocando una iperalgesia al momento della sospensione degli oppioidi. Non è escluso che il sistema GABAergico sia coinvolto nel release della dopamina indotto dalla eroina: infatti gli agonisti GABA B sembrano capaci di interferire sulla capacità di rinforzo dei morfinici (Cousins et al., 2002). Un insieme di evidenze sempre crescente nel campo farmacologico e neuroendocrino delinea oggi gli elementi essenziali attraverso i quali le sostanze psicoattive che possono indurre dipendenza e abuso agiscono sul cervello, e quindi sul comportamento. Una fitta rete di interazioni tra azione del farmaco sui recettori di specifiche sostanze endogene, neurotrasmettitori e neuromodulatori, reazioni “a catena” tra gli elementi del biochimismo cerebrale, e delicati equilibri nei cambiamenti della sensibilità recettoriale, rendono ragione delle impegnative interferenze di questi farmaci sulla sfera psichica, sull’assetto relazionale e sul pattern comportamentale. Ad aprire prospettive ancora più variegate ed estese nel coinvolgimento dell’intero organismo contribuiscono inoltre il sistema endocrino nel suo complesso e il sistema immunitario che, in modo coerente e coordinato interagiscono con il cervello e risentono, sia in modo diretto che attraverso il sistema nervoso centrale, dell’azione delle droghe. Se l’incremento delle conoscenze nell’ambito neuroendocrino e immunologico consente sempre maggiori interpretazioni, sia sugli effetti delle sostanze, sui meccanismi di dipendenza, che sui possibili tentativi di automedicazione con i farmaci d’abuso, la vastità delle aree da investigare è così ampia, e la complessità del cervello così elevata, da non permettere altro che intuizioni, spesso isolate e contrastanti. Anche la presente raccolta di risultati sperimentali, di conseguenza, non ha la pretesa di trasmettere certezze in merito alle relazioni tra droghe e sistema neuroendocrino, ma piuttosto si pone come tentativo di far cogliere quanto ancora resta da chiarire e da esplorare. Oppioidi, neurotrasmettitori e peptidi. Le relazioni tra gli oppioidi esogeni e le funzioni dei neurotrasmettori e dei neuromodulatori sono molto complesse, e agite, come è noto, attraverso diverse tipologie recettoriali (Sbrenna et al., 2000; 1999): l’esposizione dei recettori oppioidi alla assunzione di oppiacei produce, come ci si può aspettare, tolleranza, che è selettiva per i vari recettori: i morfinici, ad esempio, inducono la tolleranza a livello dei mu recettori, e tolleranza crociata rispetto agli altri mu-agonisti, ma tale tolleranza è selettiva e non coinvolge i recettori kappa (Picker et al., 1991). I livelli di ß-endorfine sono incrementati significativamente dall’antagonista degli oppioidi naloxone, e ridotti dalla somministrazione acuta di eroina e morfina; sembrano ritornare alla normalità in risposta a una assunzione continuativa di metadone in dosi stabili. Il passaggio da eroina o metadone a buprenorfina, un agonista parziale mu, non ha dimostrato la capacità di indurre grandi cambiamenti sull’assetto delle ß-endorfine, ma il test al naloxone induce livelli più elevati di peptidi oppioidi che non quello con la buprenorfina. La buprenorfina in sé non sembra indurre alterazioni di base dei peptidi oppioidi (Kosten et al., 1992). Segnalazioni riguardo a ridotti livelli di beta-endorfine nel liquor sono state riportate da O’Brien sia nei tossicodipendenti da eroina durante il trattamento metadonico, ma anche durante il periodo drug free, suggerendo che tale riduzione dei peptidi oppioidi non sia attribuibile all’azione del metadone per se, ma piuttosto caratterizzi l’assetto biologico dei soggetti vulnerabili per i disturbi addittivi (O'Brien et al., 1988). Alcuni anni dopo veniva riportata, al contrario, una normalizzazione dei livelli di beta endorfine, e anche degli oppioidi POMC correlati, sia a livello liquorale che periferico nei soggetti in trattamento metadonico (Kreek et al., 1992). Un sensibile incremento nella secrezione dei peptidi oppioidi sembra essere indotto dal trattamento con naltrexone, con un andamento circadiano che si associa all’andamento del cortisolo (Kosten et al., 1992). Alterazioni del ritmo circadiano che caratterizza la secrezione di prooppiomelanocortina (POMC), il peptide “progenitore” degli oppioidi endogeni sono state evidenziate da alcuni Autori (Facchinetti et al., 1984). Una risposta normale nella ß-endorfina alla clonidina é stata invece dimostrata durante la stimolazione cronica dei recettori oppioidi (Brambilla et al., 1984), suggerendo che la assunzione dell’eroina in sé non sia capace di modificare i sistemi di controllo alfa-adrenergici della secrezione dei peptidi oppioidi. La clonidina sarebbe capace di normalizzare, secondo altri, i livelli di betaendorfine nei tossicodipendenti da eroina, i cui valori basali sarebbero ridotti rispetto ai controlli (Gil-Ad I et al., 1985). In accordo con questi risultati, il controllo noradrenergico della secrezione di POMC è stato ribadito da altre ricerche che sostengono un impairment della risposta di beta-endorfine alla clonidina dopo il protratto impiego di oppiacei da strada (Facchinetti et al., 1985). E ancora nostri studi suggeriscono un deficit nelle risposte di ß-endorfina allo stress termico negli eroinomani astinenti da alcune settimane (Mutti et al., 1992) e una mancata risposta peptidergica allo stress psicologico sperimentalmente indotto (Vescovi et al., 1989): non è facile attribuire tale impairment della reattività dei peptidi oppioidi all’azione dell’eroina protratta nel tempo o, piuttosto, a condizioni del biochimismo cerebrale che caratterizzano i soggetti vulnerabili all’abuso di sostanze. Gli eroinomani potrebbero presentare un deficit preesistente all’impiego di sostanze nell’ambito proprio della secrezione dei peptidi. Un ruolo degli oppioidi nella modulazione delle risposte allo stress può essere verificato a partire dalla capacità degli oppiacei di interfereire sui livelli delle catecolamine a livello centrale: i mu agonisti sarebbero capaci di influenzare in senso inibitorio il tono del sistema nervoso simpatico, con una riduzione di norepinefrina ed epinefrina dopo la somministrazione acuta di eroina, i cui livelli tornerebbero ai valori normali durante l’adattamento all’assunzione protratta (Macedo et al., 1995). Questi risultati sarebbero in accordo con l’azione farmacologica diretta indotta in acuto dagli oppiacei che riducono la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, sia di base che in risposta allo stress, con una una azione facilitatoria sul sistema parasimpatico (Ortega Carnicer et al., 1981; Hassen et al., 1982). Alcuni Autori hanno verificato, molti anni orsono, addirittura un incremento di MHPG e catecolamine dopo l’assunzione di eroina (Schildkraut et al., 1977), ma gli stessi ricercatori hanno sottolineato che l’incrementata secrezione di monoamine poteva essere iniziata già il giorno precedente la somministrazione degli oppiacei, in associazione alla risposta anticipatoria condizionata. In aggiunta, la stimolazione prolungata con oppioidi esogeni può essere responsabile della super-sensibilizzazione dei recettori noradrenergici e di una alterazione funzionale post-sinaptico dopaminergico (Facchinetti et al., 1984; Garcia-Sevilla et al., 1986). Il metadone per sé non sembra indurre stabili cambiamenti nel tono simpatico centrale (De Leon-Jones et al., 1983), né alterazioni significative sarebbero state verificate durante la graduale sospensione del trattamento. Gli antagonisti degli oppioidi, al contrario, stimolerebbero la risposta del sistema noradrenergico agli stressors (Grossman et al., 1986), forse interferendo con il tono inibitorio degli oppioidi endogeni sulla secrezione delle catecolamine. Come si è già accennato, il sistema parasimpatico appare interessato dalle interferenze oppioidi, con influenze della morfina sui recettori muscarinici (M2) la cui espressione aumenta durante l’astinenza (Zhang et al., 1998). Il levo-alfa-acetilmetadolo, LAAM, svolgerebbe una azione di agonista sui recettori muscarinici (Langley, 1989). In analogia a questi dati che evidenziano una relazione tra oppiacei e sistema colinergico, la pilocarpina, agonista colinergico, si è mostrata capace di inibire l’aumento di prolattina indotto dalla morfina, e l’atropina, antagonista del sistema vagale, aumenta gli effetti della morfina sulle cellule secernenti PRL (Briski et al., 1984). Gli oppioidi endogeni hanno mostrato la capacità di modulare la secrezione di dopamina, il che diviene evidente considerato il ruolo che il sistema oppioide esercita sulla prolattina, notoriamente tenuta sotto il controllo inibitorio della dopamina (Van Loon et al., 1980). Una certa riduzione dei livelli di dopamina sembra essere indotta dagli agonisti dei µ-recettori (Yonehara and Clouet, 1984) e la morfina si è mostrata capace di ridurre la concentrazione di dopamina nel circolo portale ipofisario, azione che é reversibile sotto l’effetto dell’antagonista oppioide naloxone (Gudelesky and Porter, 1979). Se da un lato l’azione generalizzata degli oppiacei sulla dopamina può rivestire un carattere inibitorio, dall’altro lo specifico effetto