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Novità

Il Consiglio Superiore di Sanità dice no alla vendita della cannabis light

 repubblica.it www.repubblica.it/cronaca/

Il Css raccomanda "che siano attivate, nell'interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione" le misure per bloccare gli spinelli leggeri. "Non si può escludere la pericolosità del Thc anche a basse concentrazioni in alcuni soggetti".

ROMA - Il Consiglio Superiore di Sanità (Css) ha detto no alla vendita di cannabis light per un principio di precauzione e di tutela di consumatori inconsapevoli. In pratica, la posizione del Css è che gli effetti del Thc anche a bassa concentrazione su alcuni soggetti come anziani, madri in allattamento o persone con patologie particolari siano ancora poco studiati. Dopo il parere del Css adesso la decisione di vietare la vendita spetta al Ministero.

In un parere richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute l'organo consultivo raccomanda "che siano attivate, nell'interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti". Un parere che avrà effetti su un mercato in pieno boom, visto che la cannabis light ha fattoaprire centinaia di punti vendita in tutta Italia.

Il Css ha risposto a due quesiti: se questi prodotti siano da considerarsi pericolosi per la salute umana e se possano essere messi in commercio, ed eventualmente a quali condizioni. Riguardo alla prima domanda, il Consiglio "ritiene che la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di 'cannabis' o 'cannabis light' o 'cannabis leggera', non può essere esclusa".

In particolare, l'organo consultivo ritiene che: "La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni (sono di 0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, ndr) non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine".

Il Css sottolinea che degli effetti di tali sostanze su alcuni soggetti si sappia ancora troppo poco perché "non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l'assunzione inconsapevolmente percepita come 'sicura' e 'priva di effetti collaterali' si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)".

Quanto al secondo quesito posto dal segretariato generale del ministero della Salute, il Css ritiene che "tra le finalità della coltivazione della canapa industriale" previste dalla legge 242/2016 - quella che ha 'aperto' al commercio, oggi fiorente, della cannabis light - "non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di 'cannabis' o 'cannabis light' o 'cannabis leggera', in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di Thc, pone certamente motivo di preoccupazione".

Sulla base delle opinioni espresse dal Css il ministero della Salute ha anche richiesto un parere all'Avvocatura dello Stato, che non sarebbe ancora arrivato.

E sulla vicenda si apre subito la polemica. Se per il farmacologo Silvio Garattini, direttore scientifico dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, "la cannabis light è droga a tutti gli effetti e bisogna togliere dalla testa della gente termine leggera. I  potenziali rischi per la salute esistono soprattutto per i giovani. Realizzare questi cannabis shop ha dato l'impressione che questa sostanza possa essere assimilata a un alimento - aggiunge - ci sono i controlli, ma si possono pur sempre eludere e si rischia che diventi un modo per acquistare cannabis anche per scopi da quelli per cui i negozianti dicono di venderla".
Di diverso parere  Benedetto Della Vedova, presidente di Forza Europa e promotore nella scorsa legislatura della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis: "Immagino che Salvini si butterà a pesce sul parere del Consiglio Superiore di Sanità e farà chiudere negozi e coltivazioni: finirà che avremo un mercato nero e criminale anche per la cannabis light". Mentre il Canada legalizza la marijuana per sottrarre profitti alle mafie e contrastarne l'uso da parte dei minori, temo che la direzione di marcia di questo governo sarà la proibizione, nonostante nella passata legislatura ci sia stata l'adesione quasi totale dei gruppi del M5S alla proposta di legge Cannabis Legale".

In Italia nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte i terreni coltivati a cannabis sativa, dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 stimati per il 2018 nelle campagne. Lo segnala Coldiretti. "Ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa, dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli V.G. Sicilia e Sardegna con il moltiplicarsi di esperienze innovative". Per la coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) si stima un giro d'affari potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro alimentato - ricorda Coldiretti - dall'approvazione della legge numero 242 del 2 dicembre 2016 recante "Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa" che ha disciplinato il settore. Con la nuova norma non è, infatti, più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di Thc al massimo dello 0,2%, fatto salvo l'obbligo di conservare per almeno dodici mesi i cartellini delle sementi utilizzate.
Secondo la norma approvata la percentuale di Thc nelle piante analizzate può inoltre oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l'agricoltore. "Al momento risulta consentita - precisa la Coldiretti - solo la coltivazione delle varietà ammesse, l'uso industriale della biomassa, nonchè la produzione per scopo ornamentale, mentre per la destinazione alimentare possono essere commercializzati oltre ai semi anche le altre componenti vegetali nel rispetto della disciplina di settore. 

Un precedente parere dell'istituto Superiore di Sanità (12/12/07 n. 18652) aveva formulato precise indicazioni sulle quantità massime ammissibili di THC per alcune categorie di alimenti prendendo a riferimento il valore medio di 1,5 mcg/Kg di peso corporeo-die al giorno come quantità tollerabile di assunzione giornaliera e se si considera un individuo di 68 Kg/peso di riferimento la quantità massima di assunzione giornaliera corrisponde a 102 mcg. Per quanto riguarda il divieto di utilizzo di foglie e fiori di canapa per scopo alimentare Coldiretti esprime, tuttavia, l'esigenza che sia fatta chiarezza sulla posizione dell'amministrazione tenuto conto dei chiarimenti contenuti nella recente circolare del 22 maggio 2018 del Ministero delle Politiche Agricole che, diversamente, ammette nell'ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo l'utilizzo delle stesse infiorescenze. Le ragioni di chiarezza sono d'altra parte imposte dal richiamato successo che i prodotti a base di canapa hanno sul mercato europeo e molti Stati tra cui la Germania hanno già legiferato in modo dettagliato fissando il limite di sicurezza per il THC negli alimenti sicchè in base alla libera circolazione sarebbe penalizzante per gli operatori nazionali veder circolare prodotti ottenuti in altri paesi mentre in Italia valgono norme più restrittive".

La canapa è una coltivazione che fino agli anni '40 era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese con quasi 100mila ettari era il secondo maggior produttore al mondo (dietro soltanto all'Unione Sovietica). Il declino - continua la Coldiretti - è arrivato per la progressiva industrializzazione e l'avvento del "boom economico" che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta. ll Governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata "Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti" (seguita da quelle del 1971 e del 1988), in cui - conclude la Coldiretti - la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni dalla sua entrata in vigore mentre nel 1975 esce la "legge Cossiga" contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa scompaiono.

 

La marijuana light ora è davvero legale: produzione e commercio riconosciuti dal Governo

REPUBBLICA www.repubblica.it/cronaca/2018/05/23/news/erba_light_legale-197194816/

 Il ministero dell'Agricoltura con una circolare precisa le regole del mercato delle infiorescenze. E chi è nel business festeggia

 

   di GIACOMO TALIGNAN. DOPO un anno dal lancio della cannabis light questa è la nostra grande vittoria. Adesso tutti i lavoratori e i coltivatori potranno festeggiare: la produzione e il  commercio delle infiorescenze è stato finalmente riconosciuto anche dal ministero". Festeggia Luca Marola, ideatore e fondatore di Easy Joint, fra i primi esempi di cannabis light - la marijuana "legale" in commercio con un limite di Thc inferiore allo 0,2% - che nell'ultimo anno ha rivoluzionato il mercato. 

 

  La notizia arriva direttamente dal ministero dell'Agricoltura, il Mipaaf, che con una circolare - dopo un anno di richieste incessanti da parte dei coltivatori e i lavoratori dell'indotto - si è espressa sulle regole della legge in vigore dal gennaio 2017: produrre e vendere l'erba legale è possibile, senza più dubbi per le migliaia di italiani che negli ultimi mesi hanno investito in questo business con non poche incertezze.

 

  LEGGI ANCHE IL BOOM DELLA MARIJUANA LEGALE 

 

  "La coltivazione della canapa - si legge nella circolare ministeriale - è consentita senza necessità di autorizzazione, che viene richiesta invece se la pianta ha un tasso THC di oltre lo 0,2% come previsto da regolamento europeo. Qualora la percentuale risulti superiore ma entro il limite dello 0,6% l'agricoltore non ha alcuna responsabilità; in caso venga accertato un tasso superiore allo  0,6% l'autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa". 

 

  L'ultimo paragrafo della circolare ribadisce inoltre alcuni punti su cui produttori e coltivatori spingono da tempo: impedisce ad esempio le importazioni che non rientrano nel catalogo europeo, mettendo un freno dunque a ibridi, incroci ed erbe svizzere.  Inoltre, ricorda Marola, "per la prima volta la parola infiorescenze viene inserita in un testo di diritto, riconoscendone così il valore. Adesso tutti i soggetti che hanno investito in questo business sanno di agire legalmente, senza più ombre. E' un passo importantissimo. Il prossimo? Riprendere in mano la lotta antiproibizionista". A raccontare il perché della circolare Mipaaf è poi lo stesso vice ministro Andrea Olivero: "Si tratta di un provvedimento necessario per chiarire i possibili usi della canapa coltivata nell'ambito del florovivaismo in modo da attuare pienamente una buona legge e precisarne il suo campo di applicazione. In questo modo agevoliamo anche l'attività di controllo e repressione da parte degli organi preposti".  La circolare individua inoltre regole precise e paletti da rispettare per i vari  settori produttivi dove la cannabis può essere impiegata, ovvero quelli che vanno dall'alimentazione alla cosmesi, dall'industria e artigianato al settore energetico e alle attività didattiche e di ricerca industriale. 

