Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 51339 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità

Cannabis: in Canada scorte quasi esaurite

Articolo di Leonardo Fiorentini

 In Canada store assediati dalle file e siti presi d’assalto. Le scorte di cannabis scarseggiano in tutte le province, sottovalutata la domanda complessiva. Il rischio è di lasciare spazio al mercato illegale.

Sono bastate le prime 24 ore di vendite legali di cannabis per mettere in crisi il sistema di 

In Quebec, dove gli store fisici erano limitati a poco più di 15, lunghissime file (anche 4 ore di attesa) per poter accedere agli store. Anche sabato, 3 giorni dopo l’inizio delle vendite, il negozio SQDC di Sainte-Catherine a Montreal era presa d’assalto dai clienti con la coda che faceva il giro dell’isolato (vedi foto). In totale nella provincia francofona il primo giorno di vendite sono stati serviti 42.500 clienti, 12.500 negli store e 30.000 on line. Molti hanno dovuto rinunciare agli acquisti, e in un caso la Polizia è stata chiamata a disperdere, pacificamente, la fila che rimaneva alla chiusura del negozio alle 21. Sul sito della SQDC sono ormai esauriti quasi tutti gli oli, introvabili hashish, capsule, spray orali e anche le canne prerollate.

Se è evidente che l’effetto novità (e selfie) del primo giorno può aver avuto la sua influenza, pare anche chiaro che le valutazioni sulle vendite in Quebec e in tutte le altre province siano state ampiamente sottostimate. Sia a livello statale, con licenze autorizzate evidentemente insufficienti a coprire la domanda, che a livello locale, si pensi ai soli 3 negozi per una città da 1.700.000 abitanti come Montreal (in Quebec la prevalenza d’uso negli ultimi 3 mesi è al 10% per i maggiori di 15 anni). In Ontario, che peraltro è la provincia canadese che produce più cannabis, le vendite sul sito internet (al momento unico canale legale di vendita nella provincia) hanno di fatto esaurito molti dei prodotti. Anche Alberta, Nuova Scozia  e British Columbia registrano prodotti esauriti. La società dell’alcol e delle lotterie della Provincia di Manitoba ha annunciato che ci vorranno almeno sei mesi per riallestire il magazzino ed tornare ad offrire tutti i prodotti.

 Continua a leggere su FUORI LUOGO https://bit.ly/2PiId9V

 

EROINA GIALLA

 Si tratta del colore che presenta la mistura di polvere composta da eroina edestrometorfano, e forse anche altre sostanze, tipo paracetamolo, caffeina etc.. La possibilità di contaminare* o di adulterare* il prodotto è ampia; le conseguenze sono altrettanto gravi.

 I lettori hanno saputo di questa associazione per fatti di cronaca connessi a decessi avvenuti.

 I contaminanti sono sostanze chimiche che risultano dalle varie fasi della produzione, lavorazione e trasporto delle droghe o per contaminazione ambientale. Di norma non sono aggiunti intenzionalmente. Gli adulteranti sono sostanze psicoattive che vengono aggiunte per imitare l’effetto della sostanza che viene offerta ma non è quello che il compratore si aspetta.

Nel mercato clandestino o di strada è assolutamente frequente proporre qualsiasi tipo di prodotto al fine di stupire e stimolare il consumatore per gli effetti particolarmente potenti; all’effetto si accompagna il rapido sviluppo di uno stato di dipendenza che in sostanza mantiene il “cliente”, quindi il traffico.
Semplici leggi di mercato.

 Le molto probabili e spesso letali conseguenze sono ovvie.

Entrambi i principi presenti nella polvere gialla sono oppiacei e quindi si moltiplica la pericolosità considerato l’azione inibitoria di entrambi su molte funzioni e soprattutto su quella cardio-respiratoria.

 Il destrometorfano è una sostanza usata soprattutto come antitussivo e presenta, per le dosi terapeutiche, scarsa attività analgesica e scarsa attività psicotropa ( a differenza dell’isomero levogiro….). Come antitosse non opera attraverso i recettori degli oppioidi ma agisce innalzando la soglia al di sopra della quale si presenta la tosse. La sua potenza è comunque molto vicina a quella della codeina. Come riportano Goodman & Gilman…” la sua tossicità è modesta ma dosi estremamente elevate possono produrre depressione del SNC” pag II290.

Tra l’altro il naloxone (o Narcan), efficace antagonista degli oppioidi, non blocca gli effetti del destrometorfano.