stimolatorio su determinate aree del cervello sostiene l’attivazione del circuito della gratificazione (Sell et al., 1999): negli animali da esperimento sembra essere ben documentato che il release di dopamina nel nucleus accumbens rappresenti il substrato biochimico capace di determinare il comportamento addittivo, sia per gli oppiacei, che per le altre sostanze che inducono dipendenza (Herz, 1998; Leshner and Koob, 1999) anche se tale meccanismo non è ancora del tutto verificato nell’uomo (Gratton, 1996). Il release di dopamina nell’accumbens sarebbe controllato dai mu e kappa recettori, e una significativa riduzione di dopamina si verificherebbe durante l’astinenza da oppiacei (Lichtigfeld and Gillman, 1996). Gli oppioidi stimolano i neuroni dopaminergici attraverso interneuroni GABAergici e la riduzione conseguente degli effetti inibitori del GABA (Johnson and North, 1992; Peoples et al., 1991; Xi and Stein, 1998). Anche nei confronti della serotonina gli oppiacei agirebbero facilitandone la secrezione attraverso una riduzione del controllo inibitorio GABAergico (Jolas et al., 2000). Elevati livelli di 5-OHindolacetico, un metabolita della serotonina, sono stati evidenziati in animali da esperimento che hanno sviluppato una tolleranza per la eroina (Haleem et al., 1994), suggerendo il coinvolgimento anche di questa amina cerebrale nell’azione degli oppiacei; secondo altri, lo stesso ruolo analgesico della morfina sarebbe legato al coinvolgimento centrale di recettori serotoninergici (Hain et al., 1999). Una verifica della risposta del sistema alfa-adrenergico negli eroinomani ha mostrato un deficit rilevabile prevalentemente nei soggetti con storia di disturbo della condotta e iperattività (Gerra et al., 1994), così come un challenge serotoninergico evidenziava un deficit di risposta negli eroinomani connesso più con la depressione che con la storia di droga (Gerra et al., 1995; Gerra et al., 1995). Sempre in nostri studi, attuati durante i primi anni novanta, si ipotizzava un deficit GABAergico negli eroinomani (Volpi et al., 1992), mentre più recenti valutazioni hanno sottolineato quanto la possibile alterazione del GABA sia presente soprattutto negli eroinomani affetti da un disturbo d’ansia (Gerra et al., 1998): anche in questo caso l’alterazione neuroendocrina apparirebbe correlata più al disturbo di personalità che alla storia di eroina per sé. Oppioidi e asse HPA L’assunzione acuta di oppiacei nell’uomo ha mostrato un effetto soppressivo sull’asse HPA, come già documentato molti anni orsono (McDonald et al., 1959). La morfina somministrata acutamente per via orale riduce i livelli di cortisolo basali (Banki and Arato, 1987) e quelli in risposta allo stimolo con CRH (Allolio et al., 1987). La eroina sarebbe capace di ridurre sensibilmente o inibire del tutto la secrezione di cortisolo, indipendentemente dalla durata dell’esposizione all’eroina o dall’età degli eroinomani (Rasheed and Tareen, 1995). Inoltre, la somministrazione di naloxone ad alte dosi causa un aumento dei livelli plasmatici di ACTH e Cortisolo (Pfeiffer et al., 1986) e un analogo risultato è stato ottenuto con il naltrexone. Sebbene valori basali di cortisolo ridotti siano stati riportati in soggetti trattati cronicamente con morfina (Murakawa et al., 1989), le risposte di ACTH e Cortisolo al CRH sembrano non essere compromesse (Palm et al., 1997). L’abuso cronico di eroina non indurrebbe secondo alcuni alterazioni funzionali profonde dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), sebbene alcuni studi abbiano evidenziato un deficit di ACTH e Cortisolo diurno in questi pazienti (Facchinetti et al., 1984; Dackis et al., 1982)ed elevati livelli plasmatici serali con una alterazione del ritmo circadiano (Tennant et al., 1991). La risposta di ACTH e Cortisolo che ci si aspetta dopo la somministrazione di naloxone non è rilevabile nella dipendenza da oppioidi; mentre altri studi evidenziano la inefficacia del desametasone a sopprimere l’asse HPA in questi pazienti e una aumentata risposta di Cortisolo al test dell’insulina (Cushman et al., 1970; Gold et al., 1981). Anche la risposta allo stress negli eroinomani, studiata a poche settimane dalla sospensione della sostanza, mostra un impairment dell’ACTH, con stimoli stressanti di diversa natura (Mutti et al., 1992; Vescovi et al., 1989). La somministrazione cronica di metadone, secondo alcuni, non induce cambiamenti significativi nei valori basali di ACTH e Cortisolo e nel ritmo circadiano (Kreek et al., 1983), ma una varietà di studi con tests dinamici suggeriscono un disturbo funzionale dell’asse HPA (Pullan et al., 1983; Willenbring et al., 1989). Nostri studi hanno dimostrato una ridotta risposta dell’ACTH al test con metopirone in pazienti sottoposti al trattamento di mantenimento con metadone (Vescovi et al., 1990). Oppioidi e prolattina Un aumento significativo dei livelli plasmatici di prolattina è stato riportato in soggetti dipendenti dalla eroina (Gerra et al., 1987; Vescovi et al., 1984). L’osservazione clinica di una alta prevalenza di amenorree e disturbi sessuali nella popolazione degli eroinomani è verosimilmente connessa con l’iperprolattinemia (Vescovi et al., 1983; Pelosi et al., 1974). Il meccanismo che sostiene l’incremento di PRL sembra essere attribuibile, oltre che ad una azione diretta, anche alla capacità degli oppioidi di diminuire la secrezione di dopamina e di aumentare la serotonina (Gudelesky and Porter, 1979; Algeri et al., 1978): queste monoamine, infatti, sono state considerate, rispettivamente, i fattori ipotalamici inibenti e stimolanti di prolattina (Van Loon et al., 1980; Spampinato et al., 1979). L’astinenza da eroina è associata a una diminuzione dei livelli plasmatici di PRL (Gold et al., 1979), e il naloxone induce una riduzione significativa di secrezione di PRL (Van Vugt and Meites, 1980). L’aumento di PRL sarebbe correlato alla dose di oppiacei assunti e alla durata della dipendenza (Brambilla et al., 1979). Una incrementata risposta di PRL al TRH test è stata evidenziata da alcuni Autori negli eroinomani (Gold et al., 1980) ma non confermata da altri (Spagnolli et al., 1987). Una ridotta risposta di PRL alla sulpiride può suggerire una alterazione funzionale dopaminergico (Ragni et al., 1988) in questi pazienti esposti all’impiego continuativo di oppioidi esogeni. Nei pazienti soggetti a trattamento cronico di metadone è stato dimostrato un aumento nei valori plasmatici di PRL; una alterazione dei ritmi circadiani di PRL sembra essere la conseguenza della stimolazione cronica dei recettori oppioidi con il metadone (Kreek et al., 1979). La buprenorfina, a sua volta, somministrata in varie dosi, produce un effetto dose-dipendente sull’aumento dei livelli di PRL (Schmauss and Emrich, 1987). Oppioidi e ormone della crescita (GH) I livelli plasmatici di GH sono stati trovati aumentati nei soggetti con dipendenza da eroina (Cushman, 1972), ma i dati in nostro possesso in questo ambito estremamente confusi e incerti; le risposte del GH ai test farmacologici, endocrini, metabolici nei consumatori di oppiacei non permettono la strutturazione di una ipotesi definita. Infatti questo ormone è molto variabile e sensibile a condizioni di stress che possono interferire sulla risposta ipofisaria. Una sostanziale incapacità degli oppioidi di influenzare nell’uomo la secrezione di GH emerge da diversi studi (Saarialho-Kere et al., 1989; Delitalia et al., 1983). Una azione degli agonisti sui recettori oppioidi kappa sembra stimolare la secrezione di GH secondo altri (Ur et al., 1997) e ancora un incremento di Gh è stato descritto in risposta all’agonista parziale nalorfina (Pende et al., 1986). L’aumento di GH dopo stimolazione dei recettori alfa-2-adrenergici con clonidina sembra non essere influenzato dalla assunzione cronica di oppiacei (Brambilla et al., 1984). Al contrario, secondo altri, nei soggetti dipendenti da eroina è stata riportata una diminuzione delle risposte del GH allo stimolo con arginina, al test dell’insulina o alla somministrazione di glucosio (Ghodse, 1977). Risposte paradosse e inattese di GH al TRH e all’LHRH, che non stimolano la secrezione di GH nei soggetti normali, sono state evidenziate in soggetti che abusano di oppiacei, lasciando intuire una condizione di disequilibri neuroendocrini almeno a livello ipotalamo ipofisario (Brambilla et al., 1980). Oppioidi e l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) Le evidenze che si possono ritrovare più comunemente in letteratura suggeriscono che gli agonisti oppioidi esercitino un’azione inibitoria sull’asse ipotalamo-ipofisigonadi (asse HPG): gli eroinomani senza distinzione di genere sono stati segnalati in letteratura per i ridotti livelli basali di LH, FSH e testosterone (Cicero et al., 1975; Brambilla et al., 1977; Malik et al., 1992). Ridotti livelli di testosterone libero sono stati osservati da altri negli eroinomani, in presenza di immodificati livelli di testosterone totale, assieme a una netta risposta al naloxone del rapporto tra LH valutato con metodologie biologiche e dosato con RIA (Celani et al., 1984). Una diminuzione nella risposta di LH e FSH al