 

  I DATI DEL SETTORE

 

  Quello della  "New Canapa Economy" è un settore che nell'ultimo anno ha avuto un boom enorme: si è passati dai 400 ettari di terreno coltivati del 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Per la Coldiretti "sono centinaia le nuove aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa" in tutti i campi. Il giro d'affari della "marijuana legale"  ha un potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro.

 

  Nel primo anno dal lancio attività come Easy Joint che presentarono l'erba "con CBD ma poco THC" lo scorso anno alla fiera di Bologna (di cui l'ultima edizione si è appena conclusa), hanno fatturato "circa 2 milioni di euro" dice il suo ideatore.

 

 

Cala il gioco d'azzardo tra i giovani ma è boom tra gli adulti

 

LUDOPATIA, SLOT MACHINE © EPA


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Cala il gioco d'azzardo tra i giovani mentre si registra un vero boom tra gli adulti: nel 2017 i giocatori-studenti nella fascia 15-19 anni sono diminuiti di 400mila unità rispetto al 2014, quando i giovani scommettitori raggiungevano la quota di 1.4 milioni. Complessivamente, nel 2017 hanno giocato almeno una volta 17 milioni di italiani (di cui 1 mln studenti) contro i 10 mln del 2014. Al Sud crescono, però, gli studenti-giocatori 'problematici', ovvero a rischio di gioco patologico.

Lo rivela uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa.

Secondo i due nuovi studi Espad e Ipsad dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) - dedicati rispettivamente alla diffusione del gioco d'azzardo tra gli studenti delle scuole superiori (15-19 anni) e tra la popolazione generale adulta comprensiva anche di quella più giovane (15-64 anni) - aumentano dunque i giocatori adulti mentre diminuiscono tra gli studenti. Nel corso del 2017 oltre 17 milioni di italiani hanno giocato d'azzardo almeno una volta (42,8%), nel 2014 erano 10 milioni (27,9%) e fra questi oltre un milione di studenti ha giocato almeno una volta (36.9%), nel 2014 erano 1,4 milioni (47,1%). "Aumentano tra gli adulti anche i giocatori 'problematici', ovvero a rischio di gioco patologico - afferma Sabrina Molinaro dell'Ifc-Cnr - passando negli ultimi 10 anni, dai 100.000 stimati nel 2007 (0,6%) ai 400.000 stimati nel 2017 (2,4%). Di contro i giocatori 'problematici' diminuiscono tra gli studenti passando dall'8,7% del 2009 ai 7,1% del 2017. In particolare la quota di giovani giocatori con profilo di gioco 'problematico' fa registrare una diminuzione o un assestamento nelle regioni del Nord e del Centro Italia, mentre nella macro-area Sud e isole si rilevano incrementi in Sicilia, Basilicata, Calabria, Molise e Abruzzo". Sembrano più a rischio di sviluppare problematicità al gioco coloro che sono in cerca di prima occupazione (19,2%) e gli studenti (14,1%). Il 10,8% degli studenti ignora che nel nostro Paese è illegale giocare per gli 'under 18' e si stima che 580.000 (33,6%) studenti minorenni abbiano giocato d'azzardo nel corso dell'anno. La facilità di accesso ai luoghi di gioco da parte degli 'under 18' è confermata dal dato che solo il 27,1% riferisce di aver avuto problemi a giocare d'azzardo in luoghi pubblici perché minorenne. Il 75% degli studenti spende in giochi d'azzardo meno di 10 euro al mese e il 6,3% spende più di 50 euro al mese, quota che tra gli studenti con un profilo problematico sale al 22,1%. 

Il mercato dei farmaci clandestini

 Teneva i cerotti di Fentanyl sotto la lingua. È andato in overdose. L’ha salvato un’ambulanza. La segnalazione arriva dalla Toscana, risale a qualche mese fa ed è circolata solo tra pochi specialisti di tossicodipendenze. Prima overdose in Italia per abuso di farmaci antidolorifici a base oppioide. Un segnale. Come quelli che arrivano dalla rete, in particolare dai profili social (riservati) di adolescenti che acquistano online sciroppi alla codeina, tramadolo, OxyContin. I medici parlano di «uso non terapeutico di sostanze psicoattive». Ed è la prospettiva chiave per interpretare il futuro del consumo di stupefacenti. A partire da un riferimento internazionale: oggi gli Stati Uniti stanno affrontando la più devastante epidemia di eroina nella storia del mondo occidentale. Quali sono i rischi che in Italia si arrivi a un’evoluzione analoga, con un ritorno di massa dell’eroina? In Nord America, una politica commerciale molto aggressiva delle case farmaceutiche ha saturato il mercato di antidolorifici oppioidi; s’è creata così in pochi anni una base di dipendenza diffusa da farmaci con la stessa molecola della morfina; a quel punto, i narcos messicani hanno fiutato l’«opportunità di mercato» e inondato le strade di eroina. 

In Italia l’ultimo ventennio è stato dominato dalla cocaina. L’eroina però non è mai scomparsa, soprattutto in Emilia, Toscana, Campania. I fattori di rischio dunque sono due, soprattutto per i consumatori più giovani. Primo: le nuove generazioni non hanno memoria storica, sono senza anticorpi, perché non ricordano la strage di ragazzi coi corpi distrutti dalle spade che si bucavano e morivano nei parchi delle città. Sono una generazione «vergine» di potenziali nuovi «clienti». È quel che si vede al «boschetto» di Rogoredo, la più grossa piazza di spaccio del Nord Italia, alle porte di Milano: in fila per comprare eroina, i minorenni si mescolano ai vecchi tossici che hanno più di 40 anni.
E poi c’è il rischio della «deriva americana», il secondo fattore che può rilanciare la diffusione dell’eroina: rispetto agli Stati Uniti, la circolazione dei farmaci in Europa è più controllata, ma il mercato clandestino è in fortissima espansione. Un anno fa i carabinieri di San Donato hanno arrestato due iracheni che vendevano OxyContin fuori dalle scuole di Segrate e Peschiera (hinterland milanese). Poco dopo, anche i poliziotti di Milano hanno fermato due spacciatori egiziani di farmaci oppioidi. Ai ragazzini, drogarsi con le medicine sembra più «pulito». «L’abuso di questi farmaci – spiegano gli esperti – finora è stato sottovalutato. Rischiamo di svegliarci di colpo e scoprire una crisi già avanzata».
Gianni Santucci, La Lettura 8 aprile 2018

Contenuto Redazionale Al via in Italia la Web Survey europea sull’uso di droghe: partecipa e contribuisci alla ricerca!

 Uno strumento semplice e innovativo per raccogliere informazioni su come si stanno modificando i pattern di uso delle sostanze psicoattive in Europa.

Quanto spesso se ne fa uso, in che modo e quanto?

Sono queste le domande a cui vuole dare risposta il progetto European Web-Survey on Drugs un’iniziativa dell’osservatorio europeo delle droghe (EMCDDA goo.gl/rTeJgg) alla quale l’Italia partecipa insieme ad altri paesi tra cui Austria, Belgio, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Regno Unito.

Chiunque abbia compiuto 18 anni e fatto uso di droghe negli ultimi 12 mesi, anche solo occasionalmente, può contribuire alla ricerca partecipando a questa partita in cui la conoscenza gioca un ruolo fondamentale.

Per partecipare basta collegarsi al link http://bit.ly/2DuV4uF e dedicare qualche minuto alla compilazione del questionario. Le risposte al questionario sono completamente anonime e non verrà raccolto alcun dato che potrebbe permettere di identificare i partecipanti. Le informazioni raccolte saranno utilizzate per i soli scopi di ricerca.

L’obiettivo è quello di stimare le dimensioni reali del mercato e di poter dipingere un quadro più dettagliato dell’uso di sostanze psicoattive in Europa, che può auspicabilmente essere utilizzato per contribuire alle future politiche europee in materia di droga.

Se hai compiuto 18 anni e negli ultimi 12 mesi hai fatto uso di droghe droghe (cannabis, cocaina, ecstasy, anfetamine e metamfetamine o qualsiasi nuova sostanza psicoattiva "NPS"), anche se solo una o due volte, il tuo contributo può essere di grande aiuto. 

Il KRATOM è troppo potente e “infetto”.

 Il Kratom è una preparazione vegetale legale (foglie) utilizzata per secoli per vari usi medici oltre che per il trattamento dell’astinenza da oppiacei ed è disponibile tramite Internet. Esso deriva dalla Mitragyna speciosa Korth, un albero del sud-est asiatico, ed ha insolite doppie proprietà sia di stimolazione che di analgesia.

Dalle foglie della M. speciosa Korth si possono estrarre più di 25 alcaloidi che variano nella loro composizione specifica a seconda della localizzazione geografica, della zona di crescita, della pianta. La mitraginina (strutturalmente simile alla yohimbina) è il più abbondante di questi alcaloidi e si ritiene che sia primariamente responsabile degli effetti simil-oppioidi del kratom, attraverso l’azione sui recettori mu e delta del sistema oppioide endogeno. Tuttavia, la mitraginina è strutturalmente diversa dagli oppiacei come la morfina o la codeina.
Gli studi sugli animali suggeriscono che la mitraginina può stimolare i recettori alfa-2 adrenergici post-sinaptici e /o bloccare la stimolazione dei recettori 5-HT2A serotoninergici.

