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Novità

Cinquant'anni dopo, tre italiani spiegano come è morta Marilyn Monroe

Due tossicologi forensi e una criminologa rileggono in un libro documenti e fatti di quel 5 agosto 1962. Conclusione? Non fu omicidio, e la sospettata numero uno è la cameriera.

Quando alle 4.30 di mattina il sergente Jack Clemmons entra nella casa di Marilyn Monroe, al 12305 di Fifth Helena Drive a Los Angeles, trova, in camera da letto, il corpo esanime della diva e un flacone vuoto di Nembutal (nome commerciale del pentobarbital). Marilyn è distesa a faccia in giù con le braccia lungo i fianchi e le gambe in linea retta. Ed è un'anomalia: nelle morti per overdose di sonnifero in genere si verificano convulsioni che lasciano i corpi in posizioni scomposte. La governante, Eunice Murray, riferisce ai poliziotti di aver notato verso la mezzanotte che la Monroe si era chiusa a chiave in camera e, non ricevendo nessuna risposta da lei, aveva chiamato lo psicanalista dell'attrice, il dottor Greenson. Greenson si era introdotto nella camera sfondando un vetro, ma non aveva potuto far altro che constatare il decesso. Mentre interrogava Greenson, il sergente Clemmons notò un'altra anomalia: Eunice Murray, che curiosamente aveva già fatto riparare il vetro, continuava a pulire con scrupolo l'abitazione, con lavatrice e asciugabiancheria in funzione.

Un alone di mistero avvolge così da sempre la morte di Marilyn. Adesso, a riesaminare il caso è il saggio L'enigma della morte di Marilyn Monroe (Le Lettere) scritto da tre italiani: Francesco Mari ed Elisabetta Bertol, docenti di tossicologia forense all'Università di Firenze, e Barbara Gualco, docente di criminologia nella stessa università. Mari e Bertol nel 2001 scoprirono che Pietro Pacciani, pochi giorni prima di morire, aveva preso un farmaco per lui controindicato e si sono già applicati a casi del passato: nel 2006 hanno risolto il giallo della morte quasi contemporanea di Francesco I de' Medici e della consorte Bianca Cappello stabilendo in via definitiva che erano stati avvelenati. Inviduarono infatti tracce di arsenico in frammenti di fegato vecchi di quattro secoli. Nella ricostruzione del caso Marilyn Monroe applicano la loro perizia ai documenti, alle testimonianze e alle teorie di biografi acuti come Donald Spoto (Marilyn Monroe: the biography, 1993).

"Tra tante cose poco chiare, emerge cristallina la volontà del coroner, Theodore Curphey, di chiudere il caso in fretta, con una diagnosi di "probabile suicidio" molto discutibile" dice Francesco Mari. "Anzitutto: come mai nella stanza e nel bagno non si trovò il bicchiere, o la tazzina, che necessariamente la Monroe avrebbe dovuto utilizzare per ingerire quelle capsule? E perché queste capsule non furono rintracciate nel contenuto gastrico?". Dell'autopsia si occupò Thomas Noguchi, vicecoroner dello staff di Curphey, il quale scoprì con sconcerto, la mattina del 5 agosto, che il corpo della Monroe non era all'obitorio, come la legge richiedeva nel caso di morti poco chiare, ma presso una ditta di onoranze funebri, che stava già iniziando a prepararlo. "Comunque Noguchi nello stomaco non trovò niente di significativo. Eppure 47 capsule di Nembutal - tante ne avrebbe dovute ingerire per giustificare i livelli della sostanza nel sangue e nel fegato, pari a tre volte la dose letale - hanno la loro consistenza, sono colorate di un giallo intenso, e almeno un piccolo residuo sarebbe dovuto restare. Nella nostra esperienza, nei casi di suicidi con barbiturici, c'è sempre un residuo gastrico notevole, perché quando sopravviene la morte, blocca l'assorbimento di queste sostanze. Invece Noguchi trovò solo 20 millilitri di materiale mucoso, privo di residui: l'analisi venne fatta con il microscopio a luce polarizzata, strumento che si usa ancora e consente di individuare tracce anche minime dei cristalli che caratterizzano molecole come quella del pentobarbital".