releasing ipotalamico GnRH sembra manifestarsi in soggetti che abusano di eroina ed è associata con ridotti livelli di testosterone, oligospermia, e diminuita motilità spermatica (Brambilla et al., 1979). Il GnRH sarebbe inibito dalla azione degli oppiacei e l’LH stimolato dal naloxone (Genazzani and Petraglia, 1989). Nostri studi hanno investigato i livelli plasmatici di LH, PRL, testosterone, e le misure inerenti lo spermiogramma, in un gruppo di pazienti trattati con metadone, confermando la riduzione dell’LH, l’incremento di prolattina e la ridotta motilità degli spermatozoi: la somministrazione di alte dosi di vitamina B6 (piroxidal-fosfato), un coenzima della sintesi di dopamina, si è mostrata capace di indurre in questi soggetti una diminuzione dei valori di prolattina, e un aumento di LH, dei livelli di testosterone e della motilità delle cellule seminali (Gerra et al., 1987). I recettori di oppioidi sono stati trovati sulla superficie delle cellule di Sertoli nel testicolo, suggerendo la possibilità che l’azione inibitoria sull’asse HPG da parte degli oppioidi sia attribuibile non solo ad una interferenza a livello ipotalamico-ipofisario (Pfeiffer et al., 1987), ma anche a un effetto diretto sulla steroidogenesi gonadale (Fabbri et al., 1986). Alterazioni nella spermatogenesi e nella motilità delle cellule seminali sono peraltro già state segnalate da altri (Ragni et al., 1988). Precedenti studi in collaborazione con Vescovi suggeriscono che, dopo una brusca interruzione della stimolazione cronica dei recettori oppioidi, la diminuzione dei livelli di PRL sia immediata ma, al contrario, l’impairment secretorio degli steroidi gonadali e le difficoltà della sfera sessuale persistano più a lungo (Vescovi et al., 1987; Vescovi et al., 1984). La somministrazione di antagonisti dei recettori oppioidi ha chiaramente rivelato una inibizione tonica del sistema degli oppioidi sulle gonadotropine: infatti il naloxone e il naltrexone inducono un aumento significativo nei livelli di LH (Van Vugt et al., 1982). Inoltre, la secrezione di peptidi oppioidi e la presenza di recettori dell’oppio è stata dimostrata nel follicolo ovarico; il ruolo di questi oppioidi endogeni e la relazione con progesterone e estrogeni non sono del tutto chiariti (Facchinetti et al., 1986). Il trattamento con metadone può indurre profondi cambiamenti nel ritmo circadiano e nell’andamento di LH connesso con il ciclo mestruale: una riduzione nella secrezione pulsatile, la diminuzione del picco ovulatorio, o una vera e propria assenza di picco ovulatorio sono stati descritti in letteratura. In più, l’effetto di stimolo degli estrogeni sulla secrezione di LH sembra essere diminuita dagli oppiacei (Lafisca et al., 1981; Kley et al., 1977). Più recenti risultati confermano la capacità dell’eroina, durante l’assunzione cronica, di sopprimere la produzione di testosterone (Khan et al., 1990), mentre altri al contrario sembravano aver dimostrato l’instaurarsi di meccanismi di tolleranza agli oppiacei per ciò che concerne l’inibizione sull’asse HPG (Mendelson and Mello, 1982). Infine anche la stimolazione parziale mu e l’effetto antagonista sui kappa recettori della buprenorfina sembrerebbero capaci di deprimere l’LH e incrementare la PRL (Mendelson and Mello, 1982). Oppioidi e ormoni tiroidei L’azione degli oppioidi sulla funzione tiroidea nell’animale da esperimento è inibitoria: morfina e metadone inibiscono i livelli basali di TSH e il TSH stimolato dal TRH e dall’esposizione al freddo (Mannisto and Poisner, 1983; Mannisto et al., 1984). Al contrario, la morfina e il metadone, quando somministrati acutamente, aumentano i livelli circolanti di TSH nell’uomo (Grossman 1981). Questa incremento è annullato dall’infusione di dopamina e amplificato dagli antagonisti della dopamina (Delitalia et al., 1983). Gli oppioidi dunque eserciterebbero una azione sull’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide mediata attraverso la riduzione del tono inibitorio esercitato dalla dopamina sul TSH (Delitalia et al., 1983). Ciò nonostante la funzione tiroidea nei soggetti esposti cronicamente agli oppiacei non si discosta in modo significativo dalla normalità (Jhaveri et al., 1980; Vescovi et al., 1984). I livelli di tiroxina e triiodotironina sono normali in soggetti dipendenti dall’eroina; aumentati livelli di tireo-globulina sono stati osservati dopo la stimolazione cronica dei recettori oppioidi (Bastomsky et al., 1977). Non esistono segnalazioni inerenti alterazioni degli anticorpi antitiroidei nei tossicodipendenti eroinomani. Un sottogruppo di tossicodipendenti da eroina ha mostrato risposte di TSH al TRH ridotte (Brambilla et al., 1980), ma un tale impairment è stato anche osservato anche in pazienti depressi e può essere associato con una condizione psico-biologica che precede l’abuso di sostanze ed è associata al disturbo affettivo, più che non alla azione degli oppiacei per sè (Targum et al., 1983). Comunque, il trattamento prolungato con metadone sembra non essere capace di indurre alcun cambiamento nella funzione dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide (Azizi et al., 1974). Oppioidi e metabolismo dei carboidrati La presenza di peptidi oppioidi e di recettori oppioidi nel pancreas endocrino è stata dimostrato da una varietà di studi: la morfina e la b-endorfina stimolano il release di insulina e glucagone e inibiscono la somatostatina in esperimenti in vitro (Green et al., 1980). Un bolo endovenoso acuto di b-endorfina nell’uomo induce un aumento nei livelli di insulina; al contrario, l’infusione continuativa di b-endorfina con un graduale aumento di concentrazione di b-endorfina inibisce la secrezione di insulina (vitro (Green et al., 1980). I tossicodipendenti eroinomani sembrano presentare una più intensa e rapida risposta in insulina, glucagone, e GH agli stimoli metabolici, se valutati per ciò che concerne le risposte acute, ma una alterata tolleranza al carico orale di glucoso (Passariello et al., 1986). Una ridotta riserva di insulina nel soggetto cronicamente esposto agli oppiacei sembra essere la causa di questo disturbo funzionale (Giugliano et al., 1985). Risultati contrastanti sono stati riportati da altri autori con incrementi nelle risposte di insulina al carico di glucoso orale nei tossicodipendenti eroinomani (Sapira, 1968; Brambilla et al., 1976). D’altra parte, i tossicodipendenti eroinomani mostrano risposte normali nella secrezione di insulina nei confronti di segnali non glucidici, quali l’aminoacido arginina (Passariello et al., 1986). Anche durante il trattamento di mantenimento con metadone la risposta di insulina al carico di glucoso orale è stata trovata ridotta rispetto ai soggetti normali (Vescovi et al., 1982). Nostri risultati, ottenuti nei soggetti in trattamento metadonico, suggeriscono una alterazione che coinvolge il polipeptide pancreatico (hPP), condizione dell’asse entero-pancreatico che può forse lasciar intuire le ragioni della disfunzione della secrezione insulinica (Lugari et al., 1989). Oppioidi e sistema immunitario Gli effetti delle sostanze oppioidi sul sistema immunitario sono stati ampiamente studiati: la morfina è capace di influenzare l’attività dei natural killer, delle cellule polimorfonucleate, e l’attività dei linfociti T (Balock e Smith, 1985; Farrar, 1984; Bayer et al., 1990). Gli oppioidi modulerebbero la produzione di interferone, la secrezione delle cellule del timo e ridurrebbero la produzione l’interleuchina 1, 2 e 4 (Peterson et al., 1987; Kay et al., 1990; Thomas et al., 1995; Ghang et al., 1998). Anche il metadone è stato dimostrato interferire sulle citochine in questi studi. L’abuso cronico sostanze oppioidi induce cambiamenti significativi nella funzione del sistema immunitario attraverso un disequilibrio nella relazione fra neuroormoni, peptidi, e segnali immunitari specifici (Kreek, 1990). Esistono evidenze cliniche del fatto che la tossicodipendenza da oppiacei espone a una maggiore propensione alle infezioni, in considerazione della caduta del tono immunitario (Briggs et al., 1967). La produzione di anticorpi (Bussiere et al., 1993) e la fagocitosi (Casellas et al., 1991) risultano inibite nei soggetti esposti cronicamente ai morfinici, ponendo in notevole difficoltà il sistema immunitario in tutte le sue componenti. Studi più recenti documentano una ridotta risposta dei linfociti ai mitogeni (fito-emoagglutinina) negli eroinomani, e alterazioni del numero totale dei T linfociti, delle cellule helper e dell’attività natural killer (Govitrapong et al., 1998; Roy and Loh, 1996). Le conoscenze attuali sulla capacità delle cellule del sistema immunitario di interagire con il sistema neuroendocrino spiegano le influenze dell’impiego di oppiacei anche attraverso una azione diretta: le cellule del sistema immunitario, infatti, sarebbero capace di esprimere recettori oppioidi (Madden et al., 1998; Sharp et al., 1998). Alcuni Autori, peraltro, propongono che l’attiviità immuno-soppressiva dei morfinici possa essere mediata attraverso il coinvolgimento dell’asse ipotalamoipofisi-surrene (Freier et al., 1994). L’attivazione dell’asse HPA agirebbe appunto producendo