 

continua su INSOSTANZA.IT www.insostanza.it/dom 

Contenuto Redazionale Il consumo di cannabis. La ricerca scientifica, le pratiche sociali, le legislazioni.

settembre 27 @ 15:30 - 18:30

  •  
 

Il consumo di cannabis

La ricerca scientifica, le pratiche sociali, le legislazioni

Giovedì 27 settembre, 15.30-18.30
SCIFOPSI, via Laura 48 Firenze – Aula Magna

Intervengono

Stefano Bertoletti, Forum Droghe/CAT

Leopoldo Grosso, Gruppo Abele

Patrizia Meringolo, Dipartimento Scienze della Formazione e Psicologia, UniFI

Mafalda Pardal, Università di Ghent (B)

Grazia Zuffa, la Società della Ragione

Coordina Susanna Ronconi, Forum Droghe – Progetto NAHRPP

Promosso da Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze e da Forum Droghe nell’ambito del progetto europeo NAHRPP – New Approaches in Harm Reduction Policies and Practices co-finanziato dall’Unione Europea

Info: segreteria@forumdroghe.it – www.fuoriluogo.it

Il rinascimento psichedelico

Mentre la comunità medico-scientifica torna a discutere del controverso potenziale terapeutico di Lsd e sostanze simili, si assiste a un proliferare di titoli — riedizioni e novità — sul tema. Fra tutti spicca «Moksha» di Aldous Huxley La Lettura 19 Aug 2018 di VANNI SANTONI

 

Entrando in libreria in questi mesi si potrebbe avere l’ impressione di essere fini tinella San Francisco degli anni Sessanta: mai in Italia, e certo non in tempi recenti, si era visto un tale proliferare di testi a tema psichedelico.

Con una differenza rispetto ad allora: il piglio di tutti questi libri è lontano, lontanissimo dalla chincaglieria freak dell’epoca, o dalla sua lunga eco. Si nota anzi, fin dalla veste grafica e dagli apparati, una perizia nuova nel distanziare gli psichedelici — nella fattispecie: l’Lsd; la psilocibina dei «funghi magici»; la mescalina del cactus peyote; il Dmt dell’infuso amazzonico ayahuasca — dal calderone delle droghe, cosa non priva di una sua logica, se è vero che tra i più promettenti canali di sviluppo del montante «rinascimento psichedelico» c’è proprio il loro uso nella cura delle dipendenze, oltre che della depressione e di afflizioni anche molto diverse tra loro, dalla cefalea a grappolo all’angoscia da fine-vita nei malati terminali.

Per «rinascimento psichedelico» si intende infatti la riscoperta, da parte della comunità medico-scientifica, del poten- ziale terapeutico di queste sostanze. Un potenziale già intuito dai pionieri del loro primo avvento, e finanche dallo stesso scopritore dell’Lsd, il chimico Albert Hofmann, e tuttavia rimasto congelato, dopo un paio di decenni di incoraggianti, ma per lo più embrionali, ricerche, per via della sopraggiunta proibizione delle molecole in questione. Nell’ America di Nixon, la guerra a pacifisti, hippie e contestatori, di cui l’acido lisergico fu una delle più conclamate bandiere, era senza quartiere, e non ci si fecero troppi problemi a proibirlo nonostante un parere negativo della Foods and Drugs Administration e un’accorata difesa al Congresso da parte di Bobby Kennedy.

Alla proibizione si accodò poco dopo il resto del mondo, e una volta riposizionati a Schedule I Drugs, etichetta che negli Usa designa le droghe pesanti prive di utilizzo medico, divenne molto difficile ottenere quei composti anche per gli scienziati e gli psichiatri che li studiavano o li sperimentavano con i propri pazienti. La ricerca si fermò. In maniera sot- terranea però, in principio per mano di chi quella stagione l’aveva vissuta in prima persona, e poi della generazione di coloro che erano rientrati in contatto con certe idee attraverso la cultura rave, l’idea che quello posto da Nixon non potesse essere un punto fermo, e che quelle sostanze non fossero propriamente droghe ma farmaci — e farmaci molto promettenti — continuò a essere trasmessa.

Così, anche grazie all’azione di alcune organizzazioni — su tutte le americane Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies e Heffter Institute, e l’inglese Beckley Foundation — da una decina di anni gli studi sugli psichedelici sono ripresi, prima in Svizzera, poi negli Usa, nel Regno Unito e nel resto nel mondo, e non passa settimana senza qualche scoperta circa le loro modalità d’azione o il loro uso terapeutico, come è ben raccontato nel recente Lsd. Storia di una sostanza stupefacente (Utet) della farmacologa Agnese Codignola, uno dei più significativi protagonisti di questa inaspettata invasione psichedelica delle nostre librerie (su «la Lettura» #334 del 22 aprile scorso ne hanno scritto Tania Re e Claudio Mencacci). Un’invasione che, ap- punto, non ha odore d’incenso, suono di cimbali o colori batik, per quanto le copertine possano concedersi l’occasionale frattale: il piglio del rinascimento psichedelico — forse anche per non ricadere negli errori del passato, quando tali sostanze finirono anche in mano a guru più o meno improvvisati, e più o meno benintenzionati, come l’ex ricercatore di Harvard Timothy Leary — è improntato a una certa austerità scientifica.