Un altro dato contrasta con l'ipotesi del suicidio: "Come ha fatto Marilyn ad assumere 47 capsule di Nembutal, se quel giorno, come risulta dalle prescrizioni mediche, doveva averne a disposizione solo 25?" osserva Elisabetta Bertol. Anche alla luce dell'analisi psicologica, l'ipotesi del suicidio fa acqua: "Il giorno prima di morire Marilyn parlò con la nipote di Joe DiMaggio del loro accordo per risposarsi l'8 agosto. Inoltre, se avesse scelto di farla finita, con ogni probabilità avrebbe aggiornato il testamento: quello ritrovato, vecchio di 18 mesi, non prevedeva disposizioni a favore di Greenson, che invece ormai era diventato una presenza fondamentale per il suo equilibrio psichico" osserva Barbara Gualco.

Forti dubbi sul suicidio furono del resto espressi proprio dalle persone più coinvolte nelle indagini: il procuratore John Miner nel suo rapporto scrisse che non si trattava di suicidio (per poi correggere aggiungendo a "suicidio" l'aggettivo "intenzionale") - e il tossicologo Lionel Grandison firmò il certificato di morte con l'indicazione di suicidio ma rivelò di esservi stato costretto da Curphey, e che la sua vera ipotesi sulla morte di Marilyn era quella di un'iniezione letale.

Un po' diversa è la conclusione dei tossicologi italiani: "La concentrazione di barbiturico nel sangue, 4,5 milligrammi su 100 millilitri, in confronto a quanto riscontrato in altri casi di suicidio, è così elevata da rendere quasi impossibile l'ipotesi che la Monroe abbia assunto per via orale un quantitativo del genere. Ma nell'autopsia non si è trovata alcuna traccia di iniezione. Si è riscontrata invece una zona infiammata nel colon retto e questo può indicare che l'assorbimento massivo del veleno sia avvenuto lì" spiega Francesco Mari. "Ecco perché possiamo sottolineare la validità scientifica dell'ipotesti contenuta nella biografia di Spoto e cioè che la somministrazione sia avvenuta via clistere". Pratica che per Marilyn - al netto del veleno - era un'abitudine, per la quale la assisteva la governante.

Fu dunque la Murray a somministrare la dose fatale? E avrebbe agito di sua iniziativa o per conto di qualcuno? Qui le cose si fanno più ingarbugliate: da un lato è noto che la governante covava risentimento per Marilyn, che stava per licenziarla. Dall'altro si sa che Marilyn aveva minacciato Robert Kennedy, l'amante che l'aveva lasciata per non compromettere la vita familiare, di convocare una conferenza stampa con rivelazioni clamorose per lunedì 6 agosto se lui non fosse andato a trovarla nel week-end. Il 3 agosto risultano diverse chiamate senza risposta della Monroe all'hotel dove si trovava Kennedy. E proprio lui fu fermato dalla polizia di Los Angeles per eccesso di velocità a pochi chilometri dalla casa della Monroe, intorno alle 24 di quella notte in cui l'umanità si addormentò per risvegliarsi con un sogno di meno.
 
Scheda del libro:

cerco risposte

Ciao i io ho dei risvolti veramente negativi dopo aver fumato ma nn capisco xkè... fumo da quando ho 13 anni e una volta mi è presa una paranoia bruttissima veramente cn paura di morire ho continuato a fumare xkè mi piaceva ma sopratutto piaceva agli altri che io fumassi.. io sapevo che mi faceva male ma lo facevo xkè spesso nn mi prendeva.. sono arrivato al punto di fare finta di fumare per farlo vedere agli altri però in realtà cmq aspiravo il fumo quindi mi prendevo in giro da solo volendo prendere in giro gli altri ma sapendo che nn fumavo anke se fumavo nn andavo mai in paranoia... cmq sia mi è rivenuta a pasquetta qst cosa in un modo atroce dopo di che nn riesco piu a capire nnt sono disorientato del tutto ho problemi con le persone che mi sono affianco e mi sembra tutto sconosciuto da mia madre e al mio migliore amico.. io ora nn so quale sia il danno che mi abbiano fatto le canne ma spesso mi dicono che io avevo accumulato stress e che essendo in una fase di crescita visto che ho 19 anni le canne hanno solo fatto esplodere qll che era realmente in me cioè voler maturare e essere magari un ragazzo normale.. però io cmq nn ci stoa capi più nnt della mia vita mi sembra di essere estraneo a tutto e tutti come se avessi vissuto fin ora in un sogno e mi stessi svelgiando solamente ora xkè faccio pensieri che prima nn facevo... mi è cominciato come ansia poi è diventata una crisi di identità xkè mi sembra di nn sapere chi sono e ora mi sembra di nn conoscere piu le persone nn so cosa mi succede chi dice che ho una crisi esistenziale chi di identità chi di qualunque cosa ... una cosa solo è sicura nn trovo più pace!!!