La mitraginina è di circa 13 volte più potente della morfina, mentre la 7-idrossimitraginina (un componente minore di M. speciosa Korth) è quattro volte più potente della stessa mitraginina
Gli utilizzatori di Kratom segnalano come principali benefici, auto-percepiti, del loro consumo:
• aiuta a lavorare di più
• rende più attivi
• aumenta il desiderio sessuale (come afrodisiaco)
• aumenta l’appetito.
Gli effetti sono comunque dose-dipendenti: a basse dosi, il Kratom produce un effetto stimolante, a dosi più elevate, predomina l’effetto oppioide.
È commercializzato in molte forme, tra cui foglie, pillole, capsule, polvere e tè.

Attualmente la Food and Drug Administration (FDA) sta indagando su un’epidemia di infezioni da Salmonella presumibilmente causata da prodotti che contengono kratom.
28 persone di età compresa tra 6 e 67 anni in 20 Stati sono risultate infette e 11 persone che sono state ricoverate in ospedale. Non è stato segnalato alcun decesso. .
La maggior parte delle persone infette da Salmonella sviluppa la salmonellosi con diarrea, febbre e crampi addominali.
La malattia di solito dura da 4 a 7 giorni e la maggior parte delle persone guarisce senza trattamento. Tuttavia, nell’attuale epidemia, un numero insolitamente elevato di casi è stato ricoverato in ospedale per la loro malattia.

L’attenzione verso il kratom non è solo per la salmonellosi.

l'articolo continua su insostanza.it http://www.insostanza.it/kratom-salmonella-7-idrossimitraginina/

Vaccino anti-Eroina: al via la sperimentazione sull'uomo.

Un vaccino in grado di prevenire l'overdose da eroina sarà presto testato sull'uomo. La sperimentazione già effettuata su modelli animali ha dato risultati positivi, dimostrando che il vaccino è sicuro ed efficace. Oltre a evitare la morte in caso di dosi a rischio, il preparato servirebbe anche a eliminare le ricadute dei tossicodipendenti nella droga.

L'importante pietra miliare nella progettazione di un vaccino anti-eroina è stata posta dagli scienziati dello Scripps Research Institute, in California, che hanno portato avanti finora significativi esperimenti in materia. Secondo il National Institute on Drug Abuse, 15.446 americani sono morti per overdose di eroina tra il 2000 e il 2016, e i tassi di mortalità sono in aumento. La prima formulazione del vaccino contro l'eroina è stata sviluppata nel 2013 e agisce istruendo gli anticorpi del sistema immunitario su come attaccare le molecole di eroina, impedendo al farmaco di raggiungere il cervello. La molecola dell'eroina non attiva in modo naturale una risposta anticorpale, quindi i ricercatori hanno cercato il modo di collegarla a una proteina trasportatrice (carrier) che avverte il sistema immunitario di iniziare a produrre anticorpi. I loro esperimenti sui topi hanno dimostrato che la migliore formulazione del vaccino conteneva una proteina trasportatrice chiamata tossoide tetanico e l'allume come adiuvante. I risultati, pubblicati sulla rivista Molecular Pharmaceutics, mostrano come la nuova formulazione sia sicura ed efficace nei modelli animali, stabile per trasporto e stoccaggio e dipendente da un adiuvante, l'allume, già approvato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti. E dunque pronta a sperimentazioni cliniche sugli uomini. Fonte: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/vaccino-anti-eroina-presto-sull-uomo-i-test-anti-overdose-sui-topi-funzionano_3123482-201802a.shtml

Tutte le droghe al fronte

Lukasz Kamienski, Shooting Up, storia dell’uso militare delle droghe,Utet, Milano, pagg. 556. Articolo pubblicto da IlSole24Ore 2018 

 La storia dei conflitti armati è intrinsecamente legata alle sostanze psicotrope. Ad esempio testimonianze sul fungo Amanita muscaria ne fanno risalire l’uso addirittura al paleolitico sahariano, ma pare fosse largamente usato da molte tribù siberiane e dai famigerati berserker vichinghi in cui avrebbe indotto uno stato di frenesia tale da renderli feroci e imbattibili sul campo di battaglia. 

Droghe tradizionali come le foglie di coca hanno segnato la storia degli eserciti di Perù e Bolivia perché ne aumentavano la resistenza alla fatica durante le spossanti marce in alta quota: pare che nel 1873 un soldato sia riuscito a percorrere addirittura 2.200 chilometri in soli 20 giorni. Ma per un uso di massa di oppio e morfina bisogna attendere la rivoluzione americana del 1775 e la successiva guerra civile del 1861. 
Lo sviluppo di armi moderne, con i nuovi proiettili per i fucili ad avancarica, e una chirurgia di guerra che non era ancora in grado di debellare le infezioni obbligavano a continue amputazioni: oppio e morfina erano gli unici rimedi per attenuare il dolore, anche se ovviamente producevano dipendenza. Nel 1865 quasi 400mila reduci erano schiavi della morfina, a dimostrazione del fatto che un conflitto aveva prodotto un’epidemia di massa di tossicodipendenza. 
La cosiddetta «malattia del soldato» diventa psicosi durante la Prima guerra Mondiale, visto che la presenza della cocaina in Gran Bretagna fu ampiamente esagerata e sovrastimata. È pur vero che veniva distribuita nel rum per stimolare le truppe al fronte sottoposte alla durissima vita di trincea, ma a ingigantirne il pericolo era stata soprattutto l’idea di un complotto internazionale, cavalcato dai media, che aveva spinto il governo a emanare severe norme di controllo. 
Nella Seconda guerra mondiale, dove fa irruzione la temutissima strategia nazista del Blitzkrieg, o guerra lampo, le esigenze sono altre: serve una “pillola d’assalto” che aumenti l’efficienza delle truppe corazzate e soprattutto la velocità in battaglia. La risposta è il Pervitin, un’anfetamina talmente diffusa che nel solo 1939 ne vengono inviate al fronte 29 milioni di compresse. La benzedrina secondo molti storici militari è la chiave di successo della battaglia di el Alamein, con la distribuzione di 72 milioni di pillole, quando le divisioni di Rommel vengono sconfitte nel deserto e si cambiano le sorti del conflitto anche in Europa. 
La distribuzione di anfetamine raggiunge dimensioni record nel teatro del Pacifico quando gli Usa hanno a che fare con la caparbietà delle forze giapponesi che sembrano votate al sacrificio pur di non essere sconfitte. Non ci sono solo i piloti kamikaze, molti dei quali peraltro non erano neanche volontari, ma la resistenza di truppe educate da secoli di Bushido, dove perdere in battaglia conservando la vita era considerata una forma di disonore. Questo incontro con la cultura asiatica assume aspetti paradossali in Vietnam, con quella che verrà chiamata la guerra psichedelica. 
In patria la contestazione giovanile spingerà gli hippy a godersi la vita, il sesso, le droghe e il rock’n’roll. In Indocina gli americani mandati al fronte hanno un’età media di 19 anni e combattono in un paese dove un sacchetto di marijuana, un grammo di eroina o di morfina costano meno di una birra. La concentrazione di Thc nell’erba locale è cinque volte superiore a quella disponibile in patria. L’elevata asimmetria del conflitto e le terribili condizioni che si trovano nella jungla trasformano il fronte in un incubo con cui è difficile avere a che fare. Malaria, zecche, sanguisughe, serpenti. La noia impera sovrana, spesso per giorni, prima di incappare improvvisamente in un’imboscata o in una trappola vietcong irta di pali scavata sul terreno. Nel 1973, anno del ritiro, il 70% dei coscritti assumeva abitualmente stupefacenti. Con il rientro in patria scoppia il problema dei reduci: da 400mila a 1,5 milioni di giovani veterani soffrono del disturbo da stress post-traumatico. Storicamente è la fine di un’era da cui gli Usa faticheranno ad uscirne.

EROINA. Approfondimento.