Sembra quasi che si siano scavalcati all’indietro gli anni Sessanta per tornare ai Cinquanta, quando posati intellettuali in tweed come Ernst Jünger, lo stesso Albert Hofmann o Aldous Huxley (o, in Italia, personaggi come Federico Fellini o Elsa Morante) sperimentavano in salotto, con la testa spesso già su un obiettivo: capire quali eventuali benefici avrebbe potuto recare all’umanità il sopraggiungere dell’«era della riproduzione tecnica dell’esperienza mistica».

In questa messe di testi — oltre al libro di Codignola c’è la riedizione in economica Feltrinelli di Lsd: il mio bambino difficile di Hofmann, la versione integrale del suo Lsd. Carteggio 1947-1997 con Jünger (per Giometti&Antonello), The electric kool-aid acid test del da poco scomparso Tom Wolfe (Mondadori), i testi degli psichiatri Rick Strassman e Claudio Naranjo sul Dmt editi da Spazio Interiore, che pubblica anche Frammenti di un insegnamento psichedelico di Julian Palmer, mentre Stampa Alternativa, un tempo unico alfiere del settore con i suoi «mille lire» a tema, propone un Dizionario della psichedelia e la valida panora

mica Rinascimento psichedelico, la riscoperta degli allucinogeni dalle neuroscienze alla Silicon Valley di Bernardo Parrella — spicca la recente uscita, per Mondadori, di Moksha, raccolta degli scritti sul tema proprio di Aldous Huxley.

Il romanziere inglese fu fra i primi ad affrontare la questione, ma per il suo piglio analitico, distintamente filosofico e capace di guardare oltre — anche oltre le semplificazioni, i rapidi entusiasmi e le facili cooptazioni — continua a essere uno dei teoreti di riferimento.

Il suo libro, da leggersi a integramento dei classici (e già disponibili negli Oscar),

Le porte della percezione e Paradiso e inferno, si presenta in un’edizione tradotta da Maria Giulia Castagnone e arricchita da un vero parterre de rois paratestuale: premessa di Humphry Osmond, pioniere della psichedelia in psicoanalisi; prefazione di Albert Hofmann; introduzione di Alexander Shulgin, scopritore di 230 diverse molecole psicoattive; e in apertura un testo originale dello scrittore Edoardo Camurri che riassume in modo efficace la situazione a livello di ricerca e supera la mera questione terapeutica attraverso una ricucitura con la tradizione misterica e il lancio di una suggestione: quella di un mondo che, attraverso un rinnovato rapporto con la metafisica, possa superare la narcosi collettiva da social network e psicofarmaci, condizione peraltro molto somigliante a quella immaginata nel Mondo nuovo, il più noto e amato romanzo di Huxley.

Tutto questo dà quindi forma a una lettura decisiva sia per l’appassionato di Huxley (a proposito: a quando una riedizione dei Diavoli di Loudun?) sia per chi voglia dotarsi di strumenti per inquadrare in modo imparziale il «rinascimento psichedelico» — almeno in attesa di How to Change Your Mind di Michael Pollan.

Il grande divulgatore scientifico, già autore di apprezzatissimi saggi sul cibo come Il dilemma dell’onnivoro o Cotto, si è dedicato stavolta al cosiddetto «cibo degli dei», riuscendo a mantenere per otto settimane in testa alle classifiche del «New York Times» un saggio sugli psichedelici, qualcosa che non era accaduto neanche nel 1967, in piena Summer of Love: vedremo se anche in Italia — l’uscita in traduzione è prevista a inizio 2019 per Adelphi — riuscirà a ripetere il miracolo.

 

Bibliografia

Aldous Huxley, Le porte della percezione. Paradiso e inferno (Mondadori, 2016);

Agnese Codignola, Lsd. Da Albert Hofmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris (Utet, 2018);

Albert Hofmann, Lsd. Il mio bambino difficile. Riflessioni su droghe sacre, misticismo e scienza (Feltrinelli, 2015);

Albert Hofmann ed Ernst Jünger, Carteggio (Giometti & Antonello, 2017);

Julian Palmer, Frammenti di un insegnamento psichedelico (Spazio Interiore, 2017);

Rick Strassman, Dmt. La molecola dello spirito (Spazio Interiore, 2014)

  

A CARO PREZZO, Carl Hart. Neri Pozza editore.