“La cannabis lenisce i sintomi della sclerosi multipla”

 

Secondo uno studio Usa fumare erba allieva il dolore e la spasticità muscolare

Giornalettismo - Fumare cannabis migliora alcuni sintomi della sclerosi multipla. In particolare, allevia il dolore e il disagio legato alla spasticità muscolare, un sintomo diffuso e invalidante associato alla malattia neurologica.

LA RICERCA - E’ la conclusione di uno studio americano condotto dagli scienziati dell’University of California School of Medicine di San Diego, pubblicato sul “Canadian Medical Association Journal”. Precedenti studi hanno già suggerito la possibile efficacia di alcuni composti attivi della marijuana nel trattamento di condizioni neurologiche, ma la maggior parte delle ricerche si è concentrata sulla somministrazione di cannabinoidi per bocca. Le conoscenze sugli effetti della cannabis fumata, invece, si limitavano per lo più alle testimonianze di alcuni pazienti.


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Cocaina al tempo dello spread

 

Ecco la prima rubrica di Saviano su L'Espresso: sul linguaggio delle prostitute, cifrato, per parlare di soldi e di droga

 

Sembra impossibile che nell'era di massima velocità della comunicazione, di una comunicazione che sembra chiara, trasparente, velocissima, possano esistere codici incomprensibili. Parole che sembrano dire qualcosa di sensato, ma che in realtà comunicano tutt'altro.

Qualche giorno fa ho provato a interpretare una lettera cifrata, inviata in carcere al boss casalese Michele Zagaria. In quel testo, con molta probabilità, "sfogliatelle" stavano per tangenti e appalti; "teatro" e "orchestrali" per parlamento e politici. Anche Bernardo Provenzano ha utilizzato codici per i pizzini che inviava e riceveva. Nomi e cognomi venivano indicati attraverso numeri: "...mi sono visto con la persona interessata 512151522 191212154 e siamo rimasti che dopo le feste ci dovevamo incontrare per discutere...". Gli inquirenti hanno scoperto che la lettera A corrispondeva al numero 4, B a 5, C a 6 e così via.


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Contenuto Redazionale Adolescenti, "il male di vivere" si cura sui social network


Riportiamo l'articolo di Repubblica Firenze sul progetto "Social Net skills",  dalla stessa squadra di Sostanze.info

Sta per partire il primo servizio pubblico gratuito di sostegno psicologico basato su un social network rivolto ad adolescenti e gestito da adolescenti. Si chiama "Social Net skills", è un progetto finanziato dal Ministero della Salute, capolfila la Toscana di MARIO NERI su Firenze.Repubblica.it

 

Il primo amore, gli affetti, il mondo che sembra remarti contro, e poi lo sballo, le prime esperienze con alcol e droga. E' una stagione difficile, l'adolescenza. I ragazzi si sentono incompresi, fragili e soli. Da oggi i teenager potranno sentirsi meno isolati, trovare risposte ai loro problemi. Avere un aiuto e un sostegno psicologico. Non più però solo dal mondo degli "adulti", ma da giovani come loro, solo un po' più grandi, che magari hanno fatto la stessa strada, affrontato le stesse difficoltà. E soprattutto potranno averlo attraverso i canali a loro più congeniali, i social network, le chat, la rete. Nasce il primo servizio pubblico gratuito di sostegno psicologico basato su un social network rivolto ad adolescenti e gestito da adolescenti. Sta per partire in Toscana ‘Social Net Skills’, un progetto interregionale, di cui la Toscana è capofila, finanziato dal Minstero della Salute con 400.000 euro. Per la Toscana sono coinvolte la Asl 12 di Viareggio (che avrà 110.000 euro) e la Società della Salute di Firenze (140.000 euro). Le altre regioni che partecipano al progetto sono Lombardia, Liguria, Puglia, Lazio, Umbria, Emilia-Romagna, Campania.