Il meccanismo della dipendenza Tra i disturbi da uso di sostanze la dipendenza da eroina, come le altre forme di addiction, comporta uno stato di tolleranza e una sindrome d’astinenza alla sospensione, con estrema facilità alle ricadute connesse con le alterazioni neuroormonali indotte dalla protratta assunzione degli oppiacei. L’eroina presenta, come è noto, la capacità di instaurare quelle forme d’apprendimento associativo abnorme tipiche delle sostanze psicoattive utilizzate come droghe (Di Chiara et al., 1999), e tali da mantenere livelli craving e compulsione difficili ad estinguersi. Il ruolo più importante nell'effetto di rinforzo coinvolge macro strutture cerebrali quali l’amigdala e il nucleo accumbens. I neurotrasmettitori chiave del meccanismo del rinforzo sono la dopamina, i peptidi oppioidi, la serotonina, il GABA, il glutammato, i cannabinoidi e la norepinefrina (Koob, 2000; Comings and Blum, 2000), tutti coinvolti, più o meno direttamente, dall’azione della diacetil-morfina sul sistema nervoso centrale. Anche per l’eroina il problema della vulnerabilità condiziona strettamente l’instaurarsi della dipendenza, poiché alcuni individui si presentano al primo contatto con gli oppiacei con specifiche alterazioni del sistema dopaminergico e del sistema oppioide (Szeto et al 2001 : De Vries et al., 2002), tali da renderli più a rischio per l’instaurarsi del comportamento addittivo. L'uso cronico dell’eroina produce una diminuzione del numero e della sensibilità dei recettori oppioidi e riduce l'attivazione della proteina G in varie aree cerebrali. Tale complesso proteico costituirebbe l’apparato che consente di trasferire al neurone gli effetti “operativi” dello stimolo sui recettori oppioidi (Liu and Anand, 2001). Questo deficit, o disaccopiamento (uncoupling) della proteina G rispetto ai recettori dei peptidi oppioidi endogeni, insieme con una iperattivazione dell'AMP-ciclico potrebbe spiegare il meccanismo della tolleranza per gli oppiacei (Maher et al., 2001), al contrario, altri studi (Meana et al., 2000) mostrano un apparente normalità dell'attività funzionale dei recettori mu-oppioidi del cervello (Gi/Go-protein coupling) durante il processo di dipendenza da oppiodi nei soggetti umani ma indicano un uncoupling funzionale degli alfa-2 adrenorecettori dalle proteine G, che indica una desensibilizzazione eterologa di questi recettori. Si tratterebbe di un meccanismo adattivo attraverso il decremento dell'attività noradrenergica indotta dalla presenza cronica di oppiacei. La tolleranza per gli oppiacei sarebbe connessa in particolare all'attività dei neuroni ippocampali, essendo capaci i morfinici di abbassare la soglia di eccitazione neuronale attraverso un'azione sui canali calcio-dipendenti (Bushell et al., 2002). L’astinenza da eroina presenta una componente “fisica” che a sua volta si può scomporre in una perdita di controllo sul tono delle catecolamine, con sintomi riconducibili al sistema simpatico, e in un’alterazione della soglia del dolore, connessa alla disfunzione del sistema oppioide endogeno. Negli studi condotti sugli animali da esperimento la norepinefrina è stata individuata come responsabile di una parte consistente del fenomeno dell'astinenza da oppiacei, in particolare a livello del locus coeruleus e le sue aree di proiezione, dove la mancanza di sostanze oppiacee che bloccano il release delle catecolamine produrrebbe astinenza (Rasmussen, 1995). L’astinenza fisica da oppiacei inoltre appare coinvolgere i recettori NMDA con una iper-algesia associata alla attivazione recettoriale (Bespalov et al., 2001, Celerier et al., 2001). La componente “psichica” dell’astinenza da eroina comprende sintomi di carattere affettivo, disforia, senso di fatica, irritabilità e negativismo, aspetti questi che potrebbero essere ricondotti a un incremento notevole del CRH, e a una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, simile a quanto osservato cronicamente nei disturbi del tono dell’umore (Sarnyai et al., 2001). E’ proprio questa sintomatologia disforica la più difficile da trattare e la più resistente alle terapie farmacologiche di disassuefazione (Funada et al., 2001). Effetti dell’eroina sugli ormoni L’eroina stimola il release di dopamina nel corso della somministrazione acuta, mentre il desiderio per la sostanza sarebbe collegato a una diminuzione della dopamina stessa nel "guscio" dell'accumbens (Gerrits et al., 2002). L’assunzione cronica di oppiacei provoca anche una modesta diminuzione nell'attività serotonergica (Kish et al., 2001). Uno degli effetti a breve termine indotto dall’eroina comporta la diminuzione del release di norepinefrina ed epinefrina, ma l’impiego prolungato della sostanza induce una rapida abitudine con normalizzazione della secrezione di catecolamine (Macedo et al., 1995). La modificazione della trasmissione glutamatergica con il coinvolgimento dei recettori NMDA fa parte dell’azione dell’eroina (Bisaga et al., 2001), provocando una iperalgesia al momento della sospensione degli oppioidi. Non è escluso che il sistema GABAergico sia coinvolto nel release della dopamina indotto dalla eroina: infatti gli agonisti GABA B sembrano capaci di interferire sulla capacità di rinforzo dei morfinici (Cousins et al., 2002). Un insieme di evidenze sempre crescente nel campo farmacologico e neuroendocrino delinea oggi gli elementi essenziali attraverso i quali le sostanze psicoattive che possono indurre dipendenza e abuso agiscono sul cervello, e quindi sul comportamento. Una fitta rete di interazioni tra azione del farmaco sui recettori di specifiche sostanze endogene, neurotrasmettitori e neuromodulatori, reazioni “a catena” tra gli elementi del biochimismo cerebrale, e delicati equilibri nei cambiamenti della sensibilità recettoriale, rendono ragione delle impegnative interferenze di questi farmaci sulla sfera psichica, sull’assetto relazionale e sul pattern comportamentale. Ad aprire prospettive ancora più variegate ed estese nel coinvolgimento dell’intero organismo contribuiscono inoltre il sistema endocrino nel suo complesso e il sistema immunitario che, in modo coerente e coordinato interagiscono con il cervello e risentono, sia in modo diretto che attraverso il sistema nervoso centrale, dell’azione delle droghe. Se l’incremento delle conoscenze nell’ambito neuroendocrino e immunologico consente sempre maggiori interpretazioni, sia sugli effetti delle sostanze, sui meccanismi di dipendenza, che sui possibili tentativi di automedicazione con i farmaci d’abuso, la vastità delle aree da investigare è così ampia, e la complessità del cervello così elevata, da non permettere altro che intuizioni, spesso isolate e contrastanti. Anche la presente raccolta di risultati sperimentali, di conseguenza, non ha la pretesa di trasmettere certezze in merito alle relazioni tra droghe e sistema neuroendocrino, ma piuttosto si pone come tentativo di far cogliere quanto ancora resta da chiarire e da esplorare. Oppioidi, neurotrasmettitori e peptidi. Le relazioni tra gli oppioidi esogeni e le funzioni dei neurotrasmettori e dei neuromodulatori sono molto complesse, e agite, come è noto, attraverso diverse tipologie recettoriali (Sbrenna et al., 2000; 1999): l’esposizione dei recettori oppioidi alla assunzione di oppiacei produce, come ci si può aspettare, tolleranza, che è selettiva per i vari recettori: i morfinici, ad esempio, inducono la tolleranza a livello dei mu recettori, e tolleranza crociata rispetto agli altri mu-agonisti, ma tale tolleranza è selettiva e non coinvolge i recettori kappa (Picker et al., 1991). I livelli di ß-endorfine sono incrementati significativamente dall’antagonista degli oppioidi naloxone, e ridotti dalla somministrazione acuta di eroina e morfina; sembrano ritornare alla normalità in risposta a una assunzione continuativa di metadone in dosi stabili. Il passaggio da eroina o metadone a buprenorfina, un agonista parziale mu, non ha dimostrato la capacità di indurre grandi cambiamenti sull’assetto delle ß-endorfine, ma il test al naloxone induce livelli più elevati di peptidi oppioidi che non quello con la buprenorfina. La buprenorfina in sé non sembra indurre alterazioni di base dei peptidi oppioidi (Kosten et al., 1992). Segnalazioni riguardo a ridotti livelli di beta-endorfine nel liquor sono state riportate da O’Brien sia nei tossicodipendenti da eroina durante il trattamento metadonico, ma anche durante il periodo drug free, suggerendo che tale riduzione dei peptidi oppioidi non sia attribuibile all’azione del metadone per se, ma piuttosto caratterizzi l’assetto biologico dei soggetti vulnerabili per i disturbi addittivi (O'Brien et al., 1988). Alcuni anni dopo veniva riportata, al contrario, una normalizzazione dei livelli di beta endorfine, e anche degli oppioidi POMC correlati, sia a livello liquorale che periferico nei soggetti in trattamento metadonico (Kreek et al., 1992). Un sensibile incremento nella secrezione dei peptidi oppioidi sembra essere indotto dal trattamento con naltrexone, con un andamento circadiano che si associa all’andamento del cortisolo (Kosten et al., 1992). Alterazioni del ritmo circadiano che caratterizza la secrezione di prooppiomelanocortina (POMC), il peptide “progenitore” degli oppioidi endogeni sono state evidenziate da alcuni Autori (Facchinetti et al., 1984). Una risposta normale nella ß-endorfina alla clonidina é stata invece dimostrata durante la stimolazione cronica dei recettori oppioidi (Brambilla et al., 1984), suggerendo che la assunzione dell’eroina in sé non sia capace di modificare i sistemi di controllo alfa-adrenergici della secrezione dei peptidi oppioidi. La clonidina sarebbe capace di normalizzare, secondo altri, i livelli di betaendorfine nei tossicodipendenti da eroina, i cui valori basali sarebbero ridotti rispetto ai controlli (Gil-Ad I et al., 1985). In accordo con questi risultati, il controllo noradrenergico della secrezione di POMC è stato ribadito da altre ricerche che sostengono un impairment della risposta di beta-endorfine alla clonidina dopo il protratto impiego di oppiacei da strada (Facchinetti et al., 1985). E ancora nostri studi suggeriscono un deficit nelle risposte di ß-endorfina allo stress termico negli eroinomani astinenti da alcune settimane (Mutti et al., 1992) e una mancata risposta peptidergica allo stress psicologico sperimentalmente indotto (Vescovi et al., 1989): non è facile attribuire