A caro prezzo

 
Carl Hart è un afroamericano cresciuto in uno dei peggiori sobborghi di Miami. Aveva solo dodici anni la prima volta che ha visto con i suoi occhi la scena di un omicidio «per questioni di droga». Era ancora un ragazzo quando ha perso il suo primo  amico, ucciso in uno scontro a fuoco, ed era poco più di un adolescente quando faceva il DJ, esibendosi con rapper del calibro di Run-DMC e Luther Campbell, e si buttava a terra se qualcuno cominciava a sparare. I suoi cugini Michael e Anthony rubavano alla loro stessa madre e lui pensava che quel gesto fosse una conseguenza diretta della «dipendenza da crack», la droga che aveva invaso le comunità afroamericane più povere di Miami a partire dalla metà degli anni Ottanta.
Poi un giorno è diventato uno studioso di neuroscienze, ha vinto prestigiose borse di studio, ha scritto decine di articoli sui reali effetti delle droghe sulla psiche  umana, ha riscosso diversi riconoscimenti per la sua attività didattica alla Columbia University, ha indossato il camice bianco da laboratorio e, dopo numerosissimi  esperimenti, ha radicalmente mutato opinione sulla questione della «dipendenza» dalle sostanze stupefacenti.
Questo libro nasce dal suo lavoro di neuroscienziato e dalla sua vita di  afroamericano vissuto in un povero sobborgo di Miami. È il magnifico memoir di un giovane uomo che si è sottratto al suo destino di emarginazione e, ad un tempo, un prezioso contributo scientifico che mostra come l’isteria emotiva che aleggia attorno alle droghe illegali oscuri i veri problemi.
Il paradigma per il quale è la sostanza stupefacente stessa a produrre  inevitabilmente «dipendenza», e a interferire a tal punto con le funzioni vitali da indurre comportamenti autodistruttivi, si dimostra in queste pagine, alla luce di molteplici esperimenti scientifici, del tutto errato. La causa della «dipendenza», che concerne il 10-25 per cento di coloro che entrano in contatto con le droghe, anche le più socialmente stigmatizzate come l’eroina e il crack, va ricercata non nella sostanza stessa, ma nelle condizioni della sua assunzione. Emarginazione, alienazione sociale, bisogni relazionali insoddisfatti, assenza di ogni altra possibile «ricompensa» sono le cause reali che conducono alla «dipendenza».
Ultimata la lettura di questo libro, carcere e leggi sempre più severe contro le droghe, assimilate a forze magiche, al «male assoluto», si svelano perciò come le misure più erronee e irragionevoli possibili per cambiare davvero le cose nell’uso delle sostanze stupefacenti tra le fasce marginalizzate della popolazione.

L' "erba della morte", il convegno leghista sulla cannabis fa discutere

 L'evento a Piacenza in scia alla "tolleranza zero" annunciata dal neoministro Fontana fa infuriare gli operatori delle dipendenze: "Così sulla tutela della salute vince la demagogia"

 di VALENTINA AVON Repubblica,it

Consumo e spaccio di droghe sono regolati dal Testo unico, che risale al 1990, noto anche come legge Russo Iervolino, dal cognome dell'allora ministra democristiana agli Affari sociali che la firmò con il collega alla Giustizia Vassalli. Nel 2006 arrivò la Fini-Giovanardi, che equiparava droghe leggere e pesanti, ma è stata abrogata nel 2014 da una sentenza della Corte costituzionale. Il vuoto giudiziario, da allora, fa il paio con quello politico. Ora il dibattito sembra nuovamente vivacizzarsi, con dichiarazioni di ministri  e ripresa dei convegni, come quello del prossimo 24 luglio a Piacenza che fa discutere in questi giorni.

Il neoministro della Famiglia Lorenzo Fontana ha ripreso in mano il Dipartimento nazionale antidroga, annunciandolo lui stesso prima dell'ufficialità della nomina, proprio dalle pagine del sito del Dpa, e ha anticipato la sua linea: tolleranza zero. Del Dpa, nato per decreto nel 2008, fu responsabile per anni il sottosegretario Giovanardi. Finito il suo regno è stato smantellato, la delega è rimasta per lo più nelle mani del presidente del Consiglio di turno e di politiche sulle droghe si è parlato molto poco. 

La ripresa del dibattito porta ora il titolo del convegno piacentino di martedì prossimo: "L'erba della morte". Il tema è la cannabis, i relatori sono assessori locali, un paio di senatori, quattro parlamentari e la mamma di un ragazzo drogato. I promotori sono Luca Zandonella, assessore leghista con deleghe a Sicurezza, Politiche giovanili, Identità e tradizioni e Partecipazione, e Massimo Polledri: neuropsichiatra infantile, già senatore della Lega che però lo ha espulso nel 2015, perché alla Zanzara disse:continua a leggere su  www.repubblica.it/cronaca/2018/07/19/news/cannabis_erba_della_morte_

il ministro Fontana vuole occuparsi anche di droghe, e sarebbe un altro incubo

 Non sorprendentemente, il principio ispiratore del leghista sarà quello della “tolleranza zero.”

Leonardo Bianchi VICE www.vice.com/it/article/435zm9/ministro-fontana-droghe

Abbiamo imparato a conoscere il ministro della disabilità e della famiglia, il leghista Lorenzo Fontana: ultracattolico, antiabortista, antifemminista, uomo di collegamento della Lega con la Russia, legato all’estrema destra veronese e persino indipendentista veneto.

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza, ora potrebbe anche occuparsi didroghe.

La notizia l’ha data lui stesso alla Stampa: “Credo che la delega per la lotta alle tossicodipendenze verrà assegnata a me. E ho già incontrato i funzionari del Dipartimento perle Politiche antidroga.” Nella stessa intervista, Fontana ha anche fornito la sua visione sul fenomeno—di cui, va detto, prima d’oggi non si sapeva assolutamente nulla.