La parte più nuova e consistente del progetto, della durata di due anni, prevede l’attivazione di percorsi di auto-aiuto e counseling online sui social network: Facebook, Google, Twitter, YouTube, Pinterest. A chattare, o comunicare on line con i coetanei, saranno ragazzi sotto i 20 anni, con il supporto  di psicologi, medici

ed esperti di comunicazione. Opportunamente formati con appositi corsi, i ragazzi potranno comunicare con i coetanei attraverso una chat line, un servizio email, un telefono amico via Skype, oltre ad una pagina continuamente aggiornata su spazi, eventi, feste, promozioni. Sul profilo di social network verranno affrontate le problematiche adolescenziali più comuni, relative a sessualità, alimentazione, affettività, consumo di sostanze.
 

 

“Abbiamo già sperimentato più volte l’educazione “peer to peer”, da pari a pari – dice l’assessore al diritto alla salute Daniela Scaramuccia – e abbiamo verificato che quando si tratta di adolescenti è la più efficace. Un ragazzo ascolta molto più volentieri un coetaneo, che magari ha fatto le sue stesse esperienze, piuttosto che un adulto”.

Le altre regioni che hanno aderito al progetto, coordinate dalla Toscana, realizzeranno analoghi percorsi formativi e successivamente ogni Regione aprirà e gestirà un proprio servizio online.
Un’altra parte del progetto prevede interventi di promozione del benessere nei contesti scolastici e del divertimento notturno: interventi specifici in scuole e discoteche sui fattori di rischio modificabili, come tabagismo, alcol, droghe. Destinatari dell’azione preventiva, i giovani, i gestori dei locali, le scuole, gli insegnanti, operatori e amministratori.

Dall’indagine Edit svolta tra i giovani toscani nel dicembre 2011, è emerso che il 23,6% dei guidatori abituali ha dichiarato che nei 12 mesi precedenti l’indagine ha guidato almeno una volta dopo aver bevuto troppo, mentre il 12,5% ha riferito di aver assunto sostanze psicotrope illegali prima di mettersi alla guida. Il 72,2% dei maschi e il 69,6% delle femmine ha consumato alcol nei 30 giorni precedenti l’intervista. Quasi la metà del campione totale (maschi 53,8%, femmine 48,7%) riferisce di aver avuto almeno un episodio di ubriacatura nell’ultimo anno. Questa percentuale cresce in modo preoccupante con il crescere dell’età, passando dal 23,6% dei 14enni al 67,4% di coloro che hanno 19 anni o più.

Sette ricorsi contro Alemanno

Claudio Cippitelli scrive per la rubrica settimanale di Fuoriluogo sul Manifesto del 9 maggio 2012.

FUORILUOGO - No, non è una questione romana. La chiusura di servizi di accoglienza e riduzione del danno e la sostituzione dei gestori con enti amici dell’attuale amministrazione Alemanno (tra le quali spiccano le vicende della Comunità di Città della Pieve e di Nord Est, tolte, dopo decenni, rispettivamente alla Coop. Il Cammino e alla Coop. Parsec), non rientra nel  normale avvicendamento tra strutture di terzo settore nella gestione di servizi per la cura delle dipendenze. La vicenda dei bandi emessi dall’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze (ACT) dimostra che l’amministrazione Alemanno ha deciso che le dipendenze vanno affrontate con una sola cultura: quella che risponde, esclusivamente per motivi ideologici, al sentire politico della giunta di destra. Poco importa che nel resto d’Italia e in Europa lo sforzo è precisamente il contrario, ovvero favorire la pluralità delle offerte e degli approcci per raggiungere le tante diversità presenti tra i tossicodipendenti, offrendo a costoro programmi rispettosi della loro irripetibile individualità.

 

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LA FABBRICA DELLE MALATTIE. L’addiction nel Sistema DSM