una immunosoppressione nel soggetto esposto cronicamente agli oppiacei, mentre l’azione immuno-inibente immediata sarebbe ottenuta attraverso il sistema simpatico (Mellon and Bayer, 1998). Caratteristiche neurobiologiche degli eroinomani in condizioni drug-free Gli studi sulla funzionalità neuroendocrina e neurotrasmettitoriale in pazienti eroinomani durante la fase attiva e nella condizione "drug-free" hanno prodotto risultati conflittuali. Questa differenza tra gli studi può essere in parte dovuta all'influenza di vari fattori quali la dose di eroina assunta giornalmente, la durata della storia di dipendenza, l’assunzione contemporanea di altre droghe, lo stato di nutrizione e differenze nella metodologia di misurazione dei livelli neurotrasmettitoriali ed ormonali (Gerra et al., 1994a). In vari studi sui soggetti eroinomani si è notata una significativa correlazione tra aspetti della comorbidità psichiatrica (depressione, ansia, disturbi della condotta, livelli di aggressività) e alterazioni neuro-ormonali che non sarebbero invece associate all'utilizzo di morfinici in sè (Gerra et al., 2000a, 2000b, 1998, 1995, 1994a, 1994b). La protratta assunzione di eroina avrebbe prodotto sì disfunzioni neuroendocrine in questi soggetti, ma non più significative di quelle alterazioni che appaiono accompagnare le problematiche psichiatriche associate alla dipendenza da oppiacei. In precedenti studi il sistema noradrenergico degli eroinomani in condizione "drugfree" appare conservare un buon funzionamento (Brambilla et al., 1984). La sensibilità del sistema alfa-adrenergico in soggetti che presentano una comorbidità con il disturbo antisociale di personalità e una storia di disturbo della condotta sembrerebbe invece ridotta (Gerra et al., 1994; Gerra et al., in press). Al contrario, Garcia Sevilla et al. (1985) rilevano un aumento della densità e della sensibilità dei recettori del sistema alfa-2 adrenergico nelle piastrine degli eroinomani in condizione "drug-free", non considerando tipologie psicobiologiche associate alla comorbidità psichiatrica. La valutazione neuroendocrinologica non evidenzierebbe alterazioni del sistema dopaminergico negli eroinomani in condizioni "drug-free", quando studiati in generale dopo diversi anni di eroina (Gerra et al., 2000). Al contrario, negli animali da esperimento, la somministrazione di oppiacei produrrebbe una stimolazione della dopamina presinaptica nell'area mesolimbica (nucleus accumbens) e nell’area ventro-tegmentale tale da condizionare una inibizione GABAergica mediata delle cellule dopaminergiche (Leone et al., 1991; Self et al., 1995). In un recente studio la funzione del sistema serotoninergico, esaminata con il test alla d-fenfluramina, risulta essere compromessa in generale nei tossicodipendenti (Gerra et al., 2000), ma il deficit più consistente sembra dimostrato da una mancata risposta alla fenfluramina soprattutto nei soggetti tossicodipendenti con comorbidità psichiatrica per il disturbo depressivo (Gerra et al., 1995, 2000). D’altro canto, Fishbein et al. (1989) hanno trovato nei soggetti tossicodipendenti con elevata impulsività e aggressività, in condizione di astinenza da cinque giorni, addirittura un incremento della risposta alla fenfluramina. E ancora, Shmidt et al. (1997) osservano un aumento della serotonina nelle piastrine degli eroinomani. Studi sul sistema GABAergico mostrano che il deficit di risposta negli eroinomani, utilizzando un agonista GABA B quale il baclofen, si evidenzia soprattutto nei soggetti ansiosi e non pare dipendere dall’esposizione agli oppiacei. Queste osservazioni troverebbero un’ulteriore conferma nel fatto che anche una parte dei famigliari di soggetti con storia di dipendenza da eroina presenterebbero alterazioni del sistema alfa-adrenergico e serotoninergico, in una percentuale superiore alla popolazione generale (Gerra et al., 1998;1994). La disregolazione neuro-ormonale potrebbe addirittura costituire uno degli elementi della vulnerabilità preesistente all’assunzione di morfinici e capaci di supportare l’instaurarsi di forme specifiche di auto-medicazione con gli oppiacei. D’altra parte, non è possibile escludere che i soggetti studiati abbiano in parte riportato le alterazioni rilevate nella funzione dei neurotrasmettitori in relazione alla protratta assunzione di sostanze. Evidenze sperimentali sottolineano peraltro come i fattori genetici siano implicati nel comportamento addittivo e come possano esistere polimorfismi genetici che contribuiscono all' "addiction" (Kotler et al., 1997; Vandenbergh et al., 1997), in particolare esponendo i soggetti a rischio alla dipendenza da morfinici (Sora et al., 2001). Anche le dimensioni del temperamento proposte dal modello di Cloninger, e cioè quelle componenti della personalità che sono ereditabili, stabili durante lo sviluppo, non influenzate da fattori socio-culturali (Cloninger et al., 1994) sembrano caratterizzare i tossicodipendenti da eroina con un particolare pattern di tipo biologico (Gerra et al., 2001). I tossicodipendenti in generale, e in particolare i soggetti che presentano una dipendenza da eroina, sembrerebbero essere fortemente orientati alla ricerca di sensazioni forti quando testati con la Scala Sensation Seeking di Moorman et al. (1989) e con il Three-Dimensional Personality Questionnaire (Cloninger TPQ). La correlazione diretta tra sensibilità dei recettori del sistema dopaminergico e temperamento novelty seeker è stata rilevata negli eroinomani, così come il tono serotoninergico appare modulare il temperamento teso ad evitare il pericolo, definito anche inibizione comportamentale. Anche le alterazioni dei flussi cerebrali verificati con le SPECT e PET hanno riproposto l'ipotesi che rispetto a una generalizzata riduzione indotta dalla prolungata esposizione all'eroina i deficit più significativi siano comuni ai disturbi di personalità e del tono dell'umore ( Gerra et al., 1998; King et al., 2000; Sell et al., 2000) Sistema degli oppioidi endogeni e dei cannabinoidi endogeni Oppioidi e cannabinoidi mostrano proprietà farmacologiche comuni (Manzanares et al., 1999): quelle maggiormente interessanti riguardano l'effetto antidolorifico (Smith et al., 1994) e l'effetto di rinforzo del comportamento addittivo (Vela et al., 1995; Tanda et al., 1997). Il rinforzo indotto dalla cannabis può essere bloccato attraverso la somministrazione di naloxone (Braida et al., 2001). In un recente articolo è stato indicata una "sensibilizzazione crociata" tra l'eroina e un agonista dei recettori della cannabis, che si realizzerebbe attraverso un circuito di natura mesolimbica (Pontieri et al., 2001), maggiormente presente nelle persone vulnerabili per l'assunzione di droghe (Lamarque et al., 2001). Evidenze sperimentali mettono in luce il fatto che anche un antagonista cannabioniode dei recettori CB1 blocca l'auto-somministrazione della morfina nell’animale da esperimento, attraverso un meccanismo che coinvolge l'mRNA in nuclei del circuito di ricompensa. Anche questi risultati mostrano l'esistenza di un'interazione crociata tra sistema oppioide e cannabinoide nelle risposte comportamentali correlate all'addiction ed aprono nuove strade per il trattamento della dipendenza da oppiacei (Navarro et al., 2001). Il craving per l’eroina Gli stimoli correlati con l’aspettativa dell’eroina (drug-cue) si associano con il release di dopamina, prima ancora di quanto siano connessi con la deplezione della stessa (Wise et al., 1995). E ancora, durante l’aspettativa della droga, e cioè al momento della percezione del "craving" per l'eroina, è stato rilevato un incremento dei livelli della dinorfina e di encefaline (Cappendijk et al., 1999), il che suggerirebbe il coinvolgimento dei recettori oppioidi kappa nel desiderio per i morfinici. In particolare alcuni studi mettono in evidenza come il tempo di reazione ai cue nei soggetti eroinomani sottoposti ad un compito in laboratorio umano sia significativamente influenzato dai livelli di craving (Franken et al., 2000), in una possibile relazione con una alterazione biologica più consistente. In uno studio di brain imaging condotto su soggetti maschi con storia di dipendenza da oppiacei, le immagini a contenuto neutro sono state confrontate con quelle correlate al mondo della droga (cue). Sell et al. (2000) hanno rilevato un aumento del flusso ematico in alcune regioni cerebrali facenti parte del sistema dopaminergico mesolimbico, in corrispondenza di un riferito aumento della condizione di "urge to use", oltre ad ansia, tensione, spiacevolezza, rabbia, depressione, senso di affaticamento (Sherman et al., 1989) nei soggetti eroinomani. BIBLIOGRAFIA Algeri A, Consolazione A, Calderini G, Achilli G, Canas EP, Garattini S Effect of the administration of (d-Ala) 2methionine-enkephalin on the serotonin metabolism in rat brain. Experientia 1978 Nov 15;34(11):1488-9 Allolio B, Schulte HM, Deuss U, Kallabis D, Hamel E, Winkelman W Effect of oral morphine and naloxone on pituitary-adrenal response in man induced by human corticotropin-releasing hormone. 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Fonte: http://www.dronet.org/sostanze/sos_pdf/Eroina.pdf