 

Non sorprendentemente, il principio ispiratore sarà quello della “tolleranza zero.” Il leghista ha poi spiegato i primi tre provvedimenti che intende adottare nel caso in cui dovesse ricevere la delega: potenziare al massimo l’azione delle forze dell’ordine; contrastare le droghe “fatte in casa,” quelle che secondo lui “chiunque può prodursi in cucina seguendo le istruzioni su Internet”; importare dall’estero “qualche politica antidroga” che “ha avuto successo” (e a meno che non si riferisca al presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, non si capisce quale “politica antidroga” abbia avuto questo grande “successo”).

Fontana ha poi detto che in Italia “un vero proibizionismo non c’è,” e che “bisogna sottrarre il dibattito all’ideologia.” In più, a sgomberare definitivamente il campo da dubbi il ministro ha assicurato che non ci sarà nessuna “liberalizzazione” della cannabis. “Mi metto nei panni di un padre o di una madre,” ha detto. “Avrebbero piacere che i loro figli fumassero? Non credo proprio.”

Le associazioni di settore e gli operatori hanno duramente criticato questa possibile nominaMaria Stagnitta, presidente di Forum Droghe, ha parlato di “una visione preistorica delle politiche sulle droghe” che peggiorerà “una situazione in cui non solo i consumi aumentano, ma mutano nell’assoluta incapacità dei servizi di saperli interpretare.” 

Marco Perduca, membro dell’Associazione Luca Coscioni, ha giustamente fatto notare che “nel curriculum politico e istituzionale del ministro Fontana non si rintraccia alcun interesse, figuriamoci le competenze, per il fenomeno della ‘Droga’.”

Qualche giorno fa, a fotografare il ritorno in pompa magna della repressione—nonché il sostanziale fallimento del proibizionismo italiano—ci ha pensato ilnono Libro Bianco sulle droghe. Nel 2017 quasi il 30 percento degli ingressi in carcere è stato determinato dalla violazione dell’articolo 73 del Testo unico sulle sostanze stupefacenti (la legge Jervolino-Vassalli), mentre il 25,53 percento dei detenuti è tossicodipendente. Gli autori sottolineano con preoccupazione che “si consolida l’aumento dopo che il picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57 percento nel 2007) era stato riassorbito a seguito di una serie di interventi legislativi correttivi.”

Il libro bianco registra anche la crescita delle segnalazioni ai prefetti dei semplici consumatori, “caduti anche loro nelle rete dei maggiori controlli e dell’ossessione securitaria”: sempre nel 2017 ci sono state oltre 40mila segnalazioni (l’80 percento delle quali per possesso di cannabinoidi), 15.581 sanzioni amministrative e appena 86 richieste di programmi terapeutici. Come annotano Franco Corleone e Stefano Anastasia, siamo di fronte ad una “inutile macchina sanzionatoria che in quasi trent’anni ha colpito più di un milione e duecentomila persone.”

Ammesso e non concesso che Fontana abbia la più pallida idea della reale situazione sul campo, in questo quadro non particolarmente edificante non si può fare a meno di notare l’ennesima incongruenza dei Cinque Stelle. Nella scorsa legislatura 12 parlamentari del M5S avevano fatto parte dell’intergruppo Cannabis Legale, la cui proposta è però miseramente naufragata. Due di loro avevano anche partecipato al “4:20 European Psychedelic Hemp Fest” di Lambrate, attirandosi feroci critiche da parte del centrodestra.

continua a leggere si VICE www.vice.com/it/article/435zm9/ministro-fontana-droghe

Il Consiglio Superiore di Sanità dice no alla vendita della cannabis light

 repubblica.it www.repubblica.it/cronaca/

Il Css raccomanda "che siano attivate, nell'interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione" le misure per bloccare gli spinelli leggeri. "Non si può escludere la pericolosità del Thc anche a basse concentrazioni in alcuni soggetti".

ROMA - Il Consiglio Superiore di Sanità (Css) ha detto no alla vendita di cannabis light per un principio di precauzione e di tutela di consumatori inconsapevoli. In pratica, la posizione del Css è che gli effetti del Thc anche a bassa concentrazione su alcuni soggetti come anziani, madri in allattamento o persone con patologie particolari siano ancora poco studiati. Dopo il parere del Css adesso la decisione di vietare la vendita spetta al Ministero.

In un parere richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute l'organo consultivo raccomanda "che siano attivate, nell'interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti". Un parere che avrà effetti su un mercato in pieno boom, visto che la cannabis light ha fattoaprire centinaia di punti vendita in tutta Italia.

Il Css ha risposto a due quesiti: se questi prodotti siano da considerarsi pericolosi per la salute umana e se possano essere messi in commercio, ed eventualmente a quali condizioni. Riguardo alla prima domanda, il Consiglio "ritiene che la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di 'cannabis' o 'cannabis light' o 'cannabis leggera', non può essere esclusa".