tale impairment della reattività dei peptidi oppioidi all’azione dell’eroina protratta nel tempo o, piuttosto, a condizioni del biochimismo cerebrale che caratterizzano i soggetti vulnerabili all’abuso di sostanze. Gli eroinomani potrebbero presentare un deficit preesistente all’impiego di sostanze nell’ambito proprio della secrezione dei peptidi. Un ruolo degli oppioidi nella modulazione delle risposte allo stress può essere verificato a partire dalla capacità degli oppiacei di interfereire sui livelli delle catecolamine a livello centrale: i mu agonisti sarebbero capaci di influenzare in senso inibitorio il tono del sistema nervoso simpatico, con una riduzione di norepinefrina ed epinefrina dopo la somministrazione acuta di eroina, i cui livelli tornerebbero ai valori normali durante l’adattamento all’assunzione protratta (Macedo et al., 1995). Questi risultati sarebbero in accordo con l’azione farmacologica diretta indotta in acuto dagli oppiacei che riducono la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, sia di base che in risposta allo stress, con una una azione facilitatoria sul sistema parasimpatico (Ortega Carnicer et al., 1981; Hassen et al., 1982). Alcuni Autori hanno verificato, molti anni orsono, addirittura un incremento di MHPG e catecolamine dopo l’assunzione di eroina (Schildkraut et al., 1977), ma gli stessi ricercatori hanno sottolineato che l’incrementata secrezione di monoamine poteva essere iniziata già il giorno precedente la somministrazione degli oppiacei, in associazione alla risposta anticipatoria condizionata. In aggiunta, la stimolazione prolungata con oppioidi esogeni può essere responsabile della super-sensibilizzazione dei recettori noradrenergici e di una alterazione funzionale post-sinaptico dopaminergico (Facchinetti et al., 1984; Garcia-Sevilla et al., 1986). Il metadone per sé non sembra indurre stabili cambiamenti nel tono simpatico centrale (De Leon-Jones et al., 1983), né alterazioni significative sarebbero state verificate durante la graduale sospensione del trattamento. Gli antagonisti degli oppioidi, al contrario, stimolerebbero la risposta del sistema noradrenergico agli stressors (Grossman et al., 1986), forse interferendo con il tono inibitorio degli oppioidi endogeni sulla secrezione delle catecolamine. Come si è già accennato, il sistema parasimpatico appare interessato dalle interferenze oppioidi, con influenze della morfina sui recettori muscarinici (M2) la cui espressione aumenta durante l’astinenza (Zhang et al., 1998). Il levo-alfa-acetilmetadolo, LAAM, svolgerebbe una azione di agonista sui recettori muscarinici (Langley, 1989). In analogia a questi dati che evidenziano una relazione tra oppiacei e sistema colinergico, la pilocarpina, agonista colinergico, si è mostrata capace di inibire l’aumento di prolattina indotto dalla morfina, e l’atropina, antagonista del sistema vagale, aumenta gli effetti della morfina sulle cellule secernenti PRL (Briski et al., 1984). Gli oppioidi endogeni hanno mostrato la capacità di modulare la secrezione di dopamina, il che diviene evidente considerato il ruolo che il sistema oppioide esercita sulla prolattina, notoriamente tenuta sotto il controllo inibitorio della dopamina (Van Loon et al., 1980). Una certa riduzione dei livelli di dopamina sembra essere indotta dagli agonisti dei µ-recettori (Yonehara and Clouet, 1984) e la morfina si è mostrata capace di ridurre la concentrazione di dopamina nel circolo portale ipofisario, azione che é reversibile sotto l’effetto dell’antagonista oppioide naloxone (Gudelesky and Porter, 1979). Se da un lato l’azione generalizzata degli oppiacei sulla dopamina può rivestire un carattere inibitorio, dall’altro lo specifico effetto stimolatorio su determinate aree del cervello sostiene l’attivazione del circuito della gratificazione (Sell et al., 1999): negli animali da esperimento sembra essere ben documentato che il release di dopamina nel nucleus accumbens rappresenti il substrato biochimico capace di determinare il comportamento addittivo, sia per gli oppiacei, che per le altre sostanze che inducono dipendenza (Herz, 1998; Leshner and Koob, 1999) anche se tale meccanismo non è ancora del tutto verificato nell’uomo (Gratton, 1996). Il release di dopamina nell’accumbens sarebbe controllato dai mu e kappa recettori, e una significativa riduzione di dopamina si verificherebbe durante l’astinenza da oppiacei (Lichtigfeld and Gillman, 1996). Gli oppioidi stimolano i neuroni dopaminergici attraverso interneuroni GABAergici e la riduzione conseguente degli effetti inibitori del GABA (Johnson and North, 1992; Peoples et al., 1991; Xi and Stein, 1998). Anche nei confronti della serotonina gli oppiacei agirebbero facilitandone la secrezione attraverso una riduzione del controllo inibitorio GABAergico (Jolas et al., 2000). Elevati livelli di 5-OHindolacetico, un metabolita della serotonina, sono stati evidenziati in animali da esperimento che hanno sviluppato una tolleranza per la eroina (Haleem et al., 1994), suggerendo il coinvolgimento anche di questa amina cerebrale nell’azione degli oppiacei; secondo altri, lo stesso ruolo analgesico della morfina sarebbe legato al coinvolgimento centrale di recettori serotoninergici (Hain et al., 1999). Una verifica della risposta del sistema alfa-adrenergico negli eroinomani ha mostrato un deficit rilevabile prevalentemente nei soggetti con storia di disturbo della condotta e iperattività (Gerra et al., 1994), così come un challenge serotoninergico evidenziava un deficit di risposta negli eroinomani connesso più con la depressione che con la storia di droga (Gerra et al., 1995; Gerra et al., 1995). Sempre in nostri studi, attuati durante i primi anni novanta, si ipotizzava un deficit GABAergico negli eroinomani (Volpi et al., 1992), mentre più recenti valutazioni hanno sottolineato quanto la possibile alterazione del GABA sia presente soprattutto negli eroinomani affetti da un disturbo d’ansia (Gerra et al., 1998): anche in questo caso l’alterazione neuroendocrina apparirebbe correlata più al disturbo di personalità che alla storia di eroina per sé. Oppioidi e asse HPA L’assunzione acuta di oppiacei nell’uomo ha mostrato un effetto soppressivo sull’asse HPA, come già documentato molti anni orsono (McDonald et al., 1959). La morfina somministrata acutamente per via orale riduce i livelli di cortisolo basali (Banki and Arato, 1987) e quelli in risposta allo stimolo con CRH (Allolio et al., 1987). La eroina sarebbe capace di ridurre sensibilmente o inibire del tutto la secrezione di cortisolo, indipendentemente dalla durata dell’esposizione all’eroina o dall’età degli eroinomani (Rasheed and Tareen, 1995). Inoltre, la somministrazione di naloxone ad alte dosi causa un aumento dei livelli plasmatici di ACTH e Cortisolo (Pfeiffer et al., 1986) e un analogo risultato è stato ottenuto con il naltrexone. Sebbene valori basali di cortisolo ridotti siano stati riportati in soggetti trattati cronicamente con morfina (Murakawa et al., 1989), le risposte di ACTH e Cortisolo al CRH sembrano non essere compromesse (Palm et al., 1997). L’abuso cronico di eroina non indurrebbe secondo alcuni alterazioni funzionali profonde dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), sebbene alcuni studi abbiano evidenziato un deficit di ACTH e Cortisolo diurno in questi pazienti (Facchinetti et al., 1984; Dackis et al., 1982)ed elevati livelli plasmatici serali con una alterazione del ritmo circadiano (Tennant et al., 1991). La risposta di ACTH e Cortisolo che ci si aspetta dopo la somministrazione di naloxone non è rilevabile nella dipendenza da oppioidi; mentre altri studi evidenziano la inefficacia del desametasone a sopprimere l’asse HPA in questi pazienti e una aumentata risposta di Cortisolo al test dell’insulina (Cushman et al., 1970; Gold et al., 1981). Anche la risposta allo stress negli eroinomani, studiata a poche settimane dalla sospensione della sostanza, mostra un impairment dell’ACTH, con stimoli stressanti di diversa natura (Mutti et al., 1992; Vescovi et al., 1989). La somministrazione cronica di metadone, secondo alcuni, non induce cambiamenti significativi nei valori basali di ACTH e Cortisolo e nel ritmo circadiano (Kreek et al., 1983), ma una varietà di studi con tests dinamici suggeriscono un disturbo funzionale dell’asse HPA (Pullan et al., 1983; Willenbring et al., 1989). Nostri studi hanno dimostrato una ridotta risposta dell’ACTH al test con metopirone in pazienti sottoposti al trattamento di mantenimento con metadone (Vescovi et al., 1990). Oppioidi e prolattina Un aumento significativo dei livelli plasmatici di prolattina è stato riportato in soggetti dipendenti dalla eroina (Gerra et al., 1987; Vescovi et al., 1984). L’osservazione clinica di una alta prevalenza di amenorree e disturbi sessuali nella popolazione degli eroinomani è verosimilmente connessa con l’iperprolattinemia (Vescovi et al., 1983; Pelosi et al., 1974). Il meccanismo che sostiene l’incremento di PRL sembra essere attribuibile, oltre che ad una azione diretta, anche alla capacità degli oppioidi di diminuire la secrezione di dopamina e di aumentare la serotonina (Gudelesky and Porter, 1979; Algeri et al., 1978): queste monoamine, infatti, sono state considerate, rispettivamente, i fattori ipotalamici inibenti e stimolanti di prolattina (Van Loon et al., 1980; Spampinato et al., 1979). L’astinenza da eroina è associata a una diminuzione dei livelli plasmatici di PRL (Gold et al., 1979), e il naloxone induce una riduzione significativa di secrezione di PRL (Van Vugt and Meites, 1980). L’aumento di PRL sarebbe correlato alla dose di oppiacei assunti e alla durata della dipendenza (Brambilla et al., 1979). Una incrementata risposta di PRL al TRH test è stata evidenziata da alcuni Autori negli eroinomani (Gold et al., 1980) ma non confermata da altri (Spagnolli et al., 1987). Una ridotta risposta di PRL alla sulpiride può suggerire una alterazione funzionale dopaminergico (Ragni et al., 1988) in questi pazienti esposti all’impiego continuativo di oppioidi esogeni. Nei pazienti soggetti a trattamento cronico di metadone è stato dimostrato un aumento nei valori plasmatici di PRL; una alterazione dei ritmi circadiani di PRL sembra essere la conseguenza della stimolazione cronica dei recettori oppioidi con il metadone (Kreek et al., 1979). La buprenorfina, a sua volta, somministrata in varie dosi, produce