La scienza conferma: dove la cannabis è legale il consumo di alcol diminuisce in modo drastico

Negli stati americani dove la cannabis è legale, anche solo a uso terapeutico, il consumo di alcolici è calato in percentuali comprese tra il 13,8 e il 16,2%. Questo il risultato di una ricercacondotta dell’Università del Connecticut e dalla Andrew Young School of Policy Studies ad Atlanta.

I due enti di ricerca hanno monitorato le vendite di prodotti alcolici nell’arco di 10 anni (tra il 2006 e il 2015) in oltre 2000 contee Usa dove la cannabis è legale a scopo terapeutico, verificando che ovunque le vendite di alcolici sono drasticamente diminuite.

Un risultato che conferma empiricamente ciò che molte ricerche ipotizzano da tempo: la cannabis va considerata un ottimo rimedio contro la dipendenza da alcol, una piaga che ogni anni provoca oltre tre milioni di morti nel mondo.

Già nel 2014 un’approfondita ricerca condotta dall’Alcohol Research Group della California aveva analizzato la cannabis come potenziale sostitutivo dell’alcol in base alla soddisfazione dei 7 parametri che la letteratura medica richiede siano assolti dalle sostanze terapeutiche contro le dipendenze, scoprendo che la cannabis ne soddisfa 6 su 7 e quindi va ritenuto un sostitutivo molto efficace.