In particolare, l'organo consultivo ritiene che: "La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni (sono di 0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, ndr) non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine".

Il Css sottolinea che degli effetti di tali sostanze su alcuni soggetti si sappia ancora troppo poco perché "non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l'assunzione inconsapevolmente percepita come 'sicura' e 'priva di effetti collaterali' si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)".

Quanto al secondo quesito posto dal segretariato generale del ministero della Salute, il Css ritiene che "tra le finalità della coltivazione della canapa industriale" previste dalla legge 242/2016 - quella che ha 'aperto' al commercio, oggi fiorente, della cannabis light - "non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di 'cannabis' o 'cannabis light' o 'cannabis leggera', in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di Thc, pone certamente motivo di preoccupazione".

Sulla base delle opinioni espresse dal Css il ministero della Salute ha anche richiesto un parere all'Avvocatura dello Stato, che non sarebbe ancora arrivato.

E sulla vicenda si apre subito la polemica. Se per il farmacologo Silvio Garattini, direttore scientifico dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, "la cannabis light è droga a tutti gli effetti e bisogna togliere dalla testa della gente termine leggera. I  potenziali rischi per la salute esistono soprattutto per i giovani. Realizzare questi cannabis shop ha dato l'impressione che questa sostanza possa essere assimilata a un alimento - aggiunge - ci sono i controlli, ma si possono pur sempre eludere e si rischia che diventi un modo per acquistare cannabis anche per scopi da quelli per cui i negozianti dicono di venderla".
Di diverso parere  Benedetto Della Vedova, presidente di Forza Europa e promotore nella scorsa legislatura della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis: "Immagino che Salvini si butterà a pesce sul parere del Consiglio Superiore di Sanità e farà chiudere negozi e coltivazioni: finirà che avremo un mercato nero e criminale anche per la cannabis light". Mentre il Canada legalizza la marijuana per sottrarre profitti alle mafie e contrastarne l'uso da parte dei minori, temo che la direzione di marcia di questo governo sarà la proibizione, nonostante nella passata legislatura ci sia stata l'adesione quasi totale dei gruppi del M5S alla proposta di legge Cannabis Legale".

In Italia nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa, dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 stimati per il 2018 nelle campagne. Lo segnala Coldiretti. "Ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa, dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli V.G. Sicilia e Sardegna con il moltiplicarsi di esperienze innovative". Per la coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) si stima un giro d'affari potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro alimentato - ricorda Coldiretti - dall'approvazione della legge numero 242 del 2 dicembre 2016 recante "Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa" che ha disciplinato il settore. Con la nuova norma non è, infatti, più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di Thc al massimo dello 0,2%, fatto salvo l'obbligo di conservare per almeno dodici mesi i cartellini delle sementi utilizzate.
Secondo la norma approvata la percentuale di Thc nelle piante analizzate può inoltre oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l'agricoltore. "Al momento risulta consentita - precisa la Coldiretti - solo la coltivazione delle varietà ammesse, l'uso industriale della biomassa, nonchè la produzione per scopo ornamentale, mentre per la destinazione alimentare possono essere commercializzati oltre ai semi anche le altre componenti vegetali nel rispetto della disciplina di settore. 

Un precedente parere dell'istituto Superiore di Sanità (12/12/07 n. 18652) aveva formulato precise indicazioni sulle quantità massime ammissibili di THC per alcune categorie di alimenti prendendo a riferimento il valore medio di 1,5 mcg/Kg di peso corporeo-die al giorno come quantità tollerabile di assunzione giornaliera e se si considera un individuo di 68 Kg/peso di riferimento la quantità massima di assunzione giornaliera corrisponde a 102 mcg. Per quanto riguarda il divieto di utilizzo di foglie e fiori di canapa per scopo alimentare Coldiretti esprime, tuttavia, l'esigenza che sia fatta chiarezza sulla posizione dell'amministrazione tenuto conto dei chiarimenti contenuti nella recente circolare del 22 maggio 2018 del Ministero delle Politiche Agricole che, diversamente, ammette nell'ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo l'utilizzo delle stesse infiorescenze. Le ragioni di chiarezza sono d'altra parte imposte dal richiamato successo che i prodotti a base di canapa hanno sul mercato europeo e molti Stati tra cui la Germania hanno già legiferato in modo dettagliato fissando il limite di sicurezza per il THC negli alimenti sicchè in base alla libera circolazione sarebbe penalizzante per gli operatori nazionali veder circolare prodotti ottenuti in altri paesi mentre in Italia valgono norme più restrittive".

La canapa è una coltivazione che fino agli anni '40 era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese con quasi 100mila ettari era il secondo maggior produttore al mondo (dietro soltanto all'Unione Sovietica). Il declino - continua la Coldiretti - è arrivato per la progressiva industrializzazione e l'avvento del "boom economico" che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta. ll Governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata "Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti" (seguita da quelle del 1971 e del 1988), in cui - conclude la Coldiretti - la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni dalla sua entrata in vigore mentre nel 1975 esce la "legge Cossiga" contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa scompaiono.