un effetto dose-dipendente sull’aumento dei livelli di PRL (Schmauss and Emrich, 1987). Oppioidi e ormone della crescita (GH) I livelli plasmatici di GH sono stati trovati aumentati nei soggetti con dipendenza da eroina (Cushman, 1972), ma i dati in nostro possesso in questo ambito estremamente confusi e incerti; le risposte del GH ai test farmacologici, endocrini, metabolici nei consumatori di oppiacei non permettono la strutturazione di una ipotesi definita. Infatti questo ormone è molto variabile e sensibile a condizioni di stress che possono interferire sulla risposta ipofisaria. Una sostanziale incapacità degli oppioidi di influenzare nell’uomo la secrezione di GH emerge da diversi studi (Saarialho-Kere et al., 1989; Delitalia et al., 1983). Una azione degli agonisti sui recettori oppioidi kappa sembra stimolare la secrezione di GH secondo altri (Ur et al., 1997) e ancora un incremento di Gh è stato descritto in risposta all’agonista parziale nalorfina (Pende et al., 1986). L’aumento di GH dopo stimolazione dei recettori alfa-2-adrenergici con clonidina sembra non essere influenzato dalla assunzione cronica di oppiacei (Brambilla et al., 1984). Al contrario, secondo altri, nei soggetti dipendenti da eroina è stata riportata una diminuzione delle risposte del GH allo stimolo con arginina, al test dell’insulina o alla somministrazione di glucosio (Ghodse, 1977). Risposte paradosse e inattese di GH al TRH e all’LHRH, che non stimolano la secrezione di GH nei soggetti normali, sono state evidenziate in soggetti che abusano di oppiacei, lasciando intuire una condizione di disequilibri neuroendocrini almeno a livello ipotalamo ipofisario (Brambilla et al., 1980). Oppioidi e l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG) Le evidenze che si possono ritrovare più comunemente in letteratura suggeriscono che gli agonisti oppioidi esercitino un’azione inibitoria sull’asse ipotalamo-ipofisigonadi (asse HPG): gli eroinomani senza distinzione di genere sono stati segnalati in letteratura per i ridotti livelli basali di LH, FSH e testosterone (Cicero et al., 1975; Brambilla et al., 1977; Malik et al., 1992). Ridotti livelli di testosterone libero sono stati osservati da altri negli eroinomani, in presenza di immodificati livelli di testosterone totale, assieme a una netta risposta al naloxone del rapporto tra LH valutato con metodologie biologiche e dosato con RIA (Celani et al., 1984). Una diminuzione nella risposta di LH e FSH al releasing ipotalamico GnRH sembra manifestarsi in soggetti che abusano di eroina ed è associata con ridotti livelli di testosterone, oligospermia, e diminuita motilità spermatica (Brambilla et al., 1979). Il GnRH sarebbe inibito dalla azione degli oppiacei e l’LH stimolato dal naloxone (Genazzani and Petraglia, 1989). Nostri studi hanno investigato i livelli plasmatici di LH, PRL, testosterone, e le misure inerenti lo spermiogramma, in un gruppo di pazienti trattati con metadone, confermando la riduzione dell’LH, l’incremento di prolattina e la ridotta motilità degli spermatozoi: la somministrazione di alte dosi di vitamina B6 (piroxidal-fosfato), un coenzima della sintesi di dopamina, si è mostrata capace di indurre in questi soggetti una diminuzione dei valori di prolattina, e un aumento di LH, dei livelli di testosterone e della motilità delle cellule seminali (Gerra et al., 1987). I recettori di oppioidi sono stati trovati sulla superficie delle cellule di Sertoli nel testicolo, suggerendo la possibilità che l’azione inibitoria sull’asse HPG da parte degli oppioidi sia attribuibile non solo ad una interferenza a livello ipotalamico-ipofisario (Pfeiffer et al., 1987), ma anche a un effetto diretto sulla steroidogenesi gonadale (Fabbri et al., 1986). Alterazioni nella spermatogenesi e nella motilità delle cellule seminali sono peraltro già state segnalate da altri (Ragni et al., 1988). Precedenti studi in collaborazione con Vescovi suggeriscono che, dopo una brusca interruzione della stimolazione cronica dei recettori oppioidi, la diminuzione dei livelli di PRL sia immediata ma, al contrario, l’impairment secretorio degli steroidi gonadali e le difficoltà della sfera sessuale persistano più a lungo (Vescovi et al., 1987; Vescovi et al., 1984). La somministrazione di antagonisti dei recettori oppioidi ha chiaramente rivelato una inibizione tonica del sistema degli oppioidi sulle gonadotropine: infatti il naloxone e il naltrexone inducono un aumento significativo nei livelli di LH (Van Vugt et al., 1982). Inoltre, la secrezione di peptidi oppioidi e la presenza di recettori dell’oppio è stata dimostrata nel follicolo ovarico; il ruolo di questi oppioidi endogeni e la relazione con progesterone e estrogeni non sono del tutto chiariti (Facchinetti et al., 1986). Il trattamento con metadone può indurre profondi cambiamenti nel ritmo circadiano e nell’andamento di LH connesso con il ciclo mestruale: una riduzione nella secrezione pulsatile, la diminuzione del picco ovulatorio, o una vera e propria assenza di picco ovulatorio sono stati descritti in letteratura. In più, l’effetto di stimolo degli estrogeni sulla secrezione di LH sembra essere diminuita dagli oppiacei (Lafisca et al., 1981; Kley et al., 1977). Più recenti risultati confermano la capacità dell’eroina, durante l’assunzione cronica, di sopprimere la produzione di testosterone (Khan et al., 1990), mentre altri al contrario sembravano aver dimostrato l’instaurarsi di meccanismi di tolleranza agli oppiacei per ciò che concerne l’inibizione sull’asse HPG (Mendelson and Mello, 1982). Infine anche la stimolazione parziale mu e l’effetto antagonista sui kappa recettori della buprenorfina sembrerebbero capaci di deprimere l’LH e incrementare la PRL (Mendelson and Mello, 1982). Oppioidi e ormoni tiroidei L’azione degli oppioidi sulla funzione tiroidea nell’animale da esperimento è inibitoria: morfina e metadone inibiscono i livelli basali di TSH e il TSH stimolato dal TRH e dall’esposizione al freddo (Mannisto and Poisner, 1983; Mannisto et al., 1984). Al contrario, la morfina e il metadone, quando somministrati acutamente, aumentano i livelli circolanti di TSH nell’uomo (Grossman 1981). Questa incremento è annullato dall’infusione di dopamina e amplificato dagli antagonisti della dopamina (Delitalia et al., 1983). Gli oppioidi dunque eserciterebbero una azione sull’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide mediata attraverso la riduzione del tono inibitorio esercitato dalla dopamina sul TSH (Delitalia et al., 1983). Ciò nonostante la funzione tiroidea nei soggetti esposti cronicamente agli oppiacei non si discosta in modo significativo dalla normalità (Jhaveri et al., 1980; Vescovi et al., 1984). I livelli di tiroxina e triiodotironina sono normali in soggetti dipendenti dall’eroina; aumentati livelli di tireo-globulina sono stati osservati dopo la stimolazione cronica dei recettori oppioidi (Bastomsky et al., 1977). Non esistono segnalazioni inerenti alterazioni degli anticorpi antitiroidei nei tossicodipendenti eroinomani. Un sottogruppo di tossicodipendenti da eroina ha mostrato risposte di TSH al TRH ridotte (Brambilla et al., 1980), ma un tale impairment è stato anche osservato anche in pazienti depressi e può essere associato con una condizione psico-biologica che precede l’abuso di sostanze ed è associata al disturbo affettivo, più che non alla azione degli oppiacei per sè (Targum et al., 1983). Comunque, il trattamento prolungato con metadone sembra non essere capace di indurre alcun cambiamento nella funzione dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide (Azizi et al., 1974). Oppioidi e metabolismo dei carboidrati La presenza di peptidi oppioidi e di recettori oppioidi nel pancreas endocrino è stata dimostrato da una varietà di studi: la morfina e la b-endorfina stimolano il release di insulina e glucagone e inibiscono la somatostatina in esperimenti in vitro (Green et al., 1980). Un bolo endovenoso acuto di b-endorfina nell’uomo induce un aumento nei livelli di insulina; al contrario, l’infusione continuativa di b-endorfina con un graduale aumento di concentrazione di b-endorfina inibisce la secrezione di insulina (vitro (Green et al., 1980). I tossicodipendenti eroinomani sembrano presentare una più intensa e rapida risposta in insulina, glucagone, e GH agli stimoli metabolici, se valutati per ciò che concerne le risposte acute, ma una alterata tolleranza al carico orale di glucoso (Passariello et al., 1986). Una ridotta riserva di insulina nel soggetto cronicamente esposto agli oppiacei sembra essere la causa di questo disturbo funzionale (Giugliano et al., 1985). Risultati contrastanti sono stati riportati da altri autori con incrementi nelle risposte di insulina al carico di glucoso orale nei tossicodipendenti eroinomani (Sapira, 1968; Brambilla et al., 1976). D’altra parte, i tossicodipendenti eroinomani mostrano risposte normali nella secrezione di insulina nei confronti di segnali non glucidici, quali l’aminoacido arginina (Passariello et al., 1986). Anche durante il trattamento di mantenimento con metadone la risposta di insulina al carico di glucoso orale è stata trovata ridotta rispetto ai soggetti normali (Vescovi et al., 1982). Nostri risultati, ottenuti nei soggetti in trattamento metadonico, suggeriscono una alterazione che coinvolge il polipeptide pancreatico (hPP), condizione dell’asse entero-pancreatico che può forse lasciar intuire le ragioni della disfunzione della secrezione insulinica (Lugari et al., 1989). Oppioidi e sistema immunitario Gli effetti delle sostanze oppioidi sul sistema immunitario sono stati ampiamente studiati: la morfina è capace di influenzare l’attività dei natural killer, delle cellule polimorfonucleate, e l’attività dei linfociti T (Balock e Smith, 1985; Farrar, 1984; Bayer et al., 1990). Gli oppioidi modulerebbero la produzione di interferone, la secrezione delle cellule del timo e ridurrebbero la produzione l’interleuchina 1, 2 e 4 (Peterson et al., 1987; Kay et al., 1990; Thomas et al., 1995; Ghang et al., 1998). Anche il metadone è stato dimostrato interferire sulle citochine in questi studi. L’abuso cronico sostanze oppioidi induce cambiamenti significativi nella funzione del sistema immunitario attraverso un disequilibrio nella relazione fra neuroormoni, peptidi, e segnali immunitari specifici (Kreek, 1990). Esistono evidenze cliniche del fatto che la