Anche perché attualmente di terapie veramente efficaci e soddisfacenti contro l’alcolismo non ce ne sono. Sino ad oggi i farmaci considerati più promettenti nella realizzazione di una terapia sostitutiva dell’alcolismo sono il benzodiazepine e gli agonisti GABAergici, tuttavia entrambi mostrano alcune problematiche: e benzodiazepine sono in grado di prolungare il rischio di ricaduta, mentre gli agonisti GABAergici come il Baclofen, se da una lato riducono l’abuso di alcol e migliorano le funzioni epatiche, dall’altro aumentano la sonnolenza alcol-correlata e possono condizionare gravemente le capacità funzionali dell’individuo.

Ora questa ricerca conferma: la cannabis merita di essere studiata ed applicata veramente, quanto meno a livello sperimentale, in quanto potrebbe rivelarsi la miglior medicina contro la dipendenza da alcol.

 

Fonte: http://www.dolcevitaonline.it/la-scienza-conferma-dove-la-cannabis-e-legale-il-consumo-di-alcol-diminuisce-in-modo-drastico/

La California rivoluziona il mercato della marijuana. Da lunedì vendita libera. I piccoli produttori temono il crollo dei prezzi

 Dal primo gennaio la vendita della marijuana ricreativa diventa legale in California. Uno potrebbe commentare: e allora? Non era così già dai tempi della Summer of Love? La risposta è no, e le conseguenze promettono di essere rivoluzionarie, come sempre accade quando la Golden Coast anticipa o rilancia le tendenze. 


Paolo Mastrolilli LA STAMPA http://bit.ly/2Ed4AV8
 
  Oltre alla California, negli Usa la marijuana a scopi ricreativi è legale nel District of Columbia e in sette Stati, cioè Colorado, Oregon, Nevada, Alaska, Washington, Maine e Massachusetts. 

  Gli ultimi due, però, non hanno ancora un mercato per venderla. A livello federale, invece, «l’erba» resta vietata ovunque. Ciò crea un terreno di scontro politico e legale tra l’amministrazione Trump e i singoli Stati, soprattutto ora che scende in campo il più ricco di tutti, già leader della «resistenza» su vari fronti, dall’immigrazione ai cambiamenti climatici. Il governo finora non ha preso iniziative contro i legalizzatori, ma il ministro della Giustizia Sessions ha chiarito la sua opposizione: «Gli Stati possono approvare quello che vogliono, ma io non credo all’uso medico della marijuana, e continuo a non vedere l’utilità di poterla comprare in ogni negozio di alimentari all’angolo della strada». 

 I repubblicani sono contrari per principio, ma lo scontro non è solo morale. Il dibattito è acceso anche sugli effetti per la salute, nonostante non ci siano studi definitivi sul ruolo dell’erba come porta verso le droghe più pesanti, come l’eroina, che sta facendo strage soprattutto tra i bianchi della classe media e bassa americana che hanno votato Trump in massa.  

  Lo scontro tra liberal e conservatori su questo punto è profondo e annoso. George Soros, grande finanziatore dei democratici, è da sempre un sostenitore della legalizzazione come strumento per togliere il mercato ai trafficanti. Se ciò non bastasse a rendere sospettosi i repubblicani, c’è da aggiungere che i miliardari della liberal Silicon Valley si sono schierati a favore della Proposition 64, ossia il referendum che ha dato via libera all’erba ricreativa. Sean Parker, cofondatore di Napster ed ex presidente di Facebook, ha donato oltre un milione di dollari per far passare il provvedimento, mentre a San Francisco sono già apparsi i cartelloni pubblicitari che dicono «Hello marijuana, goodbye anxiety». Sembra l’ultimo capitolo del libro sulla guerra culturale tra conservatori e liberal.  

  I problemi riguardano anche l’economia. Secondo le analisi di GreenWave Advisors, il mercato nero dell’erba che esiste da decenni vale 13,5 miliardi di dollari, mentre quello legale nascente appena 5,1. ArcView prevede che nel 2021 i ricavi leciti saliranno a 21,6 miliardi, ma nel frattempo l’industria verrà rivoluzionata. I prezzi ora stanno scendendo per una ragione ovvia: se per coltivare e vendere la marijuana rischi la galera, pretendi un ritorno che valga la pena. Se la produzione diventa legale e industriale, l’offerta sale e il costo scende. I fratelli Winklevos, quelli di bitcoin e della causa a Zuckerberg per l’idea di Facebook, hanno investito milioni nella start up Eaze, che punta a diventare l’Uber dell’erba, consegnandola a domicilio come FreshDirect fa con l’insalata. Questa nuova corsa all’oro verde sta producendo almeno due effetti. Primo, espone al rischio di fallimento le compagnie pioniere della distribuzione come Green Cross, e tutti i venditori della marijuana a scopi medici, che in California è legale dal 1996, quando gli elettori approvarono la Proposition 215 da cui nacque il Compassionate Use Act.  

  Secondo, i puristi temono un calo della qualità, come sempre accade quando la produzione diventa di massa. Oggi chi coltiva l’erba deve guardarsi le spalle, limitare e selezionare i terreni utilizzati, e garantire il livello del prodotto per invogliare i clienti a tornare. La produzione legale su vasta scala porterà controlli e regole che daranno sicurezza ai consumatori, ma nello stesso tempo potrebbe rendere più dozzinale il risultato, e condannare alla scomparsa i piccoli coltivatori e venditori, creando una grande industria come quella del tabacco.  

  Alcuni propongono che vengano create regioni e marchi doc, come per il vino. Il governo di Sacramento già conta di ricevere dalle tasse sulle vendite introiti fra 300 e 500 milioni di dollari, solo nel primo anno, ma ciò potrebbe favorire la sopravvivenza del mercato nero. Chi è stato condannato per lo spaccio invece festeggia, perché il suo reato sparirà dalla fedina penale. Una cosa è certa: con l’arrivo della California sul mercato, nulla sarà più come prima. 

La Norvegia depenalizza l'LSD

Storica decisione in Norvegia: è il primo paese a depenalizzare l'LSD. La sostanza valutata indebitabimente illegale, visto il suo scarso potenziale tossico e il suo elevato potenziale terapeutico: http://www.dolcevitaonline.it/la-norvegia-ha-appena-depenalizzato-il-con...

A scuola di cannabis: ora come coltivarla lo insegnano i prof Docenti da Napoli e Sorbona per un corso sul business. della canapa “light”. Sfruttando i vuoti della nostra legge

Alla scuola dei sogni, il futuro è la cannabis light. Ci crede il barista con la passione per la chimica, l’avvocato di Napoli che pensa di aprire uno studio legale specializzato, chi vuole fare un investimento per la pensione e il quarantenne in crisi con il lavoro.
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Sono i pionieri della rischiosa corsa all’oro “verde” innescata dal successo in Italia della cannabis light, una variante di canapa che vanta una concentrazione irrisoria del principio attivo della marijuana, il Thc: oltre sessanta volte in meno rispetto alle varietà olandesi o americane. Ha lo stesso aspetto, e un aroma identico, alla sua controparte ma non “stona” come l’erba vera e propria o i preparati a base di marijuana per uso medicinale che in Italia possono essere prescritti dal medico per le terapie antidolore. Il segreto del successo della cannabis light è la grande percentuale di cannabinoidi, sostanze presenti nei fiori che dovrebbero indurre, in chi li fuma, un relax sobrio ma piacevole.

Ora dai banchi di vendita dei negozi specializzati, l’erba legale sale in cattedra con i corsi della Cannabis Business School, la prima scuola tutta italiana dedicata a chi non vuole farsi sfuggire questa nuova opportunità green. «È un settore molto delicato ed è necessario ci siano persone con competenze di diverso genere, dagli aspetti normativi alle nuove tecnologie di coltivazione» spiega Luca Marola, uno dei fondatori della scuola che sarà presentata domenica pomeriggio al Salone internazionale della canapa a Milano.