 

La marijuana light ora è davvero legale: produzione e commercio riconosciuti dal Governo

REPUBBLICA www.repubblica.it/cronaca/2018/05/23/news/erba_light_legale-197194816/

 Il ministero dell'Agricoltura con una circolare precisa le regole del mercato delle infiorescenze. E chi è nel business festeggia

 

   di GIACOMO TALIGNAN. DOPO un anno dal lancio della cannabis light questa è la nostra grande vittoria. Adesso tutti i lavoratori e i coltivatori potranno festeggiare: la produzione e il  commercio delle infiorescenze è stato finalmente riconosciuto anche dal ministero". Festeggia Luca Marola, ideatore e fondatore di Easy Joint, fra i primi esempi di cannabis light - la marijuana "legale" in commercio con un limite di Thc inferiore allo 0,2% - che nell'ultimo anno ha rivoluzionato il mercato. 

 

  La notizia arriva direttamente dal ministero dell'Agricoltura, il Mipaaf, che con una circolare - dopo un anno di richieste incessanti da parte dei coltivatori e i lavoratori dell'indotto - si è espressa sulle regole della legge in vigore dal gennaio 2017: produrre e vendere l'erba legale è possibile, senza più dubbi per le migliaia di italiani che negli ultimi mesi hanno investito in questo business con non poche incertezze.

 

  LEGGI ANCHE IL BOOM DELLA MARIJUANA LEGALE 

 

  "La coltivazione della canapa - si legge nella circolare ministeriale - è consentita senza necessità di autorizzazione, che viene richiesta invece se la pianta ha un tasso THC di oltre lo 0,2% come previsto da regolamento europeo. Qualora la percentuale risulti superiore ma entro il limite dello 0,6% l'agricoltore non ha alcuna responsabilità; in caso venga accertato un tasso superiore allo  0,6% l'autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa". 

 

  L'ultimo paragrafo della circolare ribadisce inoltre alcuni punti su cui produttori e coltivatori spingono da tempo: impedisce ad esempio le importazioni che non rientrano nel catalogo europeo, mettendo un freno dunque a ibridi, incroci ed erbe svizzere.  Inoltre, ricorda Marola, "per la prima volta la parola infiorescenze viene inserita in un testo di diritto, riconoscendone così il valore. Adesso tutti i soggetti che hanno investito in questo business sanno di agire legalmente, senza più ombre. E' un passo importantissimo. Il prossimo? Riprendere in mano la lotta antiproibizionista". A raccontare il perché della circolare Mipaaf è poi lo stesso vice ministro Andrea Olivero: "Si tratta di un provvedimento necessario per chiarire i possibili usi della canapa coltivata nell'ambito del florovivaismo in modo da attuare pienamente una buona legge e precisarne il suo campo di applicazione. In questo modo agevoliamo anche l'attività di controllo e repressione da parte degli organi preposti".  La circolare individua inoltre regole precise e paletti da rispettare per i vari  settori produttivi dove la cannabis può essere impiegata, ovvero quelli che vanno dall'alimentazione alla cosmesi, dall'industria e artigianato al settore energetico e alle attività didattiche e di ricerca industriale. 

 

  I DATI DEL SETTORE

 

  Quello della  "New Canapa Economy" è un settore che nell'ultimo anno ha avuto un boom enorme: si è passati dai 400 ettari di terreno coltivati del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Per la Coldiretti "sono centinaia le nuove aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa" in tutti i campi. Il giro d'affari della "marijuana legale"  ha un potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro.

 

  Nel primo anno dal lancio attività come Easy Joint che presentarono l'erba "con CBD ma poco THC" lo scorso anno alla fiera di Bologna (di cui l'ultima edizione si è appena conclusa), hanno fatturato "circa 2 milioni di euro" dice il suo ideatore.

 

 

Cala il gioco d'azzardo tra i giovani ma è boom tra gli adulti

 

LUDOPATIA, SLOT MACHINE © EPA


+CLICCA PER INGRANDIRE

Cala il gioco d'azzardo tra i giovani mentre si registra un vero boom tra gli adulti: nel 2017 i giocatori-studenti nella fascia 15-19 anni sono diminuiti di 400mila unità rispetto al 2014, quando i giovani scommettitori raggiungevano la quota di 1.4 milioni. Complessivamente, nel 2017 hanno giocato almeno una volta 17 milioni di italiani (di cui 1 mln studenti) contro i 10 mln del 2014. Al Sud crescono, però, gli studenti-giocatori 'problematici', ovvero a rischio di gioco patologico.

Lo rivela uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa.