tossicodipendenza da oppiacei espone a una maggiore propensione alle infezioni, in considerazione della caduta del tono immunitario (Briggs et al., 1967). La produzione di anticorpi (Bussiere et al., 1993) e la fagocitosi (Casellas et al., 1991) risultano inibite nei soggetti esposti cronicamente ai morfinici, ponendo in notevole difficoltà il sistema immunitario in tutte le sue componenti. Studi più recenti documentano una ridotta risposta dei linfociti ai mitogeni (fito-emoagglutinina) negli eroinomani, e alterazioni del numero totale dei T linfociti, delle cellule helper e dell’attività natural killer (Govitrapong et al., 1998; Roy and Loh, 1996). Le conoscenze attuali sulla capacità delle cellule del sistema immunitario di interagire con il sistema neuroendocrino spiegano le influenze dell’impiego di oppiacei anche attraverso una azione diretta: le cellule del sistema immunitario, infatti, sarebbero capace di esprimere recettori oppioidi (Madden et al., 1998; Sharp et al., 1998). Alcuni Autori, peraltro, propongono che l’attiviità immuno-soppressiva dei morfinici possa essere mediata attraverso il coinvolgimento dell’asse ipotalamoipofisi-surrene (Freier et al., 1994). L’attivazione dell’asse HPA agirebbe appunto producendo una immunosoppressione nel soggetto esposto cronicamente agli oppiacei, mentre l’azione immuno-inibente immediata sarebbe ottenuta attraverso il sistema simpatico (Mellon and Bayer, 1998). Caratteristiche neurobiologiche degli eroinomani in condizioni drug-free Gli studi sulla funzionalità neuroendocrina e neurotrasmettitoriale in pazienti eroinomani durante la fase attiva e nella condizione "drug-free" hanno prodotto risultati conflittuali. Questa differenza tra gli studi può essere in parte dovuta all'influenza di vari fattori quali la dose di eroina assunta giornalmente, la durata della storia di dipendenza, l’assunzione contemporanea di altre droghe, lo stato di nutrizione e differenze nella metodologia di misurazione dei livelli neurotrasmettitoriali ed ormonali (Gerra et al., 1994a). In vari studi sui soggetti eroinomani si è notata una significativa correlazione tra aspetti della comorbidità psichiatrica (depressione, ansia, disturbi della condotta, livelli di aggressività) e alterazioni neuro-ormonali che non sarebbero invece associate all'utilizzo di morfinici in sè (Gerra et al., 2000a, 2000b, 1998, 1995, 1994a, 1994b). La protratta assunzione di eroina avrebbe prodotto sì disfunzioni neuroendocrine in questi soggetti, ma non più significative di quelle alterazioni che appaiono accompagnare le problematiche psichiatriche associate alla dipendenza da oppiacei. In precedenti studi il sistema noradrenergico degli eroinomani in condizione "drugfree" appare conservare un buon funzionamento (Brambilla et al., 1984). La sensibilità del sistema alfa-adrenergico in soggetti che presentano una comorbidità con il disturbo antisociale di personalità e una storia di disturbo della condotta sembrerebbe invece ridotta (Gerra et al., 1994; Gerra et al., in press). Al contrario, Garcia Sevilla et al. (1985) rilevano un aumento della densità e della sensibilità dei recettori del sistema alfa-2 adrenergico nelle piastrine degli eroinomani in condizione "drug-free", non considerando tipologie psicobiologiche associate alla comorbidità psichiatrica. La valutazione neuroendocrinologica non evidenzierebbe alterazioni del sistema dopaminergico negli eroinomani in condizioni "drug-free", quando studiati in generale dopo diversi anni di eroina (Gerra et al., 2000). Al contrario, negli animali da esperimento, la somministrazione di oppiacei produrrebbe una stimolazione della dopamina presinaptica nell'area mesolimbica (nucleus accumbens) e nell’area ventro-tegmentale tale da condizionare una inibizione GABAergica mediata delle cellule dopaminergiche (Leone et al., 1991; Self et al., 1995). In un recente studio la funzione del sistema serotoninergico, esaminata con il test alla d-fenfluramina, risulta essere compromessa in generale nei tossicodipendenti (Gerra et al., 2000), ma il deficit più consistente sembra dimostrato da una mancata risposta alla fenfluramina soprattutto nei soggetti tossicodipendenti con comorbidità psichiatrica per il disturbo depressivo (Gerra et al., 1995, 2000). D’altro canto, Fishbein et al. (1989) hanno trovato nei soggetti tossicodipendenti con elevata impulsività e aggressività, in condizione di astinenza da cinque giorni, addirittura un incremento della risposta alla fenfluramina. E ancora, Shmidt et al. (1997) osservano un aumento della serotonina nelle piastrine degli eroinomani. Studi sul sistema GABAergico mostrano che il deficit di risposta negli eroinomani, utilizzando un agonista GABA B quale il baclofen, si evidenzia soprattutto nei soggetti ansiosi e non pare dipendere dall’esposizione agli oppiacei. Queste osservazioni troverebbero un’ulteriore conferma nel fatto che anche una parte dei famigliari di soggetti con storia di dipendenza da eroina presenterebbero alterazioni del sistema alfa-adrenergico e serotoninergico, in una percentuale superiore alla popolazione generale (Gerra et al., 1998;1994). La disregolazione neuro-ormonale potrebbe addirittura costituire uno degli elementi della vulnerabilità preesistente all’assunzione di morfinici e capaci di supportare l’instaurarsi di forme specifiche di auto-medicazione con gli oppiacei. D’altra parte, non è possibile escludere che i soggetti studiati abbiano in parte riportato le alterazioni rilevate nella funzione dei neurotrasmettitori in relazione alla protratta assunzione di sostanze. Evidenze sperimentali sottolineano peraltro come i fattori genetici siano implicati nel comportamento addittivo e come possano esistere polimorfismi genetici che contribuiscono all' "addiction" (Kotler et al., 1997; Vandenbergh et al., 1997), in particolare esponendo i soggetti a rischio alla dipendenza da morfinici (Sora et al., 2001). Anche le dimensioni del temperamento proposte dal modello di Cloninger, e cioè quelle componenti della personalità che sono ereditabili, stabili durante lo sviluppo, non influenzate da fattori socio-culturali (Cloninger et al., 1994) sembrano caratterizzare i tossicodipendenti da eroina con un particolare pattern di tipo biologico (Gerra et al., 2001). I tossicodipendenti in generale, e in particolare i soggetti che presentano una dipendenza da eroina, sembrerebbero essere fortemente orientati alla ricerca di sensazioni forti quando testati con la Scala Sensation Seeking di Moorman et al. (1989) e con il Three-Dimensional Personality Questionnaire (Cloninger TPQ). La correlazione diretta tra sensibilità dei recettori del sistema dopaminergico e temperamento novelty seeker è stata rilevata negli eroinomani, così come il tono serotoninergico appare modulare il temperamento teso ad evitare il pericolo, definito anche inibizione comportamentale. Anche le alterazioni dei flussi cerebrali verificati con le SPECT e PET hanno riproposto l'ipotesi che rispetto a una generalizzata riduzione indotta dalla prolungata esposizione all'eroina i deficit più significativi siano comuni ai disturbi di personalità e del tono dell'umore ( Gerra et al., 1998; King et al., 2000; Sell et al., 2000) Sistema degli oppioidi endogeni e dei cannabinoidi endogeni Oppioidi e cannabinoidi mostrano proprietà farmacologiche comuni (Manzanares et al., 1999): quelle maggiormente interessanti riguardano l'effetto antidolorifico (Smith et al., 1994) e l'effetto di rinforzo del comportamento addittivo (Vela et al., 1995; Tanda et al., 1997). Il rinforzo indotto dalla cannabis può essere bloccato attraverso la somministrazione di naloxone (Braida et al., 2001). In un recente articolo è stato indicata una "sensibilizzazione crociata" tra l'eroina e un agonista dei recettori della cannabis, che si realizzerebbe attraverso un circuito di natura mesolimbica (Pontieri et al., 2001), maggiormente presente nelle persone vulnerabili per l'assunzione di droghe (Lamarque et al., 2001). Evidenze sperimentali mettono in luce il fatto che anche un antagonista cannabioniode dei recettori CB1 blocca l'auto-somministrazione della morfina nell’animale da esperimento, attraverso un meccanismo che coinvolge l'mRNA in nuclei del circuito di ricompensa. Anche questi risultati mostrano l'esistenza di un'interazione crociata tra sistema oppioide e cannabinoide nelle risposte comportamentali correlate all'addiction ed aprono nuove strade per il trattamento della dipendenza da oppiacei (Navarro et al., 2001). Il craving per l’eroina Gli stimoli correlati con l’aspettativa dell’eroina (drug-cue) si associano con il release di dopamina, prima ancora di quanto siano connessi con la deplezione della stessa (Wise et al., 1995). E ancora, durante l’aspettativa della droga, e cioè al momento della percezione del "craving" per l'eroina, è stato rilevato un incremento dei livelli della dinorfina e di encefaline (Cappendijk et al., 1999), il che suggerirebbe il coinvolgimento dei recettori oppioidi kappa nel desiderio per i morfinici. In particolare alcuni studi mettono in evidenza come il tempo di reazione ai cue nei soggetti eroinomani sottoposti ad un compito in laboratorio umano sia significativamente influenzato dai livelli di craving (Franken et al., 2000), in una possibile relazione con una alterazione biologica più consistente. In uno studio di brain imaging condotto su soggetti maschi con storia di dipendenza da oppiacei, le immagini a contenuto neutro sono state confrontate con quelle correlate al mondo della droga (cue). Sell et al. (2000) hanno rilevato un aumento del flusso ematico in alcune regioni cerebrali facenti parte del sistema dopaminergico mesolimbico, in corrispondenza di un riferito aumento della condizione di "urge to use", oltre ad ansia, tensione, spiacevolezza, rabbia, depressione, senso di affaticamento (Sherman et al., 1989) nei soggetti eroinomani. BIBLIOGRAFIA Algeri A, Consolazione A, Calderini G, Achilli G, Canas EP, Garattini S Effect of the administration of (d-Ala) 2methionine-enkephalin on the serotonin metabolism in rat brain. Experientia 1978 Nov 15;34(11):1488-9 Allolio B, Schulte HM, Deuss U, Kallabis D, Hamel E, Winkelman W Effect of oral morphine and naloxone on pituitary-adrenal response in man induced by human corticotropin-releasing hormone. 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Fonte: http://www.dronet.org/sostanze/sos_pdf/Eroina.pdf