La scuola vanta 34 docenti che esprimono il meglio della weed economy italiana e si propone come incubatore di nuove professionalità dedicate alla cannabis. Le lezioni saranno tenute da accademici dell’Università di Napoli e della Sorbona di Parigi, esperti del Marijuana Policy Group del Colorado, consulenti legali e agricoltori che operano già in questo settore.

Il piano didattico prevede 40 ore di corso in cui si affronteranno tutti i nodi della cannabis legale: dalle proprietà terapeutiche ai sistemi di coltivazione, fino alla legislazione italiana e il caso della liberalizzazione negli Stati Uniti.

I corsi saranno itineranti: all’inizio del nuovo anno i primi cannabis light camp sono previsti a Torino, Milano, Roma, Bologna e Napoli. Per il momento ci sono già circa 300 persone interessate: avvocati, agricoltori, imprenditori. A breve sarà possibile iscriversi sul sito della scuola (www.cannabischool.it). Per ottenere il diploma in cannabis legale bisognerà affrontare il corso, che costa 700 euro, e superare anche un test finale. Con l’attestato in mano, la scuola offre ai propri studenti un programma di inserimento nelle principali aziende italiane del settore della canapa.

La qualità più pregiata di cannabis legale del nostro Paese è la Carmagnola: originaria del nord Italia, è
 
anche la più antica canapa europea da cui discendono tutte le altre varietà europee (in tutto sono 52). In passato da questa pianta, celebre per la sua robustezza, si ottenevano fibre così resistenti da essere il tessuto privilegiato per confezionare le corde delle grandi navi.

Contenuto Redazionale APPROFONDIMENTI STUPEFACENTI - Samorini al Centro Java

 

Canada, tassa di un dollaro al grammo: il piano di Trudeau per legalizzare la marijuana

 

Le imposte fiscali peseranno per il 10 per cento del prezzo d'acquisto. Servono a finanziare la distribuzione per fini ricreativi e i controlli ma devono essere contenute per scoraggiare il mercato nero. Ma la proposta del premier è accolta con freddezza dai governi regionali che chiedono maggiori entrate

 Ottobre, 2017, Repubblica.it

 

  Un prezzo di mercato da dieci dollari al grammo e una tassa del dieci per cento. Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha presentato il suo piano per procedere l'anno prossimo con la legalizzazione della marijuana a fini ricreativi. Il suo piano dettagliato, illustrato ai leader delle dieci province del Paese, cerca di conciliare l'esigenza di garantire entrate fiscali per pagare i costi governativi di distribuzione e controlli, ma senza far impennare i costi che rischierebbero di far lievitare il mercato clandestino.

Trudeau ha riferito che secondo le stime di Canaccord Genuity Group Inc. il fatturato delle vendite potrebbe raggiungere i 6 miliardi di dollari entro il 2021. Ma il premier sa di dover negoziare con i leader provinciali, sui quali peseranno i costi di attrezzare un sistema di distribuzione al dettaglio e di addestrare la polizia per potenziare i controlli su strada contro la guida sotto l'effetto della marijuana. Oneri per i quali, ha affermato Trudeau, i governi locali chiedono di aumentare il peso fiscale della vendita. "L'onere della legalizzazione e della sua attuazione sarà sostenuto dalle province e credo che la parte del leone della forma delle entrate dovrebbe essere conclusa con le province", ha detto il premier della Nova Scotia Stephen McNeil dopo l'incontro di Ottawa con Trudeau. Ma il capo del governo federale ha sottolineato che la tassazione totale non può essere così pesante da mantenere vivo il mercato nero: si tratta, ha detto, di fare in modo che i governi "proteggano i nostri figli" da venditori illeciti. Secondo Cam Battley, vice presidente esecutivo di Aurora Cannabis Inc, attualmente un grammo di cannabis illegale costa tra gli 8 e i 10 dollari in tutto il Canada, ha detto.

 

Sì, le sigarette elettroniche aiutano a smettere di fumare

 

 Negli Usa 350 mila persone in più hanno rinunciato al tabacco da quando esiste il vaping

 Utili, inutili, dannose. Sulle sigarette elettroniche si è detto tutto e il contrario di tutto, e la comunità scientifica si è divisa tra sostenitori, scettici e contrari. L’ultimo verdetto spezza una lancia a favore del vaping: aiutano effettivamente a smettere di fumare. Lo studio pubblicato sul British Medical Journal più che una difesa delle e-cigarettes, sembra la celebrazione di un successo inaspettato.  

Pubblicato su Health Desk http://www.healthdesk.it/prevenzione/s-sigarette-elettroniche-aiutano-smettere-fumare

Un gruppo di ricercatori guidati da Shu-Hong Zhu della University of California ha analizzato l’impatto del vapore sulle abitudini della popolazione americana, cercando di capire quanti fumatori hanno rinunciato al tabacco da quando sono in circolazione le sigarette elettroniche. 

Gli scienziati hanno raccolto i dati di cinque indagini condotte tra il 2001 e il 2015. Dalla più recente hanno individuato il numero degli habitué del vaping e il numero degli ex fumatori, ossia di chi era rimasto senza sigarette per i 12 mesi precedenti. I risultati di quest’ultima indagine sono stati poi confrontati con quelli delle altre quattro. 

Su 161 mila partecipanti al sondaggio del 2014-2015, 22 mila risultavano fumatori e più di 2 mila dichiaravano di avere smesso. Di  questi il 38 per cento dei fumatori e il 49 per cento di chi aveva smesso di recente aveva provato la sigaretta elettronica. 

Per chi sa interpretare i dati statistici, ciò vuol dire che chi è passato al vaping ha provato a smettere molto più di chi non è stato tentato dalle sigarette elettroniche (65% contro 40%). Inoltre, i consumatori di e-cigarettes avevano più probabilità di dire addio al fumo per almeno 3 mesi rispetto agli altri (8,2% contro 4,8%).

Nella popolazione generale il tasso di abbandono del fumo nel periodo 2014-2015 è stato il più alto dei quattro anni in cui si sono svolte le indagini. Rispetto al 2010-2011 la percentuale di ex fumatori è salita di circa il 5 per cento, con 350 mila persone in più che hanno rinunciato al tabacco nel 2014-2015. 

«Certamente anche altri interventi realizzati in contemporanea, come le campagne nazionali con messaggi evocativi sulle gravi conseguenze del tabacco sulla salute - scrivono i ricercatori - hanno giocato un ruolo nell’aumentare il tasso di abbandono del fumo. Ma questa analisi fornisce provi evidenti che le sigarette elettroniche hanno contribuito in modo determinante». 

I ricercatori dubitano infatti che le altre due misure adottate per limitare il fumo abbiano potuto da sole ottenere questi risultati. Si riferiscono all’aumentata tassazione del tabacco in vigore dal 2009 e alle campagne mediatiche contro le sigarette.

Contenuto Redazionale I DIECI ANNI DI SOSTANZE.INFO

 

6 settembre 2007 - 6 settembre 2017

GRAZIE A TUTTI

PARADISI ARTIFICIALI – DAI SACERDOTI INDIANI AGLI HIPPY, LA LUNGA MARCIA DELLA CANAPA

 

 


 



L'USO DEI DERIVATI DALLA PIANTA, SOPRATTUTTO HASHISH E MARIJUANA, INIZIA MIGLIAIA DI ANNI FA IN CAMPO MEDICO, TESSILE MA È DA BAUDELAIRE IN POI CHE DIVENTA FONTE DI PIACERE 

 Marco Belpoliti per la Repubblica

«Caro Théophile, si prende dell' hashish da me lunedì prossimo 3 novembre sotto gli auspici di Moreau e di Albert Roche. Vuoi esserci? In questo caso vieni fra le 5 e le 6 al più tardi. Avrai la tua parte di un modesto pranzo e aspetterai le allucinazioni».