Retecedro - Lo spazio riservato all’addiction dalla psichiatria è progressivamente aumentato, basti pensare che nel DSM – I e DSM – II, la dipendenza non meritava la dignità di disturbo, ma era considerata un semplice sintomo della personalità antisociale.
Oggi, il DSM – IV –TR descrive i Disturbi correlati alle sostanze in due categorie: Disturbi da uso di sostanze (Abuso e Dipendenza) e Disturbi indotti da sostanze (Disturbo d’Ansia, Disturbo dell’Umore, Intossicazione, Disturbo amnestico, Delirium, Demenza, etc.).
Pier Paolo Pani, in un articolo pubblicato sulla rivista Dal Fare al Dire, analizza l’epidemiologia della comorbilità, gli aspetti legati alla validità e attendibilità della Doppia Diagnosi, il problema della sintomatologia sottosoglia e la visione longitudinale del processo tossicomanigeno, individuando alcune importanti modifiche da apportare al DSM –V.
Secondo il DSM –IV-TR, all’interno dei disturbi da uso di sostanze, l’Abuso viene diagnosticato quando l’uso ripetuto porta a uno o più problemi sociali o professionali; la Dipendenza viene invece diagnosticata quando vengono soddisfatti tre o più criteri comprendenti diversi comportamenti correlati all’uso di sostanze, oltre alla tolleranza e all’astinenza.
Il sistema diagnostico del DSM è stato costruito con l’obiettivo di creare una convergenza tra i soggetti interessati per ragioni diverse alla definizione dei disturbi mentali (ricercatori, medici, compagnie di assicurazioni, decisori politici, etc.). Date le limitate informazioni sulla eziologia e sulla fisiopatologia, e data la presenza di concettualizzazioni differenti sulla natura dell’addiction, l’approccio adottato dagli estensori del DSM è stato un approccio ateoretico.
Per questo motivo, i criteri adottati dalla classificazione del DSM per la diagnosi dei disturbi da uso di sostanze sono espressi a un livello molto basso di inferenza, che include solo quei comportamenti che possono essere osservati oggettivamente.
L’evoluzione della nosografia del DSM riguardo ai disturbi da uso di sostanze ha certamente migliorato il livello di concordanza fra ricercatori e clinici sulle caratteristiche diagnostiche.
Tuttavia, in questo caso, come in altri disturbi esternalizzanti, l’aumento del consenso sembra essere stato ottenuto al costo di un eccessivo riduzionismo. A differenza di altre patologie, come le psicosi o i disturbi dell’umore, in cui la diagnosi richiede l’esplorazione dello stato di coscienza, dell’orientamento, della percezione, dell’ideazione, dell’umore e così via, nel caso dei Disturbi da uso di sostanze, una corretta diagnosi non richiede necessariamente l’effettuazione di un esame psichico.
Secondo la nosografia DSM, questi sintomi possono essere collocati accanto alla diagnosi principale in due diversi raggruppamenti diagnostici: quello dei disturbi indotti da sostanze e quello dei disturbi psichiatrici indipendenti, quest’ultimo da utilizzare quando la relazione causale con la dipendenza non è molto stretta. In entrambi i casi si parla di comorbilità.

DAL FARE AL DIRE
Supplemento al n. 1/2012
Periodico di informazione e confronto sulle patologie da dipendenza
A cura degli operatori dei servizi
La fabbrica delle malattie
L’addiction nel Sistema DSM
Pier Paolo Pani
pag. 3

La rivista è disponibile c/o Cesda

Alcol: per adolescenti francesi e' la 'droga' piu' comune

 

 

(AGI) - Parigi, 7 mag. - E' l'alcol la droga piu' comune tra i preadolescenti francesi. E' quanto sostiene un report internazionale realizzato dall'Observatoire francais des drogues et toxicomanies (OFDT). Oltre un terzo (34 per cento) degli studenti del primo anno delle superiori ha gia' sperimentato l'ebbrezza e la stragrande maggioranza ha bevuto almeno una volta. Questi dati confermano la precocita' di assunzione e la prevalenza dell'alcol tra i piu' giovani. L'indagine e' stata realizzata nel 2010 su 11.638 allievi tra gli 11 e i 15 anni d'eta'. Lo studio, riportato su L'Express, ha evidenziato anche che tra gli studenti di terza media (la quarta, in Francia) il 17,2 per cento ha sperimentato ebbrezza, mentre tra quelli di sesta classe (equivalente alla nostra prima media) il tasso e' del 6,8 per cento. Tra questi, sei studenti su 10 (59,3 per cento) hanno riferito di aver bevuto almeno una volta. In confronto, il tabacco incide sempre meno sui giovani rispetto all'alcol: solo il 12,7 per cento degli 11enni ha provato le sigarette almeno una volta e poco di piu' in prima superiore. Tra gli alunni di 15 anni, quasi uno su cinque (18,9%) ha riferito di fumare almeno una volta al giorno, cifra invariata rispetto allo studio gia' condotto nel 2006. Uno studente su dieci infine ammette di aver fatto uso di cannabis, generalmente a partire dall'ultimo anno delle medie.