La scienza conferma: dove la cannabis è legale il consumo di alcol diminuisce in modo drastico

Negli stati americani dove la cannabis è legale, anche solo a uso terapeutico, il consumo di alcolici è calato in percentuali comprese tra il 13,8 e il 16,2%. Questo il risultato di una ricercacondotta dell’Università del Connecticut e dalla Andrew Young School of Policy Studies ad Atlanta.

I due enti di ricerca hanno monitorato le vendite di prodotti alcolici nell’arco di 10 anni (tra il 2006 e il 2015) in oltre 2000 contee Usa dove la cannabis è legale a scopo terapeutico, verificando che ovunque le vendite di alcolici sono drasticamente diminuite.

Un risultato che conferma empiricamente ciò che molte ricerche ipotizzano da tempo: la cannabis va considerata un ottimo rimedio contro la dipendenza da alcol, una piaga che ogni anni provoca oltre tre milioni di morti nel mondo.

Già nel 2014 un’approfondita ricerca condotta dall’Alcohol Research Group della California aveva analizzato la cannabis come potenziale sostitutivo dell’alcol in base alla soddisfazione dei 7 parametri che la letteratura medica richiede siano assolti dalle sostanze terapeutiche contro le dipendenze, scoprendo che la cannabis ne soddisfa 6 su 7 e quindi va ritenuto un sostitutivo molto efficace.

Anche perché attualmente di terapie veramente efficaci e soddisfacenti contro l’alcolismo non ce ne sono. Sino ad oggi i farmaci considerati più promettenti nella realizzazione di una terapia sostitutiva dell’alcolismo sono il benzodiazepine e gli agonisti GABAergici, tuttavia entrambi mostrano alcune problematiche: e benzodiazepine sono in grado di prolungare il rischio di ricaduta, mentre gli agonisti GABAergici come il Baclofen, se da una lato riducono l’abuso di alcol e migliorano le funzioni epatiche, dall’altro aumentano la sonnolenza alcol-correlata e possono condizionare gravemente le capacità funzionali dell’individuo.

Ora questa ricerca conferma: la cannabis merita di essere studiata ed applicata veramente, quanto meno a livello sperimentale, in quanto potrebbe rivelarsi la miglior medicina contro la dipendenza da alcol.

 

Fonte: http://www.dolcevitaonline.it/la-scienza-conferma-dove-la-cannabis-e-legale-il-consumo-di-alcol-diminuisce-in-modo-drastico/

La California rivoluziona il mercato della marijuana. Da lunedì vendita libera. I piccoli produttori temono il crollo dei prezzi

 Dal primo gennaio la vendita della marijuana ricreativa diventa legale in California. Uno potrebbe commentare: e allora? Non era così già dai tempi della Summer of Love? La risposta è no, e le conseguenze promettono di essere rivoluzionarie, come sempre accade quando la Golden Coast anticipa o rilancia le tendenze. 


Paolo Mastrolilli LA STAMPA http://bit.ly/2Ed4AV8
 
  Oltre alla California, negli Usa la marijuana a scopi ricreativi è legale nel District of Columbia e in sette Stati, cioè Colorado, Oregon, Nevada, Alaska, Washington, Maine e Massachusetts. 

  Gli ultimi due, però, non hanno ancora un mercato per venderla. A livello federale, invece, «l’erba» resta vietata ovunque. Ciò crea un terreno di scontro politico e legale tra l’amministrazione Trump e i singoli Stati, soprattutto ora che scende in campo il più ricco di tutti, già leader della «resistenza» su vari fronti, dall’immigrazione ai cambiamenti climatici. Il governo finora non ha preso iniziative contro i legalizzatori, ma il ministro della Giustizia Sessions ha chiarito la sua opposizione: «Gli Stati possono approvare quello che vogliono, ma io non credo all’uso medico della marijuana, e continuo a non vedere l’utilità di poterla comprare in ogni negozio di alimentari all’angolo della strada». 

 I repubblicani sono contrari per principio, ma lo scontro non è solo morale. Il dibattito è acceso anche sugli effetti per la salute, nonostante non ci siano studi definitivi sul ruolo dell’erba come porta verso le droghe più pesanti, come l’eroina, che sta facendo strage soprattutto tra i bianchi della classe media e bassa americana che hanno votato Trump in massa.  

  Lo scontro tra liberal e conservatori su questo punto è profondo e annoso. George Soros, grande finanziatore dei democratici, è da sempre un sostenitore della legalizzazione come strumento per togliere il mercato ai trafficanti. Se ciò non bastasse a rendere sospettosi i repubblicani, c’è da aggiungere che i miliardari della liberal Silicon Valley si sono schierati a favore della Proposition 64, ossia il referendum che ha dato via libera all’erba ricreativa. Sean Parker, cofondatore di Napster ed ex presidente di Facebook, ha donato oltre un milione di dollari per far passare il provvedimento, mentre a San Francisco sono già apparsi i cartelloni pubblicitari che dicono «Hello marijuana, goodbye anxiety». Sembra l’ultimo capitolo del libro sulla guerra culturale tra conservatori e liberal.  

  I problemi riguardano anche l’economia. Secondo le analisi di GreenWave Advisors, il mercato nero dell’erba che esiste da decenni vale 13,5 miliardi di dollari, mentre quello legale nascente appena 5,1. ArcView prevede che nel 2021 i ricavi leciti saliranno a 21,6 miliardi, ma nel frattempo l’industria verrà rivoluzionata. I prezzi ora stanno scendendo per una ragione ovvia: se per coltivare e vendere la marijuana rischi la galera, pretendi un ritorno che valga la pena. Se la produzione diventa legale e industriale, l’offerta sale e il costo scende. I fratelli Winklevos, quelli di bitcoin e della causa a Zuckerberg per l’idea di Facebook, hanno investito milioni nella start up Eaze, che punta a diventare l’Uber dell’erba, consegnandola a domicilio come FreshDirect fa con l’insalata. Questa nuova corsa all’oro verde sta producendo almeno due effetti. Primo, espone al rischio di fallimento le compagnie pioniere della distribuzione come Green Cross, e tutti i venditori della marijuana a scopi medici, che in California è legale dal 1996, quando gli elettori approvarono la Proposition 215 da cui nacque il Compassionate Use Act.  

  Secondo, i puristi temono un calo della qualità, come sempre accade quando la produzione diventa di massa. Oggi chi coltiva l’erba deve guardarsi le spalle, limitare e selezionare i terreni utilizzati, e garantire il livello del prodotto per invogliare i clienti a tornare. La produzione legale su vasta scala porterà controlli e regole che daranno sicurezza ai consumatori, ma nello stesso tempo potrebbe rendere più dozzinale il risultato, e condannare alla scomparsa i piccoli coltivatori e venditori, creando una grande industria come quella del tabacco.  

  Alcuni propongono che vengano create regioni e marchi doc, come per il vino. Il governo di Sacramento già conta di ricevere dalle tasse sulle vendite introiti fra 300 e 500 milioni di dollari, solo nel primo anno, ma ciò potrebbe favorire la sopravvivenza del mercato nero. Chi è stato condannato per lo spaccio invece festeggia, perché il suo reato sparirà dalla fedina penale. Una cosa è certa: con l’arrivo della California sul mercato, nulla sarà più come prima. 

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