Secondo i due nuovi studi Espad e Ipsad dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) - dedicati rispettivamente alla diffusione del gioco d'azzardo tra gli studenti delle scuole superiori (15-19 anni) e tra la popolazione generale adulta comprensiva anche di quella più giovane (15-64 anni) - aumentano dunque i giocatori adulti mentre diminuiscono tra gli studenti. Nel corso del 2017 oltre 17 milioni di italiani hanno giocato d'azzardo almeno una volta (42,8%), nel 2014 erano 10 milioni (27,9%) e fra questi oltre un milione di studenti ha giocato almeno una volta (36.9%), nel 2014 erano 1,4 milioni (47,1%). "Aumentano tra gli adulti anche i giocatori 'problematici', ovvero a rischio di gioco patologico - afferma Sabrina Molinaro dell'Ifc-Cnr - passando negli ultimi 10 anni, dai 100.000 stimati nel 2007 (0,6%) ai 400.000 stimati nel 2017 (2,4%). Di contro i giocatori 'problematici' diminuiscono tra gli studenti passando dall'8,7% del 2009 ai 7,1% del 2017. In particolare la quota di giovani giocatori con profilo di gioco 'problematico' fa registrare una diminuzione o un assestamento nelle regioni del Nord e del Centro Italia, mentre nella macro-area Sud e isole si rilevano incrementi in Sicilia, Basilicata, Calabria, Molise e Abruzzo". Sembrano più a rischio di sviluppare problematicità al gioco coloro che sono in cerca di prima occupazione (19,2%) e gli studenti (14,1%). Il 10,8% degli studenti ignora che nel nostro Paese è illegale giocare per gli 'under 18' e si stima che 580.000 (33,6%) studenti minorenni abbiano giocato d'azzardo nel corso dell'anno. La facilità di accesso ai luoghi di gioco da parte degli 'under 18' è confermata dal dato che solo il 27,1% riferisce di aver avuto problemi a giocare d'azzardo in luoghi pubblici perché minorenne. Il 75% degli studenti spende in giochi d'azzardo meno di 10 euro al mese e il 6,3% spende più di 50 euro al mese, quota che tra gli studenti con un profilo problematico sale al 22,1%. 

Il mercato dei farmaci clandestini

 Teneva i cerotti di Fentanyl sotto la lingua. È andato in overdose. L’ha salvato un’ambulanza. La segnalazione arriva dalla Toscana, risale a qualche mese fa ed è circolata solo tra pochi specialisti di tossicodipendenze. Prima overdose in Italia per abuso di farmaci antidolorifici a base oppioide. Un segnale. Come quelli che arrivano dalla rete, in particolare dai profili social (riservati) di adolescenti che acquistano online sciroppi alla codeina, tramadolo, OxyContin. I medici parlano di «uso non terapeutico di sostanze psicoattive». Ed è la prospettiva chiave per interpretare il futuro del consumo di stupefacenti. A partire da un riferimento internazionale: oggi gli Stati Uniti stanno affrontando la più devastante epidemia di eroina nella storia del mondo occidentale. Quali sono i rischi che in Italia si arrivi a un’evoluzione analoga, con un ritorno di massa dell’eroina? In Nord America, una politica commerciale molto aggressiva delle case farmaceutiche ha saturato il mercato di antidolorifici oppioidi; s’è creata così in pochi anni una base di dipendenza diffusa da farmaci con la stessa molecola della morfina; a quel punto, i narcos messicani hanno fiutato l’«opportunità di mercato» e inondato le strade di eroina. 

In Italia l’ultimo ventennio è stato dominato dalla cocaina. L’eroina però non è mai scomparsa, soprattutto in Emilia, Toscana, Campania. I fattori di rischio dunque sono due, soprattutto per i consumatori più giovani. Primo: le nuove generazioni non hanno memoria storica, sono senza anticorpi, perché non ricordano la strage di ragazzi coi corpi distrutti dalle spade che si bucavano e morivano nei parchi delle città. Sono una generazione «vergine» di potenziali nuovi «clienti». È quel che si vede al «boschetto» di Rogoredo, la più grossa piazza di spaccio del Nord Italia, alle porte di Milano: in fila per comprare eroina, i minorenni si mescolano ai vecchi tossici che hanno più di 40 anni.
E poi c’è il rischio della «deriva americana», il secondo fattore che può rilanciare la diffusione dell’eroina: rispetto agli Stati Uniti, la circolazione dei farmaci in Europa è più controllata, ma il mercato clandestino è in fortissima espansione. Un anno fa i carabinieri di San Donato hanno arrestato due iracheni che vendevano OxyContin fuori dalle scuole di Segrate e Peschiera (hinterland milanese). Poco dopo, anche i poliziotti di Milano hanno fermato due spacciatori egiziani di farmaci oppioidi. Ai ragazzini, drogarsi con le medicine sembra più «pulito». «L’abuso di questi farmaci – spiegano gli esperti – finora è stato sottovalutato. Rischiamo di svegliarci di colpo e scoprire una crisi già avanzata».
Gianni Santucci, La Lettura 8 aprile 2018

Condividi contenuti