«Nasi distrutti dalla cocaina? Raddoppiano ogni anno»

Si rischia uno stato di infiammazione cronica detta rinite crostosa, fino ad arrivare a perforazioni del setto nasale

Corriere della Sera - MILANO - Nasi deformati dalla cocaina: in passato un fenomeno riservato agli incalliti consumatori della ormai ex "droga dei ricchi", oggi «più che mai trasversale e diffuso, con il numero di pazienti che arrivano da noi per un intervento di ricostruzione che raddoppia ogni anno rispetto all'altro». A tracciare questo preoccupante quadro è Pietro Palma, presidente dell'European Academy of Facial Plastic Surgery, dirigente medico del Dipartimento di otorinolaringoiatria e chirurgia testa-collo dell'università dell'Insubria di Varese. «Sicuramente stiamo assistendo a un sensibile aumento di casi - dice l'esperto -. Solo noi quest'anno ne abbiamo trattati una ventina. Nel naso di chi consuma cocaina, fisiologicamente si crea una forte secchezza e una crostosità interna che spinge la persona a grattare e a rimuovere queste formazioni. Ma si tratta di croste molto aderenti ai tessuti interni e, quindi, rimuovendole con forza si creano delle lesioni ai tessuti».

 

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Torino: psicofarmaci a un adolescente su quattro

Circa il 25 per cento dei ragazzini torinesi di 13 anni ha assunto psicofarmaci almeno una volta nella vita, a casa oppure fuori con gli amici. È il primo dato di una ricerca in corso coordinata dal Dipartimento di salute pubblica dell’università di Torino. ”Finora” ha spiegato Roberta Siliquini, ordinario di Igiene, durante la presentazione del Rapporto Osservasalute 2011″ l’indagine è stata condotta su 600 studenti tredicenni delle scuole medie; l’obiettivo è intervistarne 2.000 entro l’autunno. Abbiamo rilevato che circa un quarto dei ragazzini ha assunto psicofarmaci almeno una volta. In alcuni casi i farmaci sono stati assunti fuori casa con amici, in altri casi sono invece stati i genitori a far assumere i farmaci ai ragazzi”. Una decisione, ha proseguito, ”non dettata però da motivazioni mediche ma solo dalla volontà di aiutare i figli a superare degli stati d’ansia”. Si tratta, ha commentato Siliquini, di un ”uso improprio e preoccupante degli psicofarmaci, principalmente per due ragioni: la prima è che somministrare a ragazzi psicofarmaci a dosaggio per adulti può portare ad effetti imprevedibili; la seconda è che, dal punto di vista educativo, è sbagliato indurre i giovani a pensare di poter risolvere i propri problemi o la propria ansia semplicemente basandosi su un aiuto esterno come può essere un farmaco”.
”Se fosse confermato, si tratterebbe di un dato estremamente preoccupante ed allarmante”. Così il presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Alberto Ugazio, commenta il dato preliminare dell’indagine. ”Gli psicofarmaci hanno, come tutti i farmaci, degli effetti collaterali e vanno utilizzati solo se ci sono delle indicazioni precise per patologie mentali. Se non ci sono delle indicazioni, il loro uso presenta dunque dei rischi”.

Tanto più nel caso di bambini e ragazzi: ”L’utilizzo di questi farmaci, nel caso dei bambini - avverte l’esperto - richiede sempre lo stretto controllo del medico e gli psicofarmaci devono essere prescritti da un neuropsichiatra infantile. In questo campo, l’automedicazione, o il fai da te, è quanto di meno auspicabile possa esserci per la salute dei nostri bambini”. Inoltre, prosegue Ugazio, ”l’ansia, per combattere la quale i genitori del campione avrebbero somministrato psicofarmaci ai ragazzi, è un sintomo che va valutato: se non indica una patologia, la terapia farmacologica non è assolutamente indicata”. Certamente, rileva il presidente Sip, ”il dato preliminare del 25% di tredicenni torinesi che ha assunto almeno una volta psicofarmaci, è un dato comunque elevatissimo. Dunque, o è inverosimile il risultato della ricerca in corso, oppure - conclude - siamo davanti ad una situazione davvero preoccupante”.