 

Così scrive il pittore Boissard de Boisdenier allo scrittore Théophile Gauthier nel 1845. All' epoca a Parigi ci sono due circoli dediti all' hashish. Uno fa capo al medico Moreau de Tours, autore di vari scritti sugli effetti della droga; l' altro è il "Club des Hashischins", che si ritrova all' Hotel Lauzun nell' Île Saint-Louis, al centro della capitale. Vi partecipano scrittori, pittori, illustratori, musicisti; i nomi più noti sono quelli di Nerval, Baudelaire, Balzac, Daumier, Barbereau.

 

 Siamo nel momento, come scrive Alberto Castoldi (Il testo drogato, Einaudi) del passaggio dalla droga come medicamento - la cannabis è usata quale antidolorifico, calmante, anticonvulsivante - alla droga come fonte di piacere.

 

Gli artisti romantici sono tra i primi promotori di questo nuovo utilizzo in cui l' hashish svolge un ruolo fondamentale. Non a caso in un passo folgorante della Gaia scienza Nietzsche ha fissato l' idea moderna delle droghe all' interno di una «storia del sentire», scrive Elémire Zolla L' hashish proviene dalla pianta della cannabis, risultato della secrezione resinosa delle sommità fiorite, ed è uno dei tre prodotti a uso psicoattivo che ne derivano; ganja, usata per lo più in India, è invece costituita dalle sommità fiorite delle piante femmina; la marijuana - questo il suo nome in Europa e in America - comprende i prodotti dell' intera pianta. Queste sostanze sono in genere fumate, ma possono essere anche usate per produrre bevande, ad esempio il "bhang" tipico dell' India.

 

Tutto proviene da un vegetale della famiglia delle urticacee, la canapa; originaria forse dell' Himalaya settentrionale, è stata poi coltivata in Cina, in Persia, sulle rive del Mar Caspio, nel Congo, quindi in America meridionale e in Europa. Un tempo si credeva che esistesse la cannabis indica e la cannabis sativa, una canapa indiana e una europea.

 

 Nel 1753 Linneo l' aveva classificata come cannabis indica.

Oggi i botanici hanno chiarito che esiste solo una specie di canapa. Pianta dioica, per produrre semenza ha bisogno di due piante, una maschile e una femminile, che devono crescere vicine per via dell' impollinazione; ci pensa il vento, dato che nessun insetto sembra attratto da entrambe.

Quella maschile può raggiungere i due metri e viene usata per realizzare fibre tessili e olio di semi; quella femminile, più bassa, secerne dalle sommità fiorite una resina ricca di principi fisiologicamente attivi.

 

Se l' uso della pianta per la fabbricazione di tessuti è attestato dall' epoca neolitica in Cina (6.200-5.200 anni fa), quello medicinale risalirebbe al 2.700 avanti Cristo, sempre in Cina.

La parola hashish in arabo significa "erba". Possiede vari nomignoli nella versione marijuana, così come l' hashish è chiamato confidenzialmente anche marocco, libanese, nero, cioccolato, merda.

Si trova menzione del suo utilizzo antichissimo persino in un trattato cinese di botanica del XV secolo avanti Cristo, sebbene come medicinale fu poi sostituita in Cina dall' oppio. In India era usata dai sacerdoti e si pensava che derivasse dai peli della schiena di Visnù. Erodoto ne parla riferendo di cerimonie rituali presso gli il popolo orientale degli sciti.

 

Nonostante l' uso secolare, i principi attivi della cannabis sono stati identificati solo nel 1964 da un chimico israeliano, Raphael Mechoulam. Sono detti "cannabinoidi"; il più importante è il delta-9-tetraidrocannabinolo (delta- 9-THC). La differenza farmacologica tra hashish e marijuana consiste nella presenza del 14,3% del principio attivo nel primo e solo del 3,45% nella seconda.

 

Nelle Americhe la cannabis sarebbe stata portata dai colonizzatori inglesi, spagnoli e portoghesi, così come l' uso psicotropo in Brasile è il risultato della tratta degli schiavi africani. Negli Stati Uniti sono stati invece i lavoranti messicani a diffonderla: varcavano il confine con il loro sacchetto di mota.

 


CANAPA CARMAGNOLA

Nell' antichità neolitica era sicuramente utilizzata nei riti sciamanici allo scopo di sperimentare una forma d' ascensione spirituale: volare, superare le distanze, scomparire; e anche guarire: nel volo magico provocato dalla pozione di cannabis, lo sciamano ritrovava l' anima del malato che si era allontanata dal corpo e gliela restituiva. Molte delle religioni estatiche si fondano sulla cannabis, oltre che sui funghi allucinogeni. A partire dal V secolo la canapa entra nell' uso dei medici arabi. Sembra che in Europa sia arrivata attraverso i crociati di ritorno dalla Terrasanta. Ne parla persino Rabelais nel terzo libro del Pantagruel.

 

Durante tutto il Medioevo è uno strumento per i riti magici e stregoneschi.


CANAPA CAFFE' ROMA

L' uso farmacologico in Europa è quindi molto tardo, solo dopo il 1798, a seguito della spedizione di Napoleone in Egitto. Nel corso di quella campagna Napoleone ordinò con un proclama che nessuno fumasse più i fiori della canapa e mise l' interdetto anche sulle bevande consumate dai musulmani a causa del delirio violento che colpiva chi ne faceva uso. Era troppo tardi, l' hashish era già dilagato in tutta l' Africa e ben presto anche in Europa, non più come farmaco, bensì per scopi voluttuari, nonostante i divieti e la messa fuorilegge; il "Marijuana Tax Act" americano è del 1937, modello dei successivi proibizionismi.

 

Come ha scritto Giancarlo Arnao ( Erba proibita, Feltrinelli), due sono le tendenze culturali dell' uso della cannabis: un filone da lui definito «popolare-tradizionale», in cui la sostanza è «multidimensionale e multifunzionale», usata come tessuto, medicinale e nei rituali, e anche negli alimenti in quanto ingrediente; questo nei paesi orientali e asiatici, dove sarebbe propria delle classi sociali popolari. E un filone contemporaneo, con separazione netta tra l' uso industriale e quello per il consumo personale allo scopo di ottenere effetti sulla psiche con motivazioni sostanzialmente edonistiche o alla ricerca di esperienze intellettuali come l' allargamento della coscienza; questo filone è proprio dei paesi occidentali e dei giovani.

 

Questo specifico uso è stato aperto dalle opere dei romantici. Nel maggio del 1843 Baudelaire s' installa nell' Hotel Lauzun, e anni dopo, nel 1858, pubblica un ampio studio sull' hashish, De l' idéal artificiel, incluso poi in Les paradis artificiels. Da Baudelaire a Walter Benjamin, attraverso innumerevoli artisti, compresi i jazzisti di New Orleans, prima città Usa ad apprezzare la cannabis, si arriva ai giovani di San Francisco, Londra, New York, che ascoltano la musica dei Pink Floyd, dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane, e guardano Easy Rider ( 1969) con George-Jack Nicholson che prova per la prima volta l' erba. Arrivano gli hippy. L' erba proibita è ora fenomeno di massa.

 

Per saperne di più Giancarlo Arnao ha scritto un ampio rapporto su hashish e marijuana, Erba proibita (Feltrinelli); Guido Blumir in Marijuana (Einaudi) racconta la storia del proibizionismo; in Alberto Castoldi, Il testo drogato (Einaudi) c' è la storia dell' uso da parte degli scrittori; Ugo Leonzio, Il volo magico (Einaudi) è un classico. Da segnalare anche Giorgio Samorini, Mitologia delle piante inebrianti (Studio Tesi); e Henri Margaron, Le stagioni degli dei (Raffaello Cortina).

 

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