blog.panorama.it/hitechescienza/2012/04/24/psicofarmaci-a-un-adolescente-su-quattro/

Dipendenza dagli ansiolitici, gli interventi per disintossicarsi

La dipendenza dagli ansiolitici è legata al fatto che sia in Italia che nel mondo il consumo di questi farmaci è sempre più diffuso. In particolare ci si riferisce all’uso delle benzodiazepine, che sono delle sostanze in grado di alterare l’attività motoria e mentale del paziente. Queste sostanze riescono a provocare assuefazione, dipendenza e crisi di astinenza. Il loro consumo dovrebbe essere limitato, ma vengono sempre più prescritti, tanto da arrivare ad un vero e proprio problema di salute pubblica. Ma come uscire dal meccanismo di assuefazione e dipendenza che questi tranquillanti determinano?
 

Gli interventi per disintossicarsi

Gli interventi per disintossicarsi dalla dipendenza dagli ansiolitici comportano il riuscire ad entrare all’interno dei meccanismi che hanno portato all’uso e all’abuso dei tranquillanti. Il tutto consiste nel riuscire a cogliere fino in fondo le motivazioni che stanno alla base del problema. Ad esempio la causa si può rintracciare in una leggera sensazione di depressione, in una situazione di ansia o nell’insonnia che il paziente non è riuscito a gestire e per questo ha dovuto ricorrere ai farmaci, di cui poi ha perso il controllo.

In questo caso allora si deve tentare di arrivare ad una disassuefazione basata sullo scalare gradualmente il farmaco, magari facendo assumere al paziente dei medicinali specifici contro i sintomi dell’astinenza. Il tutto può essere condotto anche sulla base di un intervento domiciliare. In altri casi invece si ricorre al ricovero e alla terapia specifica condotta anche con fleboclisi.

Si va avanti scalando le benzodiazepine e sostituendole con altri farmaci GABA-Antagonisti. Si possono usare anche dei farmaci che servono a controllare le conseguenze della crisi di astinenza oppure degli antidepressivi, che hanno la funzione di aiutare il paziente a superare la depressione che può sopravvenire in seguito alla perdita dell’oggetto da cui aveva una dipendenza.

continua su www.tantasalute.it/articolo/dipendenza-dagli-ansiolitici-gli-interventi-per-disintossicarsi/38585/

C'è chi prega per noi

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Il Centro Culturale Lepanto ha dato inizio 'alla Crociata del Rosario per la conversione dei cuori e delle menti dei leader dei gruppi di pressione antiproibizionisti affinche' si ravvedano e riconsiderino le loro istanze'. Il Centro Culturale Lepanto ha dato inizio 'alla Crociata del Rosario perche' la Madonna aiuti i piu' deboli, come gli ammalati ed i minori, che meritano medicinali di comprovata efficacia e sicurezza e non la cannabis, e per la conversione dei cuori e delle menti dei leader dei gruppi di pressione antiproibizionisti affinche' si ravvedano e riconsiderino le loro istanze'. Lo annuncia, in un comunicato, Fabio Bernabei, presidente Centro Culturale Lepanto.
'Amici, sostenitori e simpatizzanti del Centro Culturale Lepanto, per tutto il mese di maggio - informa una nota - si alterneranno con un santo Rosario ogni giorno all'altare privilegiato della Madonna del Miracolo presso il Santuario Basilica di Sant'Andrea delle Fratte a Roma'.
'La medicalizzazione della cannabis/marijuana sembra far parte di una accorta strategia elaborata da anni da movimenti e partiti politici con intenti massimalisti. Con il manuale del 1995 "I radicali e le droghe. Basta con il Proibizionismo" il Partito Radicale, infatti, propagandava tre diverse strategie per arrivare alla legalizzazione tra cui proprio il 'modello medico' che e' 'certamente il meno rivoluzionario, quello che si allontana di meno dal regime attuale' - ma la medicalizzazione rimpiazza la penalizzazione e, - sempre secondo i radicali,- 'ha il merito di essere rassicurante per l'opinione pubblica'. Preghiamo perche' la sensibilita' di istituzioni e opinione pubblica non venga invece anestetizzata e sia al piu' presto ristabilito il ruolo della vera scienza e del diritto internazionale sulle droghe', conclude Bernabei.
 
da FUORILUOGO
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